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mercoledì 28 marzo 2012

LA VITA DEGLI ALTRI


Sono pericolosamente invidioso della Vita altrui. Voglio la Tua Vita, la voglio assorbire, gustare, assaporare sino alla nausea e poi vomitarla via. L'Invidia è la mia Dominatrice e da Ella, solo da Ella voglio essere intimamente posseduto, sino alla Follia. Non desidero il Purgatorio, non starò coperto con il cilicio e con gli occhi cuciti di fil di ferro, piegato a sussurrare litanie e preghiere, per eoni, per comprarmi il paradiso: io Voglio l'Inferno. Io invidio anch'Esso, sublime regno del Peccato, che sempre arde Vivo.
Ha scritto quel mediocre che risponde al nome di Carlos Ruiz Zafón
:

"L'invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato. Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro".


Che i cretini non latrino mai a me, perché la mia anima
è la loro!

Che l'Invidia roda il mio cuore! Ad Ella lo dono, quale magnifico sacrificio di quanto più Umano è in me!

Perché l'Invidia è svalutata, laddove Essa è Nutrice e Motrice del Mondo!

venerdì 15 aprile 2011

LA TRAMA LUCENTE

More about La trama lucente
Trama: l’etimo del nome veicola il senso di “passare al di là”, “andare oltre”, nonché “formare una tela”, spesso celante punti oscuri (non a caso si dice: “tramava dietro le sue spalle”); nondimeno, la trama è il punto di accesso al complesso, inteso come intreccio di più parti legate tra di loro e dipendenti l’una dall’altra. Con la trama, entriamo dunque nel regno della complessità.
Quella di Anna Maria Testa è però una trama lucente. Quindi che illumina, che mette in risalto elementi altrimenti imbrigliati nella rete di relazioni, dove risultano poco identificabili, intuibili e comprensibili.
“La trama lucente” è il tentativo di andare oltre l’insieme di nozioni che la storia ci ha lasciato sulla natura (e la psiche) dell’uomo, al fine di individuare, nel complesso tessuto della psicologia umana, il filo rosso che, qualora esistente, districa la creatività. Creatività che, nella prospettiva dell’autrice, per essere tale deve possedere alcune proprietà essenziali: portare a qualcosa di nuovo, di buono e di utile. Non a caso Anna Maria Testa titola il suo sito NeU, che sta per "Nuovo e Utile", teorie e pratiche della creatività.
Già, perché la creatività è figlia della volontà di agire e, al contempo, è intessuta di un mondo di teorie e di studi che può essere utile (e magari anche nuovo…) conoscere. Un volo sulla storia della creatività è quindi l’incipit del testo che, letteralmente, mappa una mole consistente di teorie, esperimenti, dati e aneddoti lungo secoli di storia, la quale ha riconosciuto ufficialmente la creatività solo di recente, a livello di frame, pur essendo questa stata oggetto di riflessione sin dagli albori dell’emergenza della specie che si definisce sapiens. Insomma, la storia di un’idea che non c’era è quanto l’autrice propone con maestria: suo compito è infatti non solo raccogliere e selezionare teorie e pratiche, il che, di per sé, è già un lungo lavoro. La parte consistente dell’opera è, infatti, collegare quanto raccolto, far brillare il tessuto di reciproche relazioni sincroniche e diacroniche che, della creatività, hanno fatto un oggetto assai complesso e sfaccettato.
Ora, mi si permetta un’osservazione: il lavoro di tessitura è venuto molto bene, perché il testo scorre con quell’impulso lieve eppure intenso che rende gradevolissima la lettura e molto comprensibile il nesso, o meglio, i nessi tra gli elementi del puzzle creativo. Unica pecca è che, nel tessere la tela, il tessuto non è nuovo (vi ricordate il binomio nuovo e utile…). Non è nuovo perché attinge dagli elementi di studio più noti e più comuni, specie per quanto concerne la psicologia sociale e della creatività, propri di un lettore di media cultura. In effetti, nulla che l’autrice ha scritto è stato per me “nuovo” (se escludiamo considerazioni sulla sua autobiografia). Dall’altra, invece, tutto quanto scritto è stato per me molto utile, in quanto ha consolidato legami reticolari (cognitivi ed affettivi) che, pur se già noti e, nella vita quotidiana, utilizzati, è stato interessante rincontrare così coerentemente riorganizzati.
Ecco, diciamo che il testo è un grande apparato organizzativo: se si coglie questo aspetto, merita la lode. Basta guardare alla struttura: che cos’è la creatività, perché ci appartiene, come funziona.
Che cos’è la creatività: definiamo a larghe maglie il concetto, ammesso che la creatività, quale concetto, funzioni in modo adeguato, dato i limiti del linguaggio verbale. E chiariamo che è plurale: ci sono tante creatività. Ecco perché tante teorie, esperimenti, personaggi, curiosità, indovinelli, aneddoti, e quant’altro da rendere felice il lettore curioso.
Perché ci appartiene: che cosa ci rende, scrive l’autrice, bestialmente creativi? La mente, l’intelligenza, il talento: che cosa sono e, se sono, sono solo per il sapiens o esistono in altro? La creatività, quanto è legata alla biologia, alle neuroscienze, e da lì all’evoluzione, e poi alle teorie della mente, passando per il contesto storico e sociale, vincolo ed essenza stessa per definire qualcosa "creativo"? In questa parte, si vola, dalla testa di homo sapiens, a quella dei nostri coabitanti, si attraversano culture, si sfiorano individui e tratti personali. Con una unica precauzione nel volo: il rispetto, che è essenza della comprensione del e nel mondo creativo.
Come funziona: credo che qui AnnaMaria Testa si sia divertita un sacco! Cercare di spiegare come funziona la parte di sé che ci rende vivi, deve essere stata una esperienza affascinante. E il racconto ne risente in positivo. Tante cose da ricordare per tracciare una delle possibili trame. Tanti nodi da sciogliere per imbrogliarli in nuovi modi. Le trappole, i test, le tecniche che può incontrare chi si interessa di creatività. Che, in quanto processo, si può vedere sotto molti punti di vista. Alcuni li vedrete a fondo di questa recensione. Miliardi di altri li vediamo ogni giorno intorno a noi.


Ecco, una recensione a questo testo io la fermo qui. Non perché non ci sia una quantità di altri modi per continuare. E di materiali da cui partire per lanciare un lampo sul vasto territorio del testo. Piuttosto per un’altra ragione: provate a mettervi di fronte a uno specchio indossando un tessuto lucente. Ognuno si vedrebbe a suo modo. Ognuno coglierebbe particolari del vestito diversi e diversa importanza attribuirebbe ad essi, in relazione al proprio vissuto. Ognuno deciderebbe come farsi aggiustare il vestito. O lo farebbe, mentalmente o materialmente, da sé. Non ci possiamo fare nulla: siamo creativi. E che si nasca, o lo si diventi, non conta poi molto.

Avevo promesso qualche espressione del processo creativo. Ecco qualche meta-testo su “La Trama Lucente”:

Non possono mancare le mappe mentali di Roberta Buzzacchino, che puoi trovare sul suo “mappe_mentali_blog”.
Una sul capitolo 14 “La creatività come processo”:
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa.html

Non può mancare neanche la bella recensione di Giovanna Cosenza, sul suo blog “DIS.AMB.IGUANDO”:

http://giovannacosenza.wordpress.com/2010/06/16/la-trama-lucente/

E… perché no, ecco un’intervista all’autrice sul sito Lipperatura di Loredana Lipperini:

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/09/08/annamaria-testa-e-la-creativita/


Perché, in fondo, la creatività è Reticolare! 

sabato 19 marzo 2011

LA STRATEGIA DEL CYBORG

More about Le strategie del Cyborg
Una recensione che non può che essere intersezione continua con il testo-matrice "La strategia del cyborg", generante...un dialogo cyborg!


Le 95 tesi di Lutero affisse sul portone della Chiesa di Wittenberg, il 31 ottobre 1517; o le 95, raccolte nell'aprile del 1999 da Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger, nel "Cluetrain Manifesto"; o i paragrafi-pagina dal 150 al 181 de "A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century", di Donna Haraway; o...


C'è qualcosa in comune tra "La strategia del Cyborg" di Thierry Crouzet e quanto sopra citato? C'è qualcosa di nuovo ed in-novativo? O, piuttosto, c'è qualcosa di diverso?


C'è tutto, di tutto questo. Siamo di fronte a un Manifesto scritto per molte persone (questo, ciò che è 'in comune'); un manifesto aperto, riprocessato e integrato nella sua prima forma scritta e integrabile ogni qual volta letto (questo, ciò che è 'in-novativo'); c'è la necessità della definizione sfumata quanto a distinzione ed estensione ("Il cyborg non è né umano né macchina [...] confonde i confini tra i generi") ed estratta non solo più per paragone (questo, ciò che è 'diverso').


Detto ciò, si instanzia una voce narrante: "1 Io sono un cyborg". Non è una voce narrante ego-centrica. Perché sin dalla propria imposizione, si relaziona e si scioglie nel dialogo con stimolatori testuali: Guillaud, Crouzet, Jag e altri...
Crouzet non è lo scrittore del libro: è una tra le voci che lo scrivono. Non a caso si dichiara 'cyborg': nello scrivere il libro, si sta estendendo, sta trascendendo il proprio io narrante e naturale in una multi-forma, simbiotica e dialogante, che è il  nocciolo stesso dell'essere cyborg. 
E' il cyborg a scrivere la propria strategia, il proprio Manifesto. Gli uomini quali Crouzet, Guillaud, Jag e gli altri stimolatori, inclusi noi stessi!, che incrociamo in nota aiutano il cyborg ad esser-ci ed essi stessi a diventare, mutare, reinventare la loro presenza: stati di umanità aumentata (dalla radice "AUG", allargamento sanscrito di "UG-UK", abbreviazione della fondante "UAG-UAK": crescere, divenire forte, attraverso lo spingere, lo svegliarsi, il 
germogliare...). Del resto, "l’uomo aumentato aumenta le macchine che quindi aumentano l’uomo". Crescere insieme. Germogliare.


Germogliando, il cyborg entra in interazione simbiotica con il proprio ambiente. Il cyborg non esiste come monade. Il cyborg è relazione. Vive nella relazione. Si estende con essa e sfrutta la connessione quale via principale per evolvere e (in-)formarsi. Il cyborg non prescinde dall'umano, ma l'umano non è l'unica fonte di stimolo per il cyborg. L'umano, del resto, si fa cyborg ogniqualvolta estende i propri sensi o i meccanismi adattativi attraverso le protesi più diverse, da quelle meccaniche (occhiali) a quelle elettroniche (reti di computer) a quelle bio-fisiologiche (aggregati chimici e sostanze neuroattive). Queste protesi, tuttavia, esprimono spesso solo l'archetipa e arcaica rappresentazione culturale del cyborg ("I film e i libri di fantascienza hanno dato al cyborg una connotazione spaventosa. Ma l’umanità non si sta già facendo paura da sola? Serve un’immagine inquietante per stimolarci meravigliosamente"). 


Il cyborg è normale: interagisce con le norme e si auto-norma e auto-organizza. Non da solo. In società. Il cyborg è una entità sociale. L'umanità è nata cyborg. 
In questo momento storico ne sta prendendo maggiore consapevolezza. "Il cacciatore fa del cane un cyborg. La cyborghizzazione è riflessiva": questa riflessività è segno dei tempi. Da sempre l'uomo si è sentito in interazione con l'ambiente e in relazione asimmetrica con altri esseri od oggetti. Ora, qui sta il punto, si sta ri-organizzando. Riflettendo sul proprio essere aumentato, innesca un feed-back positivo per velocizzare l'accrescimento. E prende coscienza che ciò è possibile solo integrandosi sempre di più, diffondendosi e pseudo-speciandosi con l'ausilio degli organismi cibernetici. Se tale è la scelta, il destino è cyborg. Ecco la 'generalizzazione': "La strategia del cyborg consiste nell’unirsi all'altro da sé per accrescere se stesso. Un cyborg non può che essere sociale. Occupa lo snodo di una rete relazionale che unisce esseri viventi ad artefatti".


Il cyborg non può aumentar-si in sé, per sé e da sé. Per superar-si deve superare se stesso: come, se non interagendo con altri cyborg o altre matrici? Il cyborg è parassitario, ma è un parassita diverso: "non assorbe gli stimolatori con cui interagisce. Costruisce con loro". L'assorbimento è perdita dell'identità. Il cyborg percepisce se stesso come distinto dall'ambiente con cui è in simbiosi. Il cyborg è un "io". In ciò, il cyborg "non è né individualista, né collettivista". Il cyborg (si) in-nova. E' in grado di modificare i propri cablaggi neurali in base all'esperienza e a nuova conoscenza. Il cyborg è cerebrale: "Il cervello non smette di evolversi con l’età adulta". D'altra parte il cyborg è iper-sensoriale, data la mole immensa di sensori e connettori con il mondo interno ed esterno: il cyborg non è psicotico, è empatico e, grazie alle potenzialità di collegamento interpersonale sempre più avanzate, "l’empatia si estende d’ora in avanti all’umanità, alle altre creature e alla biosfera tutte insieme".


Il cyborg è intensificazione dell'umano: usare intensamente le nuove tecnologie, robotizzarsi, è parte della strategia del cyborg. E quindi dell'essere umano. Sotto questa luce, le opere del cyborg sono quanto mai con-divise, ma non sempre di massa: questo perché il cyborg opera supportato dai propri stimolatori e alla ricerca di sempre nuovi stimolatori. In questo rapporto con gli stimolatori prevale l'intimità della connessione, dalla quale si plasma l'opera, che resta sempre aperta, come in passato, ma in maniera più trasparente (le tracce della manipolazione creativa restano nella creazione). L'opera del cyborg è cristallina e sfaccettata. E', come detto, 'aperta', ma "l’apertura immediata e radicale è pericolosa. Troppe critiche che irrompono su un lavoro in gestazione lo soffocano. Ogni creazione deve avere il tempo di dispiegare le proprie ali. Ogni apertura deve essere progressiva al fine di evitare l’overdose reticolare. Troppa apertura uccide la creazione": provate a mettere ordine tra le vostre idee in un blog noto e costantemente aperto ai commenti e il filo della creazione cyborg si perderà per iper-stimolazione. L'iper-stimolazione può essere utile al cyborg, ma a dosi meditate e progressive.


Vogliamo essere cyborg, o meglio, visto che già lo siamo, vogliamo qualche consiglio sulla strategia per "migliorar-ci cyborg"?
Qualche cattiva abitudine per chi pratica la strategia del cyborg, il cyborg-Crouzet ce la fornisce: "Partire soli su un'isola deserta senza mezzi di comunicazione per realizzare una grande idea. Non rispondere alla mail di uno sconosciuto. Rifiutare gli inviti a sorpresa. Fidarsi solamente degli amici. Diffidare dei dilettanti."
E anche qualche abitudine buona: "Partire soli per la montagna o altrove, lontani dal tumulto, per avere delle buone idee. Scrivere a chi ci emoziona, che sia famoso o meno. Cercare di incontrare le persone che ci fanno riflettere. Accettare l’imprevisto. Non categorizzare in funzione di un pedigree."


Il cyborg legge. E la sua lettura è bi-attiva: il "cyborg, emette e riceve allo stesso tempo": come non citare la possibilità dell'estensore e-reader, che consente di condividere note, citazioni, riferimenti bibliografici, tanto in entrata quanto in uscita? Il cyborg apprezza l'e-book quale forma discorsiva e di apprendimento.


Quanto ai dualismi "Casa/lavoro. Personale/professionale. Privato/pubblico. Creatore/recettore. Maschio/femmina" il cyborg li integra tutti nel flusso della  creazione continua, resa iper-attiva dalle proprie protesi: "Non si può essere cyborg lasciando da parte un pezzo di sé". Come gli occhiali. O le scarpe. O un i-Phone.


Alla fine di questo discorso, il lettore cyborg potrà essere stimolato nel senso della perdita della qualità materialmente e fisicamente umana che sembra presente nel processo di "cyberghizzazione". Ecco uno stimolo contrario: il cyborg non vive attaccato alle macchine. Sfrutta le proprie protesi. Ma vive nel mondo umano: "L’esistenza dei cyborg non è priva di materialità. L’attività fisica contribuisce all’attività cerebrale. Senza presenza nel mondo, non c’è estensione possibile verso gli altri". 


Senza l'altro, io cyborg non esisto: ho bisogno di voi.


Alcune note utili sul testo di Crouzet:


# Madre-matrice:
Thierry Crouzet (Crouzet) (http://tcrouzet.com/)


# Stimolatori:
Hubert Guillaud (Guillaud)
Jeanne Argall (Jag)
Sam Dixneuf (Sam)
Nicolas Ancion (Ancion)
Jeanlou Bourgeon (JLB)
Isabelle Crouzet (Isabelle)


#Traduzione
Caterina Sarfatti


#Editore 
40K

venerdì 18 marzo 2011

GLI OTTO PECCATI CAPITALI DELLA NOSTRA CIVILTA'

More about Gli otto peccati capitali della nostra civiltàKonrad Lorenz lascia in questo libretto la sintesi che solo un grande Maestro di vita, e che ha studiato e vissuto nei modi più 'alti' la vita, può lasciare. Un colpo da Maestro. Un segnale stradale per tutte le donne e gli uomini che vivono questo passare di Millennio.
Come ho scritto nella mia recensione su aNobii, tante sono le edizioni di questo gioiello dell'umanità, quante le recensioni che lo accolgono in ogni dove. 
Perché è un dire universale.
Un riflettere globale.
Un senso di responsabilità colossale.
E molto altro ancora.


I contenuti? Ecco che cosa racconta il risvolto del libro:


"In questo limpido libretto del 1973, che ha già avuto un successo strepitoso in Germania e lo sta avendo ora in tutto il mondo, Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina, affronta, nella prospettiva della biologia e dell’etologia, alcuni problemi capitali che si pongono al mondo di oggi. Tali problemi, secondo Lorenz, corrispondono ad altrettanti «peccati capitali», che la civiltà occidentale ha accumulato nella sua evoluzione e che minacciano oggi di ucciderla. La sovrappopolazione, la devastazione della terra, l’indottrinamento coatto, le armi nucleari, l’ostilità e l’indifferenza che si annidano nel corpo della società sono tutti anelli di una stessa catena fatale, prodotta da un atteggiamento incurante e rapace verso la vita. Distesamente e acutamente, con l’occhio lucido dello scienziato e insieme con appassionata partecipazione, Lorenz analizza le cause e i meccanismi di questi e altri peccati, la cui gravità è spesso tanto maggiore in quanto non vengono riconosciuti come tali – e le sue pagine daranno una prova convincente di quale aiuto prezioso possano offrire antiche e nuove scienze, come la biologia e l’etologia, nel tentativo di comprendere processi che coinvolgono oggi la vita di tutti".


Da leggere. E tenere nella mente e nel cuore. Imperdibile.

mercoledì 16 marzo 2011

IL PREZZO DEL LINGUAGGIO

More about Il prezzo del linguaggioEcco una recensione (che ho depositato su aNobii) a un testo che è incredibilmente affascinante, pur non essendo di così facile lettura.


Riporta la quarta di copertina: 
"Nella storia dell'evoluzione della specie umana l'avvento del linguaggio ha innescato nell'Homo sapiens una serie di innovazioni rivoluzionarie: la modifica delle sue strutture cerebrali; la nascita del pensiero astratto e, con esso, l'elaborazione di tecnologie, valori, opinioni, credenze; la trasmissione delle informazioni e la loro conservazione nel tempo. Tutto questo, e i comportamenti che ne sono derivati hanno reso l'uomo una specie ecologicamente anomala, una specie in cui il linguaggio ha progressivamente annullato la distanza tra l'evoluzione biologica e l'evoluzione culturale. Muovendo da questi presupposti, gli autori conducono un serrato confronto con le più recenti acquisizioni di tutte le discipline interessate (biologia, ecologia, scienze cognitive, filosofia del linguaggio), per approdare infine a un'ipotesi provocatoria e catastrofica: la sempre più probabile condanna all'estinzione della propria specie è il prezzo culturale che l'uomo paga al linguaggio come prodotto della selezione naturale."


Io ho scritto la mia. 
Che il linguaggio sia con tutti noi! 
Bisogna solo vedere se :-) oppure :-( !!!

giovedì 12 agosto 2010

EDUCARE GLI EDUCATORI

... una riforma del pensiero per la democrazia cognitiva... di Edgar Morin
(a cura di Antonella Martini, traduttrice Elvira Moncada).

La prima parte, "Il Futuro del Mondo", è una intervista, realizzata da Antonella Martini e Fabio Colapaoli nel dicembre 1997, che alterna la sequenza [domanda degli intervistatori] - [segmenti di risposta di Morin] - [esplicazione/commento dei/ai segmenti di risposta di Morin attraverso citazioni dall'opera dello stesso estratte da Antonella Martini] - [segmenti di risposta di Morin] - [nuova domanda degli intervistatori], e così via. Diventa una sorta di narrazione densissima di pensieri che Morin ha sviluppato per decenni. Dalla sentita necessità di superare l'inadeguata forma dello stato nazione, al considerare l'opportunità di un progressivo processo di decentramento decisionale; dalla critica verso le monocolture degli stati sottosviluppati, al sostegno ad alcune forme di de-penalizzazione per sconfiggere il narcotraffico, e via dicendo, l'intervista si trasforma in un blocco di appunti e di collegamenti per potere esercitare il proprio pensiero critico e confrontare la propria opinione con quella espressa da Morin e per seguire le linee di pensiero che sono state tracciate tanto dal pensatore francese, quanto da altri soggetti, i più diversi.
Decido di puntare su due idee, tra le tante proposte.
- Disseminare. Per Morin diviene il compito essenziale per evitare l'atrofizzarsi del pensiero critico; per Morin disseminare è fecondare su un terreno aperto alla complessità, non recintato nella iperspecializzazione dei saperi. E' un ritorno ad una visione sistemica, che consente una democrazia cognitiva, cioé una democratizzazione della conoscenza in grado di ricucire la frattura creatasi tra la (tecno)conoscenza iperspecializzata di pochi e quella a disposizione del cittadino, indispensabile per partecipare alla vita politica e ai processi decisionali che questa comporta.
- Prendere in considerazione la circolarità. Sostiene Morin (Morin, E., 1983, Il metodo. Ordine, disordine e organizzazione, Feltrinelli, Milano, p. 24): "Prendere in esame la circolarità significa [...] aprire la possibilità di un metodo che, facendo interagire i termini che si rinviano l'uno all'altro, diventerebbe produzione, attraverso questi processi e questi scambi, di una conoscenza complessa che comporti la propria riflessività". Circolarità che le Università, sostiene ancora Morin, fanno di tutto per spezzare. Ecco come questo avviene, a detta dell'Autore (op. cit. p. 16): "Ogni neofita che entra nella Ricerca si vede imporre la rinuncia fondamentale alla conoscenza. Lo si convince che l'epoca dei Pico della Mirandola è passata da tre secoli, che ormai è impossibile costituirsi una visione dell'uomo e del mondo insieme. Gli si dimostra che la crescita dell'informazione e la sempre maggiore eterogeneità del sapere superano ogni capacità di immagazzinamento e di trattazione da parte del cervello umano. Gli si assicura che non bisogna lamentarsene, ma felicitarsene. Dovrà quindi dedicare tutta la sua intelligenza ad accrescere quel sapere determinato. Lo si inserisce in una équipe specializzata, e in quest'espressione il termine sottolineato è 'specializzata', non 'équipe'. Ormai specialista, il ricercatore si vede offrire il possesso esclusivo di un frammento del rompicapo la cui visione globale deve sfuggire a tutti e ad ognuno. Eccolo diventato un vero ricercatore scientifico, che opera in funzione di questa idea motrice: il sapere viene prodotto non per essere articolato e pensato, ma per essere capitalizzato ed utilizzato in maniera anonima".

Altro ancora emerge dall'intervista: politica di civilizzazione, riforma del pensiero, fraternità, antropo-etica... tanti spunti che vengono poi rielaborati nella seconda parte del libretto, "Un nuovo pensiero per il terzo millennio". In essa Morin dispiega in modo argomentativo il pensiero che, in nuce, traluce dall'intervista.

La terza parte, "La complessità del pensiero complesso" è un ulteriore commento al pensiero di Morin da parte di Antonella Martini, che elabora alcuni punti centrali del 'lavoro in corso' proprio della ricerca di Morin. Il testo si concentra su una pietra miliare del lavoro del filosofo francese, e cioé individuare una "riforma del pensiero" per uscire dal XX secolo. Tale riforma non può prescindere, secondo Morin, dalla reintroduzione del complesso nel pensiero odierno, al di là di riduzionismi o chiusure disciplinari ed etiche.

La quarta parte, "La riforma del pensiero presuppone una riforma dell'essere", consiste nell'intervista con Edgar Morin tratta da Transversales Science/Culture del dicembre 2001. La riforma dell'essere è la costruzione individuale e collettiva di una nuova auto-critica, un auto-esame, che ha necessariamente bisogno del confronto con gli altri e che eviti che ogni donna e uomo si comporti come un pappagallo che ripete l'input recepito, senza filtri, senza lo sforzo e l'impegno del discernere. Ed è entro i limiti di questa riforma che prende senso ciò che Morin ha coniato come "vangelo della perdizione": "siamo su questa terra perduti nel cosmo; per ciò aiutiamoci l'un l'altro invece di farci guerra l'un l'altro. E' il contrario del vangelo che ci dice che saremmo salvati se siamo 'gentili con gli altri'. No, dobbiamo essere 'gentili' perché siamo 'perduti' [...] non possiamo astenerci da questo dovere di conoscenza."

La quinta parte, infine, "I sette saperi necessari all'educazione del futuro", rappresenta una sintesi della proposta che Morin ha ampliamente illustrato altrove (Morin, E., 2001, I sette sapere necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano), per sviluppare la riforma del pensiero che potrà essere il fondamento della educazione futura. Qui mi piace ricordare uno dei sette saperi: Affrontare le incertezze. Secondo Morin, è questo un sapere essenziale: "Bisogna apprendere a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze" (op. cit., pag. 14).

Il testo conclude con una brevissima "Biografia di Edgar Morin" ed una "Bibliografia" essenziale delle sue opere.

Merita ricordare che alcuni dei temi di questo libretto sono anche ripresi ne "Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'era planetaria", recensiti nel blog.

Unica pecca, inammissibile, del testo edito dalla EDUP, è la quantità immensa di errori ortografici e di veri e propri errori grammaticali (siamo nell'ordine di parecchie decine per un centinaio di pagine di testo).
Immagino che questa mole di errori sia da attribuirsi ad una scadenza per le stampe che non ha concesso la minima revisione delle bozze e della traduzione. O, almeno, lo spero davvero.

domenica 30 maggio 2010

PREDE O RAGNI?

... Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità ...
Un 'must' da leggere tra i testi divulgativi sulla complessità... con qualcosa in più!
"Prede o Ragni", di Alberto De Toni e Luca Comello è un testo al bivio: da esso dipartono riflessioni utilissime tanto per il management, quanto per le scienze contemporanee. Il filo rosso della/e teoria/e della complessità è snodato, in maniera affascinante, grazie a citazioni di matematici, fisici, filosofi, economisti, ingegneri, biologi, sociologi e altre figure di intersezione che si trovano a confrontarsi con il mondo complesso, cioé intricato, a rete, non lineare, "deterministicamente caotico" e, in ogni caso, "pervasivo". Il testo è estremamente ben curato, tanto nella proporzione dei contenuti, espressi con l'aiuto di una grafica curatissima e densissima di senso, quanto nella bibliografia ragionata a fine libro, che include, oltre ad una sezione degli autori più citati con rispettive competenze, una sezione dedicata ai filoni degli studi sulla complessità, con una bibliografia ragionata dei principali contributi in lingua straniera ed italiana, un elenco dei centri mondiali più attivi nel campo di ricerca sui sistemi complessi, una sezione sui testi orientati al management della complessità, l'elenco degli autori citati ed un fertile indice analitico.
L'opera è nel complesso un lavoro stimolante e aperto, che ritengo sia di base per ogni disciplina che si affronti nel nuovo Millennio. Una versione più semplice e filosofica, più divulgativa dell'opera è "Viaggio nella Complessità" degli stessi autori: due opere, un tratto comune, e cioè la ricerca del senso dell'uomo sempre in viaggio, che si confronta con un mondo sempre più dinamico ed imprevedibile. Mi sento di consigliare senza esitazione questi due testi ad ogni lettore, in quanto strutturati per parlare a tutti, naturalmente con più o meno sforzo a seconda delle condizioni di partenza.
Testi molto belli, da leggere.

martedì 25 maggio 2010

LA SFIDA DELLA COMPLESSITA'

... a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti ...

Un testo che è l'intersezione di molti testi, l'incrocio di punti di vista di molti autori, ognuno con il retaggio della propria disciplina. E' un testo molto ricco, quello curato da Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti in un'impresa che già dal titolo ricorda la 'sfida'.
Mettere insieme autori così diversi, su un oggetto così scivoloso e sfuggente come la complessità, merita già di per sé un elogio. Presentarli nel modo in cui fanno i curatori, bé, è davvero sorprendente e delizioso. Anche perché, nell'anno 1985, quando la prima edizione del testo venne pubblicata, il mondo che ruotava intorno all'idea di complessità era quanto mai effervescente ed era difficile rintracciare quei sentieri che ne avrebbero permesso una maggiore definizione, pur rimanendo ancora oggi, nel 2010, la complessità, di fatto, una sfida. Comunque Bocchi e Ceruti, i quali peraltro intervengono in due bellissimi capitoli del testo, accolgono questa sfida e, in parte traducendo essi stessi i testi originali, invitano un numero considerevole di autori al simposio sulla "incertezza nelle nostre conoscenze", dove miti che per secoli hanno fondato i diversi campi del sapere, sembrano cedere il passo ad una brusca, ma costante, modificazione e ridefinizione.
Si tratta di rilevare i limiti della scienza classica (sia 'hard science', sia 'soft science'... e già qui le distinzioni sono peregrine) e, lungi dall'espellerla dal campo del sapere, espanderla ed estenderla partendo da presupposti ed intuizioni diverse. Tanto in fisica, quanto in biologia; in cibernetica quanto in neurobiologia; nelle scienze sociali, quanto in quelle psicologiche e del comportamento. Il quadro è vario e molto colorato. Lo sfondo è il senso del volere conoscere il mondo, oltre le semplificazioni o i pre-supposti delle allora, ed anche oggi, discipline.
Il libro è ben fatto, perché aiuta il lettore, e molto. Lo aiuta perché nella 'Presentazione' illustra in sintesi i contenuti degli interventi che seguiranno, in modo che il lettore, qualunque lettore, non risulti troppo spaesato. Infatti, quando leggi un capitolo, poi puoi tornare alla presentazione e cogliere il senso sintetico dello stesso, almeno secondo il punto di vista dei curatori, integrandolo con il tuo proprio percepito. Aiuta il lettore nel presentare gli autori, di cui si ha una breve biografia a fine testo. E aiuta per le note a fine di ogni capitolo, dove si trova la bibliografia essenziale cui rivolgersi per non perdere troppo tempo nel vasto campo presentato. Manca un indice analitico, ed è un peccato: ma si sa, non tutto si può avere sempre.
Il libro è da leggere: una sintesi sarebbe sprecata. Ecco il ricchissimo materiale che contiene, con i relativi autori.

Introduzione: La sfida della complessità nell’età globale di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti
Presentazione di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti

- La hybris dell’onniscienza e la sfida della complessità, di Mauro Ceruti
- Le vie della complessità, di Edgar Morin
- Perché non può esserci un paradigma della complessità, di Isabelle Stengers
- Progettazione della complessità e complessità della progettazione, di Jean-Louis Le Moigne
- Il complesso di semplicità, di Ernst von Glasersfeld
- Cibernetica ed epistemologia: storia e prospettive, di Heinz von Foerster
- Complessità del cervello e autonomia del vivente, di Francisco J. Varela
- Complessità, disordine e autocreazione del significato, di Henri Atlan
- L’esplorazione della complessità, di Ilya Prigogine
- L’approccio della sinergetica al problema dei sistemi complessi, di Hermann Haken
- Gaia: una proprietà coesiva della vita, di James E. Lovelock
- Il darwinismo e l’ampliamento della teoria evoluzionista, di Stephen Jay Gould
- La traduzione della complessità biologica in una sottile semplicità, di Brian C. Goodwin
- Contributi sulla complessità: le scienze neurologiche e le scienze del comportamento, di Karl Pribram
- Complessità esterna e complessità interna nella costruzione d’un modello di comportamento, di Luciano Gallino
- L’architettura del “Jumbo”, di Douglas R. Hofstadter
- Il conoscere del sapere. Complessità e psicologia culturale, di Donata Fabbri Montesano e Alberto Munari
- La scienza politica e la sfida della complessità, di Gianfranco Pasquino
- L’evoluzione della complessità e l’ordine mondiale contemporaneo, di Ervin Laszlo
- La gestione a tecnologia superiore e la gestione della tecnologia superiore, di Milan Zeleny
- Dal paradigma di Pangloss al pluralismo evolutivo: la costruzione del futuro nei sistemi umani, di Gianluca Bocchi

Che dire? Davvero una buona lettura per entrare nel mondo con occhi più... complessi!

domenica 24 agosto 2008

Bucare (attraverso) il video. L’azione inter(net)mediata.

Un paio di anni fa mi imbattei, credo grazie ad un articolo di Repubblica, su un tipo particolare di ‘attività venatoria’, reale, ma mediata da un sito, reale pure quello.
A fine del post trovate un aggiornamento (non esaustivo, ma potete seguire da voi le tracce…siamo in internet :-) su come la questione è andata a finire (o procede in modi diversi). Ecco invece che cosa notai e scrissi allora…

Real Time, On Line, Hunting and Shooting Experience

LIVE-SHOT is a new concept. You can challenge yourself and compare your skills to other members with our on-line target shooting. We have developed a system where you can control a pan/tilt/zoom camera and a firearm to shoot at real targets in real time.
(estratto dal sito:
www.Live-Shot.com, ora off)



Internet è da sempre stata collegata all’idea di connessione tra persone, indipendentemente dalla rispettiva localizzazione geografica. In quanto medium, essa ha fatto da ponte per superare le distanze tra gli utenti, garantendo la possibilità di un’esistenza attraverso la rete. L’idea di ponte per attraversare e collegare sponde diverse, con relativa possibilità di trasferire da una sponda all’altra fardelli digitali, è realizzata secondo modalità diverse nei sistemi di chatting, videoconferenza, comunità virtuali, blog con relativi feedback, videogiochi on line e via dicendo.
In tutti questi casi persone reali comunicano tra di loro, creando una sorta di superficie di trasmissione della conoscenza che si affianca a quella quotidiana dei contatti reali, cioè tipici dei luoghi reali: la casa, le strade, i bar, gli uffici, le stazioni, in altre parole: il mondo abitato.
Su questa superficie di trasmissione che è reale, almeno fintantoché la comunicazione si pone on-line, cioè è attiva, alimentata da una rete energetica e sostenuta da un protocollo di trasmissione dei dati, si possono formare aggregati altrettanto reali: gruppi di interesse, spazi di incontro condivisi temporalmente, luoghi per lo scambio di materiali digitali. Si possono inoltre sperimentare identità nuove, dissimulando chi si è nella vita di tutti i giorni e simulando chi si vuole essere, giocare ruoli che altrimenti non si potrebbero giocare e così via, il tutto in gran parte in una dimensione che è stata, specie all’inizio, connotata come realtà virtuale.
Che poi, tanto virtuale non è, visto che c’è un medium reale che la fa esistere, degli esseri reali che vi interagiscono secondo certe regole, delle conseguenze reali, a livello comportamentale e cognitivo, che si possono constatare.
Rimane tuttavia il fatto che questo mondo virtuale, agli inizi, ha offerto solo alcuni tipi di intervento sul mondo reale. Erano interventi poco im-mediati, perché il medium era pesante, lento, limitato nelle sue forme di trasmissione. Come conseguenza, l’interazione era decisamente “telefonica”, cioè correva su un filo, ed era sostanzialmente l’agente reale che usava la tecnologia ad essere l’interfaccia, reale, di tutto il sistema. Per il resto il sistema era fondamentalmente chiuso, per quanto vasto ed in espansione.
Ora (nda: 2005), invece, i termini on-line, real-time, ecc. sono diventati più ricchi. L’azione sul mondo non è solo più prevalentemente dialogica con altre persone, o informativa: ora il medium davvero tenta di scomparire, per consentire un’estensione quasi meccanica e quanto più diretta possibile dell’azione individuale sulla realtà. Si può acquistare in rete, vendere in rete, vedere panorami in presa diretta e scegliere l’angolazione dell’oggetto che ci offre la visione. Si può addirittura, come si evince dall’estratto riportato sopra, sparare con proiettili veri in una località vera su obiettivi veri, viventi o meno. Il mouse permette di entrare, letteralmente, in un’azione sul mondo, che pare immediata, non mediata, quindi densa di valore simbolico: posso essere cacciatore, ne ho lo status effettivo, anche rimanendo a casa. Attenzione! Anche prima potevo essere cacciatore da casa attraverso dei programmi di simulazione del mondo esterno graficamente sempre più coinvolgenti. Anche prima potevo intervenire su oggetti in movimento del tutto verosimili. Ma appunto qui sta il discorso: vero-simili, non veri. La distinzione è davvero, in questo caso, un salto ontologico.
Che cosa comporta questa evoluzione forsennatamente spinta verso un medium che possa garantire manovre così ampie sulla realtà, delocalizzate forse, ma che si attuano in un luogo ben preciso, in grado di garantire status e di generare differenza tra chi interagisce nello spazio virtuale e chi, attraverso questo stesso spazio, spazia su quello reale?
Prima che sulle conseguenze è opportuno ragionare sulle motivazioni. Che sono umane e che andrebbero lette da un punto di vista zoologico ed antropologico. Zoologico, perché occorre un’analisi dell’animale uomo e delle sue necessità in quanto animale. Antropologico, perché occorre un’analisi delle forme di interazione complesse che l’animale uomo ha adoperato dopo aver occupato così pervasivamente il pianeta.
Come osserva
Desmond Morris, ogni classe, ogni gruppo, ogni frammentazione serve a ricuperare una dimensione tribale che permetta di individuare posizioni reali chiare tra esseri reali identificabili. Necessità molto sentita dall’uomo, tanto più da quando si è trasferito in habitat non propri, e necessità “risolta” grazie alla innata creatività dell’Homo Sapiens Sapiens. Così, probabilmente, abitare in modo nuovo ogni nuovo mondo è una deriva delle spinte al successo che l’animale umano si porta dentro. Acquisire qualità che derivano da conseguenze reali senza l’esistenza reale di quelle qualità è per l’uomo una pacchia (esempio: acquisisco la qualità di ‘hunter’, cacciatore, senza dovermi addestrare e farmi il mazzo nel mondo ‘reale’ per diventare cacciatore. Tanto, per quel che ne vale, nel mondo inter(net)mediato lo risulto comunque…). L’uomo può fondare nuovi sottogruppi che liberano nuovi spazi per poter affermare sé e la propria posizione.
Conseguenze: sempre più alla ricerca del dominio sul mondo usando un altro mondo, quello mediato, in un altro modo, quello immediato. È terreno per il conflitto. E per la discussione.

Ora ecco l’aggiornamento promesso. La questione del cacciare tramite internet (che lo stesso fondatore del sito, il texano cacciatore e imprenditore John Lockwood, individuava quasi come una missione umanitaria, in quanto, sosteneva, rendeva possibili anche ad un disabile sport che gli erano negati… - non entro qui nel discorso se la caccia sia uno sport, perché ci manda direttamente off-topic) viene dibattuta in diversi Stati, per lo più Americani, e risolta in senso di divieto nella maggior parte.

Per chi fosse interessato a seguire la questione, propongo alcuni link da cui partire:
- Blogcritics.org (21/08/2005) dove un certo blogger (DrPat) imposta il problema;
-
Human Society of U.S. (30/04/2008) dove The Human Society of The U.S., in un breve articolo, nelle sezioni Facts e Timeline, offre una sintesi delle attività svolte ed in corso in merito alle forme di caccia inter(net)mediate

Nota disambigua: Live-Shot è anche un omonimo (ed innocente!) show televisivo amaricano…non lasciamoci distrarre ;-)

A presto!