Questa mattina è una domenica solare e calda, sotto il cielo (in genere grigio) di Torino. Non ho tuttavia voglia di uscire, perché decido di passare in rassegna, detto altrimenti, di recensire un paio di testi su aNobii.
Il primo è "Una brevissima introduzione alla filosofia", di Thomas Nagel (Edizione 2009 Il Saggiatore Tascabili (collana Saggi), XVI-119 p., brossura, traduttore Bestente S.), un testo che mi ha deluso, sebbene l'autore, nella stragrande maggioranza degli altri suoi testi che ho letto, si sia sempre rivelato un divulgatore ed un ragionatore eccezionale. Qui c'è il link alla mia recensione.
Qui, invece, in formato PDF (attenti alle pagine stampate a zigzag!) potete leggere la prefazione e l'introduzione al testo.
Il secondo è un testo che aleggia e veleggia da tempo in questo e in molti altri blog, nonché fuori dalla rete e via aleggiando, e cioè il cinque stelle con onore al merito "SpotPolitik. Perché la casta non sa comunicare" dell'aca-blogger di fiducia e autrice Giovanna Cosenza (2012, VIII-207 p., brossura Editore Laterza (collana Saggi tascabili Laterza)). Un testo analitico e robusto, ricchissimo di spunti radiali, mai eccessivo, sicuramente dialogico e fonte del "ragionare bene per agire meglio". Qui il link alla mia recensione.
Un altro testo sta attendendo recensione. Si tratta di "Ontologia" di Maurizio Ferraris, 2003, 172 p., Editore Alfredo Guida (collana Parole chiave della filosofia), un testo brevissimo, con antologia di testi inclusa, che si difende stramaledettamente bene tra le varie (molto lunghe) introduzioni all'Ontologia scritte dai filosofi più disparati. Un manualetto che, se fossi discente in filosofia, mi porterei ben stretto nella tasca interna della giacca (è davvero un tascabile alto e 'stretto'!) o terrei con cura nel cassetto degli 'indispensabili'.
E' un testo-guida che merita... ma ne scriverò un'altra volta.
Buona domenica!
Blocco appunti per ragionare, cioè -più o meno- parlare, almeno ogni tanto, con la propria mente...
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domenica 11 marzo 2012
UNA DOMENICA PASSANDO IN RASSEGNA
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venerdì 27 maggio 2011
IL MONDO SENZA DI NOI
Solo così ci si rende pienamente conto che, per parlare del futuro del Pianeta, occorre conoscerne quanto meglio il passato, ridando così piena dignità e significato alle scienze, da alcuni considerare ‘leggere’, quali gli studi di antropologia, etnologia, paleontologia, archeologia, geologia, geografia umana e storica, architettura dei beni culturali… che, spesso, sono oggetto di dibattito, se non, in alcuni casi, proprio di scherno, nell’epoca attuale. Nel testo di Weisman che, ricordo, ha conseguito laurea e master in Letteratura presso la Northwestern University, è Professore Associato in Giornalismo e Studi Latino-Americani dell'Università di Arizona (dove conduce un programma annuale di campo in campo del giornalismo internazionale) e che, nella sua carriera, ha insegnato scrittura e giornalismo al Prescott College (Arizona) e al Williams College (Massachuttes), queste discipline sono legate, in un intreccio indissolubile, con la fisica, la matematica, la chimica, la biologia, l'astronomia, la geografia terrestre, le scienze della terra…, insomma, quelle forme di scienza ‘pesante’, che trovano in genere un terreno fertile e meno ostico presso il mondo della ricerca, in quanto maggiormente legate (almeno questa è la vulgata) alla tecnologia e, quindi, al mercato (cfr. La natura della tecnologia, Brian Arthur, 2010).
Weisman, che dimostra di conoscere molto bene la professione di giornalista scientifico (cfr il blog: Il giornalismo scientifico in Italia e nel mondo), nei ringraziamenti finali ci fa comprendere quante interviste, letture, suggerimenti, inchieste, viaggi, ha dovuto organizzare per predisporre il materiale alla base del testo. E questo è già complicato. Riuscire poi a tessere una tela che organizzi, in una trama lucente e in un racconto scientificamente solido e fanta-scientificamente avvincente tale materiale, bé, è da maestro, risultato di una passione e di una volontà vigorosa e potente.
L’esercizio intellettuale e professionale di Weisman, di per sé già ammirevole, non si esaurisce nell’analizzare i fenomeni passati e nell’integrarli in una ipotesi futura: esso mira a stimolare la curiosità del lettore, di colui che, mentre legge, prende a prestito parte di Gaia, parte della vita che il Pianeta offre, al fine di rendere più vicino il mondo della vita a colui che, leggendo, forse non ha mai avuto vere occasioni di visitarlo nelle sue più diverse espressioni. E si rivolge al lettore per spiegare, in termini semplici, ma sempre rigorosi, che cosa avviene a seguito dei piccoli (o grandi) gesti quotidiani che usiamo fare entro Gaia: dall’uso del combustibile e dei sacchetti di plastica, alla conservazione del cibo con i nostri elettrodomestici “a gas nobili”, all’emissione di scarti “a lunga conservazione” quali i metalli pesanti, all’affollamento elettromagnetico, all’immissione di anidride carbonica nell’aria e ad una quantità di altre cose cui non ci capita mai di pensare in termini di nostra co-abitazione con l’ambiente.
Ora, si badi bene! Precisiamolo: “Il mondo senza di noi” non è un manuale di ecologia, intesa quale propaganda per la conservazione dell’ambiente. È un racconto. Un racconto, scientificamente fondato, sull’ecosistema in cui siamo immersi e su come questo ecosistema potrebbe reagire alla nostra dipartita. È un uovo delle meraviglie, le cui sorprese sono ad ogni paragrafo almeno per chi, come il sottoscritto, non ha conoscenze universali sulla miriade di fenomeni e reazioni che ci passano sotto il naso ogni giorno. E che passeranno sotto il naso di chi ci sarà, una volta noi esclusi, in modalità prevedibili nel limite di quanto osserviamo oggi ed abbiamo osservato ieri.
Affascinante pensare a che cosa potrebbe accadere (ed in quanto tempo) alle nostre città, proiettandone il futuro sulle più iconiche per noi, quali New York o Londra o Roma. Ammaliante scrutare il fondale degli oceani, dove forme di vita al pari di rifiuti donatori di morte si avvicenderanno, evolvendosi in forme forse già state o forse mai. Curioso il mondo senza fattorie e trattori, dove colture in competizione si sfideranno per conquistare gli spazi da noi lasciati liberi e incolti. Inauditi canti dei volatili, quando, non essendo più soggetti alla nostra interferenza, canteranno di percorsi e stormi nuovi. O lasceranno anch’essi il posto a nuove specie, che ora sono in potenza, ma che, senza di noi, potrebbero (ri-)emergere sul Pianeta. Abbandono dei nostri vincoli materiali (ponti, dighe, laghi artificiali, condotti fognari, gallerie, tunnel sottomarini, metropolitane…) per mancata manutenzione e nuovi passaggi per animali vecchi e nuovi, nuovo ri-disegno di confini, ri-plasmarsi di territori. Eredità di lunga data per le quali valgono ipotesi le più diverse (scorie radioattive, liquami velenosi, agenti chimici di laboratorio). Assenza di guerre, almeno a livello umano. Fine dei segnali, almeno quelli inviati nel cosmo dalla mole di emettitori da noi impiantati un po’ ovunque. La nostra conoscenza: compressa in montagne secondo codici che chissà, dopo di noi, chi potrà o vorrà decodificare…
Inutile continuare un’elencazione che non rende ragione né dei contenuti del prezioso documento, né, in particolare, della bellezza con cui sono stati elaborati. Il testo parla a chi vorrà ascoltarlo.
E, di fatto, ha già parlato, letteralmente, attraverso un documentario che, proprio da questo testo, ha avuto origine. Si tratta dell’omonimo “Il mondo senza di noi. Cosa accadrebbe se l’uomo scomparisse dalla Terra?”. Il documentario è assai intrigante e, pur semplificando un po’ dovendo ‘stare’ nei 90’ di un DVD, è abbastanza fedele al testo di Weisman.
Ecco il trailer su YouTube:
L’esercizio intellettuale e professionale di Weisman, di per sé già ammirevole, non si esaurisce nell’analizzare i fenomeni passati e nell’integrarli in una ipotesi futura: esso mira a stimolare la curiosità del lettore, di colui che, mentre legge, prende a prestito parte di Gaia, parte della vita che il Pianeta offre, al fine di rendere più vicino il mondo della vita a colui che, leggendo, forse non ha mai avuto vere occasioni di visitarlo nelle sue più diverse espressioni. E si rivolge al lettore per spiegare, in termini semplici, ma sempre rigorosi, che cosa avviene a seguito dei piccoli (o grandi) gesti quotidiani che usiamo fare entro Gaia: dall’uso del combustibile e dei sacchetti di plastica, alla conservazione del cibo con i nostri elettrodomestici “a gas nobili”, all’emissione di scarti “a lunga conservazione” quali i metalli pesanti, all’affollamento elettromagnetico, all’immissione di anidride carbonica nell’aria e ad una quantità di altre cose cui non ci capita mai di pensare in termini di nostra co-abitazione con l’ambiente.
Ora, si badi bene! Precisiamolo: “Il mondo senza di noi” non è un manuale di ecologia, intesa quale propaganda per la conservazione dell’ambiente. È un racconto. Un racconto, scientificamente fondato, sull’ecosistema in cui siamo immersi e su come questo ecosistema potrebbe reagire alla nostra dipartita. È un uovo delle meraviglie, le cui sorprese sono ad ogni paragrafo almeno per chi, come il sottoscritto, non ha conoscenze universali sulla miriade di fenomeni e reazioni che ci passano sotto il naso ogni giorno. E che passeranno sotto il naso di chi ci sarà, una volta noi esclusi, in modalità prevedibili nel limite di quanto osserviamo oggi ed abbiamo osservato ieri.
Affascinante pensare a che cosa potrebbe accadere (ed in quanto tempo) alle nostre città, proiettandone il futuro sulle più iconiche per noi, quali New York o Londra o Roma. Ammaliante scrutare il fondale degli oceani, dove forme di vita al pari di rifiuti donatori di morte si avvicenderanno, evolvendosi in forme forse già state o forse mai. Curioso il mondo senza fattorie e trattori, dove colture in competizione si sfideranno per conquistare gli spazi da noi lasciati liberi e incolti. Inauditi canti dei volatili, quando, non essendo più soggetti alla nostra interferenza, canteranno di percorsi e stormi nuovi. O lasceranno anch’essi il posto a nuove specie, che ora sono in potenza, ma che, senza di noi, potrebbero (ri-)emergere sul Pianeta. Abbandono dei nostri vincoli materiali (ponti, dighe, laghi artificiali, condotti fognari, gallerie, tunnel sottomarini, metropolitane…) per mancata manutenzione e nuovi passaggi per animali vecchi e nuovi, nuovo ri-disegno di confini, ri-plasmarsi di territori. Eredità di lunga data per le quali valgono ipotesi le più diverse (scorie radioattive, liquami velenosi, agenti chimici di laboratorio). Assenza di guerre, almeno a livello umano. Fine dei segnali, almeno quelli inviati nel cosmo dalla mole di emettitori da noi impiantati un po’ ovunque. La nostra conoscenza: compressa in montagne secondo codici che chissà, dopo di noi, chi potrà o vorrà decodificare…
Inutile continuare un’elencazione che non rende ragione né dei contenuti del prezioso documento, né, in particolare, della bellezza con cui sono stati elaborati. Il testo parla a chi vorrà ascoltarlo.
E, di fatto, ha già parlato, letteralmente, attraverso un documentario che, proprio da questo testo, ha avuto origine. Si tratta dell’omonimo “Il mondo senza di noi. Cosa accadrebbe se l’uomo scomparisse dalla Terra?”. Il documentario è assai intrigante e, pur semplificando un po’ dovendo ‘stare’ nei 90’ di un DVD, è abbastanza fedele al testo di Weisman.
Ecco il trailer su YouTube:
Ecco, invece, il sito ufficiale del libro (in inglese) The world without us (bella la sezione Multimedia, che contiene anche collegamenti ai siti di cui si parla nel testo) e il link alla versione inglese di Wikipedia, voce The World Without Us, molto ricca.
Alcuni link sull’argomento trattato nel libro e un appunto.
Da questi pochi link citati, si può notare come il testo di divulgazione scientifica sia talvolta visto come un testo di scienza (un esperimento mentale), talvolta come un testo ‘best seller’ (a sostegno della vivacità culturale statunitense), talaltra come un testo di cultura spettacolare (catastrophe book basato su dati scientifici).
Il testo di Weisman è tutte queste cose assieme ma, soprattutto, è uno dei diversi prototipi testuali di informazione scientifica su larga scala che, confido, sempre di più si diffonderanno nella cosiddetta “società della conoscenza”, contribuendo a ridurre il cultural divide che ne è parte integrante.
“Ecco il mondo senza di noi, andrà in rovina e poi rinascerà”, La Repubblica, Spettacoli e Cultura, 11 marzo 2008
“La Terra senza l'uomo”, recensione del testo sul sito “Le Scienze”, settembre 2008
“Il mondo senza di noi”, recensioni e commenti su aNobii
In rete, come sempre, migliaia di altri riferimenti. Spazio ai naviganti!
sabato 21 maggio 2011
SEMIOTICA DEI NUOVI MEDIA
“Semiotica dei nuovi media” (seconda edizione, 2010), di Giovanna Cosenza è sicuramente un manuale universitario, caratterizzato da un oggetto specifico (i nuovi media, appunto), da una ‘nuova’ semiotica (quella che, fruendo della vasta letteratura semiotica antecedente la comparsa dei nuovi media e di quella frammentaria sui nuovi media, ora si cimenta in un lavoro nuovo: quello di sistematizzare il lavoro semiotico sin qui condotto) e da un obiettivo preciso: promuovere la ricerca semiotica, sia empirica, sia teorica, per indurre nuove riflessioni, ricerche e sperimentazioni nel vasto territorio multi-mediale e delle nuove forme di comunicazione.
Proprio nel precisare l’oggetto, la metodologia utilizzabile e le potenzialità della ricerca nel campo di ‘ciò cui non siamo abituati’ l’autrice, con estremo rigore, innesta i confini del lavoro, precisa definizioni spesso lasche e oscure (multimedialità, per citarne una), anticipa problemi da sciogliere (alcuni nel testo; altri negli studi che ancora non ci sono o sono mal dis-posti nel territorio semiotico), professa la necessità di fornire spunti per la progressione dell’analisi semiotica nei diversi e molteplici mondi, testuali e contestuali, che le nuove tecnologie abilitano.
Sempre senza dimenticare che non è la tecnologia ad interessare lo studio semiotico, quanto le nuove forme di interazione che a mezzo di essa originano e origineranno. Il testo non si offre quale testo di base sulla semiotica dei nuovi media. Non nel senso che prima si introduce la semiotica e poi la si applica ai nuovi media. Il testo, e questo risente dell’impostazione manualistica per corsi universitari, si propone, semmai, come prima, potente, riflessione tramite gli strumenti della semiotica (molto usati quelli della semiotica strutturale Greimasiana), applicata al mondo dell’interattività, della multimedialità, degli ipertesti, della comunicazione mediata dal computer, delle comunità virtuali, dei blog, dei mondi immersivi di realtà virtuale, dei videogiochi… Lo sguardo è ampio, ma il filo rosso che lega i capitoli è netto: passare dalla, mi si passi il termine, ‘fanta-semiotica’, alla analisi semiotica rigorosa e metodologicamente affidabile con cui ci si può avvicinare (ed entrare, sperimentare) ai nuovi media. Questo filo rosso è un pregio del testo che, tuttavia, sconta una debolezza di fondo: la necessità di decrivere il fenomeno dell’oggetto di studio e poi di imbrigliarlo nelle maglie della semiotica consolidata. Pur sapendo, e l’autrice ne è consapevole, che, per esempio, parlando di ipertesto, è ormai “imprescindibile e urgente una riflessione che usi concetti e metodi anche diversi, se e quando serve […] senza preoccuparsi eccessivamente di star dentro alle maglie di una definizione unica e generale, se sono troppo strette” (p. 115). Un’altra debolezza di fondo, per il lettore generalista, non per un discente, è la naturale presupposizione della conoscenza della semiotica generale (e di alcune semiotiche specifiche) da parte del lettore modello del testo: è comunque, più che una debolezza, una necessaria selezione dei fruitori del testo. Se questi sono discenti o ricercatori di semiotica, troveranno in esso una costante apertura: proposte di studi, di indagini, di esperimenti e altro ancora che possano ampliare lo studio semiotico sui nuovi media. In tal senso, il testo pro-muove la ricerca nel settore e, senza girarci troppo intorno, invita i semiologi interessati a prendere l’incarico di contribuire alla sistematizzazione di un’area della comunicazione e dell’interazione così dinamica e cangiante. Seleziono qui due aspetti molto interessanti e arguti che l’autrice ha considerato nell’organizzare il testo.
Intanto il sistema adottato per precisare, una volta per tutte, alcuni concetti un po’ troppo sfumati nei diversi racconti sui new media: partendo da un documento oggettivamente poco considerato in materia, e cioè le “Guidelines” di Apple per le prime interfacce grafiche, in specie il primo capitolo “Human Inteface Principles”, l’autrice estrae i tredici principi che hanno guidato la filosofia di progettazione dei primi Macintosh, e ne espande le relative metafore per innestarle su quanto è accaduto con e nelle realizzazioni successive. Un modo nuovo e serio per partire alla scoperta delle strutture soggiacenti l’agire modale attraverso nuovi dispositivi. E che consente alla studiosa di elaborare con estrema sintesi una serie di distinzioni oggettivamente utili anche al di là del campo semiotico, per poi introdurre, quasi naturalmente, l’usabilità che, nella HCI, è diventata ossessione idealista per alcuni, complesso di elementi cognitivamente coerenti e dispositivo organizzativo potente, per altri. Nel web, spazio di azione per eccellenza dell’interazione inter(net)mediata, interfaccia ed usabilità sono rielaborate ai fini della semiosi, per la porzione che ciascuna di esse occupa nella formazione del senso per il fruitore. Fruitore che naviga ipertesti, anch’essi definiti nella dimensione non sequenziale che possono (ma non necessariamente debbono) avere: la distinzione tra sequenzialità e non sequenzialità di un testo, tracciata nell’omonimo paragrafo (pp. 101-104), è un bell’esempio di rigore metodologico, che deriva da una attenta analisi puramente fenomenologica del testo tradizionale e dell’ipertesto (discorso poi ampliato nell’eccellente paragrafo “Le forme dello spazio logico”, pp. 107-111).
Quale secondo aspetto, rilevo di particolare interesse il capitolo su “Le nuove forme di comunicazione interpersonale”, laddove l’autrice considera le modalità di innesto del dialogo prototipico introdotto in precedenza per un ragionamento sulle forme di “distanza” delle comunicazioni a mezzo dei new media. È un discorso sul tempo che si fa discorso sull’enunciazione: accelerato il primo, la seconda si integra e acquisisce nuove modalità, pur senza sostituire l’enunciazione e le forme che essa assume nell’interazione ‘faccia a faccia’. E qui siamo già entrati a parlare di Web 2.0 che, più che indicare un nuovo paradigma tecnologico, segnala un nuovo modo di interagire e creare senso (il più delle volte con-diviso) attraverso e nelle reti. Una interazione in cui l’atto performante è cruciale sia a livello del singolo sia a livello dell’hub o di complessi aggregati. Tanti altri stimoli emergono dal testo che, mi preme ricordare, non credo vada letto senza una minima, ma abilitante, conoscenza della semiotica. Stimoli che poi possiamo ritrovare nel blog ricco, ricchissimo, di Giovanna Cosenza (DIS.AMB.IGUANDO), dove, peraltro, l’autrice introduce regolarmente brevi post estremamente focalizzati, utili ed interessanti (seppure il blog sia maggiormente orientato alla pratica della semiotica della comunicazione politica, cui l’autrice ha dedicato un testo, che a breve sarà oggetto di recensione), ed importanti soprattutto perché sono zone di interazione ed interlocuzione con discenti e con chi voglia discutere, ragionando e riflettendo, sull’enorme semiosfera che ci circonda, tutti i giorni, in tutti gli spazi sociali e individuali, laddove l’essere umano rivela la sua natura profondamente semiotica.
Link al post: “Che cos’è la semiotica dei nuovi media” di Giovanna Cosenza, da cui ulteriori link sull’argomento.
Link ad un precedente doc word, una sorta di ‘lavori in corso’ sulla “Semiotica dei nuovi media”, sempre dell’autrice.
Sempre senza dimenticare che non è la tecnologia ad interessare lo studio semiotico, quanto le nuove forme di interazione che a mezzo di essa originano e origineranno. Il testo non si offre quale testo di base sulla semiotica dei nuovi media. Non nel senso che prima si introduce la semiotica e poi la si applica ai nuovi media. Il testo, e questo risente dell’impostazione manualistica per corsi universitari, si propone, semmai, come prima, potente, riflessione tramite gli strumenti della semiotica (molto usati quelli della semiotica strutturale Greimasiana), applicata al mondo dell’interattività, della multimedialità, degli ipertesti, della comunicazione mediata dal computer, delle comunità virtuali, dei blog, dei mondi immersivi di realtà virtuale, dei videogiochi… Lo sguardo è ampio, ma il filo rosso che lega i capitoli è netto: passare dalla, mi si passi il termine, ‘fanta-semiotica’, alla analisi semiotica rigorosa e metodologicamente affidabile con cui ci si può avvicinare (ed entrare, sperimentare) ai nuovi media. Questo filo rosso è un pregio del testo che, tuttavia, sconta una debolezza di fondo: la necessità di decrivere il fenomeno dell’oggetto di studio e poi di imbrigliarlo nelle maglie della semiotica consolidata. Pur sapendo, e l’autrice ne è consapevole, che, per esempio, parlando di ipertesto, è ormai “imprescindibile e urgente una riflessione che usi concetti e metodi anche diversi, se e quando serve […] senza preoccuparsi eccessivamente di star dentro alle maglie di una definizione unica e generale, se sono troppo strette” (p. 115). Un’altra debolezza di fondo, per il lettore generalista, non per un discente, è la naturale presupposizione della conoscenza della semiotica generale (e di alcune semiotiche specifiche) da parte del lettore modello del testo: è comunque, più che una debolezza, una necessaria selezione dei fruitori del testo. Se questi sono discenti o ricercatori di semiotica, troveranno in esso una costante apertura: proposte di studi, di indagini, di esperimenti e altro ancora che possano ampliare lo studio semiotico sui nuovi media. In tal senso, il testo pro-muove la ricerca nel settore e, senza girarci troppo intorno, invita i semiologi interessati a prendere l’incarico di contribuire alla sistematizzazione di un’area della comunicazione e dell’interazione così dinamica e cangiante. Seleziono qui due aspetti molto interessanti e arguti che l’autrice ha considerato nell’organizzare il testo.
Intanto il sistema adottato per precisare, una volta per tutte, alcuni concetti un po’ troppo sfumati nei diversi racconti sui new media: partendo da un documento oggettivamente poco considerato in materia, e cioè le “Guidelines” di Apple per le prime interfacce grafiche, in specie il primo capitolo “Human Inteface Principles”, l’autrice estrae i tredici principi che hanno guidato la filosofia di progettazione dei primi Macintosh, e ne espande le relative metafore per innestarle su quanto è accaduto con e nelle realizzazioni successive. Un modo nuovo e serio per partire alla scoperta delle strutture soggiacenti l’agire modale attraverso nuovi dispositivi. E che consente alla studiosa di elaborare con estrema sintesi una serie di distinzioni oggettivamente utili anche al di là del campo semiotico, per poi introdurre, quasi naturalmente, l’usabilità che, nella HCI, è diventata ossessione idealista per alcuni, complesso di elementi cognitivamente coerenti e dispositivo organizzativo potente, per altri. Nel web, spazio di azione per eccellenza dell’interazione inter(net)mediata, interfaccia ed usabilità sono rielaborate ai fini della semiosi, per la porzione che ciascuna di esse occupa nella formazione del senso per il fruitore. Fruitore che naviga ipertesti, anch’essi definiti nella dimensione non sequenziale che possono (ma non necessariamente debbono) avere: la distinzione tra sequenzialità e non sequenzialità di un testo, tracciata nell’omonimo paragrafo (pp. 101-104), è un bell’esempio di rigore metodologico, che deriva da una attenta analisi puramente fenomenologica del testo tradizionale e dell’ipertesto (discorso poi ampliato nell’eccellente paragrafo “Le forme dello spazio logico”, pp. 107-111).
Quale secondo aspetto, rilevo di particolare interesse il capitolo su “Le nuove forme di comunicazione interpersonale”, laddove l’autrice considera le modalità di innesto del dialogo prototipico introdotto in precedenza per un ragionamento sulle forme di “distanza” delle comunicazioni a mezzo dei new media. È un discorso sul tempo che si fa discorso sull’enunciazione: accelerato il primo, la seconda si integra e acquisisce nuove modalità, pur senza sostituire l’enunciazione e le forme che essa assume nell’interazione ‘faccia a faccia’. E qui siamo già entrati a parlare di Web 2.0 che, più che indicare un nuovo paradigma tecnologico, segnala un nuovo modo di interagire e creare senso (il più delle volte con-diviso) attraverso e nelle reti. Una interazione in cui l’atto performante è cruciale sia a livello del singolo sia a livello dell’hub o di complessi aggregati. Tanti altri stimoli emergono dal testo che, mi preme ricordare, non credo vada letto senza una minima, ma abilitante, conoscenza della semiotica. Stimoli che poi possiamo ritrovare nel blog ricco, ricchissimo, di Giovanna Cosenza (DIS.AMB.IGUANDO), dove, peraltro, l’autrice introduce regolarmente brevi post estremamente focalizzati, utili ed interessanti (seppure il blog sia maggiormente orientato alla pratica della semiotica della comunicazione politica, cui l’autrice ha dedicato un testo, che a breve sarà oggetto di recensione), ed importanti soprattutto perché sono zone di interazione ed interlocuzione con discenti e con chi voglia discutere, ragionando e riflettendo, sull’enorme semiosfera che ci circonda, tutti i giorni, in tutti gli spazi sociali e individuali, laddove l’essere umano rivela la sua natura profondamente semiotica.
Link al post: “Che cos’è la semiotica dei nuovi media” di Giovanna Cosenza, da cui ulteriori link sull’argomento.
Link ad un precedente doc word, una sorta di ‘lavori in corso’ sulla “Semiotica dei nuovi media”, sempre dell’autrice.
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venerdì 20 maggio 2011
AUTO-ORGANIZZAZIONI
La prima parola del titolo, “Auto-organizzazione”, è un po’ l’ombrello che de-limita il contenuto di cui si discorre nel testo. Una de-limitazione che, si sa, nel caso dei fenomeni complessi è un po’ impossibile: de-limitare segna i confini, induce a pensare a modelli chiusi. La complessità, invece, parla tanto di ciò che è chiuso, quanto di ciò che aperto. Per esempio: sistemi chiusi per quanto concerne la struttura, e aperti per quanto concerne lo scambio di energia e/o informazione. Quindi il termine ‘Auto-organizzazione’ va accoppiato, nel cammino che accoglie “l’emergenza del divenire”, proprio dalla parola “emergenza”. In particolare, per il cammino che si percorre nel testo, per quella che è generata dal “basso”, categoria di poco prestigio nell’era delle scienze esatte e delle filosofie razional-idealiste, ma estremamente potente per intrufolarsi nel vasto campo dell’esistenza che è il complesso.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché “Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché “Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.
Il testo è chiuso da due brevi gioiellini:
“La postfazione su auto-organizzazione e nuovi modelli organizzativi” di Emilio Bartezzaghi, professore ordinario di gestione aziendale presso il Politecnico di Milano, che è parola data ad un tecnico e studioso dell’azienda: il quale riprende il filo rosso del discorso del libro e, con un’abilità quanto mai apprezzabile, lo colloca nello spazio di confronto attuale sull’impresa.
“Salutiamoci con una fiaba”, di Piera Giacconi. Una fiaba, perché “la realtà non può essere solo condensata in un sistema di equazioni: il complesso, da sempre, va raccontato”. E si sa, la parola è magica. La parola è conoscenza che evolve. Mondi possibili che si realizzano. Leggende che aprono nuovi punti di vista, scorci di lucidità nel complesso che ci circonda.
Mi fermo qui, cogliendo l’occasione di ‘legare’ a questa recensione:
Il primo paragrafo di “Auto-organizzazioni”, dal blog Complessamente di Luca Comello, dove potete trovare anche la quarta di copertina e un link ad un’intervista con Comello.
Un video da vedere a tutto schermo e tutto volume. Meraviglioso.
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sabato 7 maggio 2011
LIMIT
E, invece, "Limit" è semplicemente stupefacente. Dimostra una padronanza della tecnica narrativa fuori della norma, pari solo alla travolgente forza espressiva di pochi autori di metà Ottocento. La trama è (s)coinvolgente, ricca di suspence, di infiniti nodi che si slacciano e si riallacciano, in una splendente ghirlanda di circostanze collocate poco più in là del 2010 e, quindi, costituenti un punto di lancio tra ciò che ci circonda e ha fatto la nostra storia e ciò che, sotto certe possibilità, può declinare l'immediato futuro.
Certo, è narrazione creativa, quindi, se il punto di aggancio del testo sta nel nostro reale, il testo stesso poi si sgancia in scenari possibili. Possibili però non basta: anche vero-simili.
Si taccia l'autore, in molte recensioni, di avere ammassato una serie di preconcetti ideando un miscuglio ad alto impatto ma, nei fatti, banale.
Non concordo manco un poco su questo punto. Infatti, come ogni grande scrittore, Schatzing ha elaborato una serie di fonti e di informazioni a dir poco esorbitante. Il testo "emerge", perché l'autore ha studiato, di persona e con l'aiuto diretto di esperti nei campi più disparati, tutto quanto poteva servire a fare del fanta-romanzo, un romanzo dei nostri giorni.
Un romanzo che fa riflettere, pone quesiti di ordine etico individuale e sociale, espone in che direzioni la scienza potrebbe andare, ma non da sola. Accompagnata dalle dinamiche geo-politiche del settore petrolifero, dalle strutture dei grandi agglomerati industriali, dalle previsioni per il futuro e il mercato delle energie alternative. Il tutto considerando le moderne e future comunicazioni a mezzo di reti o ambienti virtuali, gli studi sulla popolazione, sulla sua distribuzione, sull'architettura e la pianificazione urbanistica, naturalmente ogni elemento incastonato nelle economie reali di inizio Millennio (Cina, Stati Uniti, Europa, Africa, stati dell'Ex-URSS, e così via). Si conosce, inoltre, la logica di lavoro e di vita dei mercenari, delle agenzie di sicurezza private, dei servizi segreti deviati, delle nuove armi e delle nuove posizioni assunte da chi una volta poteva lavorare per l'esercito della propria Nazione. Ora e nel futuro, invece, secondo potenziali altre logiche.
Insomma, un lavoro immenso sta dietro l'emergere del romanzo. Che si staglia come un organismo narrativo straordinariamente intra-connesso e al contempo aperto all'integrazione del lettore.
Vero, l'edizione italiana è di ben 1370 pagine, ma di certo questo non è un 'limite', semmai uno stimolo, per immergersi con l'autore in un thriller maledettamente attuale (scrivo il 7 maggio 2011, e il prezzo della benzina ha registrato in Italia un nuovo picco) e rivelatore.
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domenica 24 aprile 2011
I CASI DEL DR. HOUSE
Si tratta di un vero e proprio reportage sull'attività tipica di una reale clinica statunitense, messa a confronto con quella che il mitico Dr. House esercita a capo di una squadra di medicina diagnostica presso il fittizio (ma non troppo, a dire il vero...) ospedale universitario Princeton-Plainsboro Teaching Hospital, nel New Jersey.
Il libro è bello (anche se non entusiasmante), perché in esso incontriamo i 'casi' televisivi di House ri-collocati nell'ambito delle possibilità reali che accadano e delle modalità reali con cui si può affrontarli. La peculiarità del testo sta nel cogliere lo spunto da più episodi televisivi e, grazie alle interviste ad esperti e tecnici praticanti nei campi medici più diversi, ri-fletterli alla luce delle conoscenze e dei trattamenti attuali.
Il bello è questo: non è che i casi del Dr. House siano, in genere, incredibili o impossibili. E' piuttosto la dinamica dell'evento, dell'analisi e della soluzione del caso ad essere oggetto di correzione, spiegazione e divulgazione rigorosa verso il lettore. I casi del Dr. House, nella maggior parte, non sono fantascientifici. Sono, di fatto, "piegati" alle necessità di una fiction televisiva, con tutta la deviazione-contrazione procedurale e temporale del caso.
Per esempio, i protocolli da seguire sono spesso assai diversi da quelli di House, tanto rispetto alla medicina, quanto alla legge... Così come i tempi per i test o per la rilevazione dei sintomi, naturalmente rimodellati in TV per condensare la suspence del telespettatore in poco più di 45 minuti.
Questo è un punto.
Ma il testo offre molto di più! Infatti si prefigge di spiegare come avviene oggi l'esercizio della medicina diagnostica, negli Stati Uniti, quali sono le pratiche per una diagnosi, per rilevare l'eziologia di una malattia, per effettuare una corretta diagnosi differenziale, per testare nuovi farmaci e via dicendo. L'autore ha la grande capacità di interloquire da un lato con il testo televisivo, dall'altro con il con-testo medico odierno, al fine di illustrare al lettore come funzionino gli elementi alla base di un ricovero, quali euristiche si utilizzino per circoscrivere la malattia, quale possa essere il rapporto paziente-medico, in che modo gli strumenti elettronici possano venire in aiuto all'équipe medica, quale sia il funzionamento del sistema assicurativo (statunitense), le logiche di mercato su cui si fonda il rapporto tra case farmaceutiche ed istituti, ... insomma si registra una vasta rielaborazione della serie televisiva per distillare un discorso ad essa 'analogico', ma reale.
Il testo vero e proprio è arricchito di una serie cospicua di schede su concetti o pratiche che dovremmo conoscere, per vivere meglio il rapporto con l'ospedale e con il nostro benessere (qualche scheda: Sincopi, Oltre lo stetoscopio?, La malattia del sonno, Fantasmi, Questioni di sguardi...). In ogni scheda troviamo un elemento di un episodio (prima e seconda serie) raccontato e identificato nel rapporto che potrebbe avere con ognuno di noi: sono schede interessanti, perché intrigano, informando il lettore di quanto può esserci (o storicamente esserci stato) dietro prassi anomale o malattie mai sentite nominare. O di quanto può essere essenziale un sintomo apparentemente banale ma, se ben contestualizzato, indispensabile per intersezioni conoscitive ed indagini specifiche.
Insomma, "I casi del Dr. House" fa parte di quella amplissima letteratura che si è sviluppata intorno al Dr. più famoso al mondo, protagonista assoluto di una serie a cui Andrew Holtz, nel caso specifico, domanda "Ma sarà tutto vero?".
Leggere per avere la risposta! :-)
sabato 16 aprile 2011
LA NATURA DELLA TECNOLOGIA
Così, a pagina 5 dell'edizione italiana, Brian Arthur ci racconta di due pulsioni, speranza e fiducia, entrambi forti, che stanno "definendo l'epoca presente più di ogni altra cosa".
Un'epoca ricca di tecnologia. Però sappiamo davvero poco su di essa. "Manca", scrive l'autore, "una teoria della tecnologia, manca la '-logia' della tecnologia". Con questa assenza entriamo nel testo.
Un testo in cui l'autore procede con uno stile serrato, ripetendo e chiarendo ogni concetto, ogni parola; affrontando sistematicamente ogni zona d'ombra, eliminando quante più ambiguità possibili che potrebbero emergere da ogni passaggio. E scrive avanzando con passi metodici e autorevoli nel dis-piegare la struttura e i principi alla base di quel termine e fenomeno difficile da "raccontarsi" che è la tecnologia. La lettura è piacevole, perché ricchissima di esempi pertinenti e illuminanti, e fluisce sì basandosi sulla ripetizione, per mezzo della quale ogni capitolo è concatenato al seguente, ma è una ripetizione con variazione, una sorta di 'Bolero letterario' che estrae dal cappuccio magico di un prestigiatore della divulgazione scientifica una serie di conoscenze sulla tecnologia che, scrive l'autore, "è troppo importante per essere lasciata agli esperti".
Un testo in cui l'autore procede con uno stile serrato, ripetendo e chiarendo ogni concetto, ogni parola; affrontando sistematicamente ogni zona d'ombra, eliminando quante più ambiguità possibili che potrebbero emergere da ogni passaggio. E scrive avanzando con passi metodici e autorevoli nel dis-piegare la struttura e i principi alla base di quel termine e fenomeno difficile da "raccontarsi" che è la tecnologia. La lettura è piacevole, perché ricchissima di esempi pertinenti e illuminanti, e fluisce sì basandosi sulla ripetizione, per mezzo della quale ogni capitolo è concatenato al seguente, ma è una ripetizione con variazione, una sorta di 'Bolero letterario' che estrae dal cappuccio magico di un prestigiatore della divulgazione scientifica una serie di conoscenze sulla tecnologia che, scrive l'autore, "è troppo importante per essere lasciata agli esperti".
Brian Arthur è un ingegnere appassionato, che ha la capacità di stupirsi di fronte a ciò che evolve intorno, al mondo che muta, tra l'altro in simbiosi con una entità, la tecnologia, che è davvero complicato capire nell'essenza. E Brian Arthur è uno scrittore maledettamente bravo a riconoscere lo stupore e da quello a stupirci, con un saggio moderato, ma perentorio, potente, culturalmente radicale ed innovante. Non solo per la tecnologia in sé, che è oggetto del libro. Ma per il metodo che insegna: per studiare e per poi chiarire a se stessi e divulgare. Per il rigore cercato in ogni istante, il filo del discorso sempre teso, mai lasco, che trasforma la lettura in prima conoscenza e che, posato il libro, ti lascia la mente aperta alla scoperta e uno sguardo nuovo. Tecnologia della mente allo stato puro.
Se questo è lo stile, che si fonde con il contenuto del testo, quest'ultimo mira a definire la tecnologia, a spiegarne la nascita e, quando è il caso, l'evoluzione. Non è roba da poco. Dietro c'è un'immensa esperienza e altrettanto vasta cultura. Qui provo a dire qualcosa su quanto scritto dall'autore, limitandomi ai punti principali e alle modalità fondamentali del suo narrare... il piacere della scoperta sta nel leggere, confrontare, confutare, apprendere...
La tecnologia nasce quando si riesce ad imbrigliare dei fenomeni naturali. Di fatto, nulla è più 'naturale' della tecnologia. La quale, tuttavia, non emerge dal nulla, ma ha un suo ciclo di esistenza: ed occorre comprenderlo.
Scrive l'autore a pagina 16: "E' mia intenzione cominciare "da zero", senza dare nulla per scontato a proposito della tecnologia. Costruirò la mia argomentazione pezzo per pezzo, a partire da tre principi fondamentali: [...] le tecnologie, tutte, sono combinazioni; [...] ogni componente di una data tecnologia è in sé una tecnologia; [...] tutte le tecnologie imbrigliano, o catturano se si preferisce, e sfruttano qualche effetto o fenomeno naturale, e di solito più di uno". Tolgo subito ogni dubbio al lettore accorto: saranno anche "principi", ma l'autore non lascerà il primo e il secondo capitolo senza prima averli spiegati, discussi, dimostrati uno per uno. E' il bello di questo saggio: nel limite, non è ideo-logico, ma logico.
Partendo da zero, Brian Arthur inizia a delimitare l'oggetto di indagine con delle definizioni, tutte descritte e circoscritte; poi illustra il metodo che seguirà nel testo, ed alcuni attrezzi utili tanto in ingegneria quanto in letteratura, per non dire nella vita quotidiana! Alcuni concetti-metodo ricorrenti saranno la 'ricorsività', la 'ri-configurabilita', 'modularità', 'architettura operativa', 'principio combinatorio', 'auto-similarità'... e via dicendo.
Io riassumo sostenendo che, banalmente, ci sono due modi per analizzare i fenomeni o gli oggetti.
Il primo consiste nell'analizzare, cioè scomporre il fenomeno o l'oggetto, al fine di ridurlo alle componenti minime, nelle quali l'analisi si risolve e si conclude, fornendo una fenomenologia precisa e monadica del componente.
Il secondo consiste nell'analizzare, cioè scomporre il fenomeno o l'oggetto, in parti minime, al fine di ricondurle in una più ampia rete di relazioni entro cui i componenti, così artificiosamente separati, si ricollocano per dare il senso del fenomeno o dell'oggetto che li comprende, senso che è ulteriore rispetto alla sommatoria dei sensi delle parti minime prese a sé stanti, senza l'immersione "nelle relazioni".
Ecco, Brian Arthur segue la seconda via: un'analisi estrema e dettagliata del componente una struttura per comprendere l'organizzazione della struttura, il suo nascere ed il suo evolversi. L'analisi è graduale, prevede delle intra-strutture che informano le strutture al livello superiore: è il caso dei "domini tecnologici" definiti dall'autore quali raggruppamenti, corpi di tecnologie. Combinando e ricombinando domini, intersecandoli, la tecnologia cambia. Nel processo storico, medesime funzioni possono essere riformulate in domini diversi: questo è il nocciolo dell'innovazione. Innovare è spesso 'ricollocare' in mondi possibili diversi.
Riconciliando la prospettiva di ricerca analitica e relazionale con il tempo, quello storico, in cui la tecnologia è apparsa o appare, ecco che le categorie ideologiche alla base di una vasta serie di studi sulla tecnologia si sciolgono in determinazioni coerenti e sensate che considerano l'economia e le vicissitudini sociali e culturali di un'epoca, non potendo da queste ultime prescindere (un dominio è sempre collocato).
La storia rientra in campo, laddove l'analisi a-storica e a-settica della tecnologia come "essenza dello sviluppo" l'aveva cacciata. E ci rientra non più come teleo-storia e determinismo storico, come freccia del mutamento lineare diretta al futuro, movente in sé e per sé le "umane sorti progressive"; bensì come contesto entro cui un fenomeno quale la tecnologia può trovare il modo di svilupparsi. Così come si possono sviluppare, entro il mondo storico, altre forme espressive umane quali l'arte o il racconto (di fatto anch'esse, per parte loro, sono tecnologie). O i mutamenti del pianeta e di ciò che sta intorno.
Il contesto, che include storia e società, è ciò che consente il fermentare di una serie di idee e di focalizzazioni su aspetti della natura, che costituisce il terreno (potenzialmente) fecondo in cui alcune tecnologie sono 'pronte' a nascere. L'autore precisa bene che la nascita non comporta un impatto netto ed immediato sul circostante: come una sorta di tecno-neotenia, anche la tecnologia, per sopravvivere e, se è il caso, evolvere, deve intrecciarsi con le esigenze ed i bisogni del tempo storico, che accompagna ogni tecnologia verso il proprio destino: la diffusione ed il perfezionamento o la morte.
L'economia è legata a filo doppio con la tecnologia: non esiste una direzione univoca, una sorta di determinismo ora tecno-guidato, ora eco(normo)-guidato. Piuttosto c'è un reciproco rinforzo che attua modificazioni radicali solo quando si raggiunge una massa critica di sapere e di applicazione tecnologica tale da potersi confrontare con la massa di informazioni e pratiche di una economia, localizzata e, inutile dirlo, storicamente individuata.
Come enuncia felicemente l'autore, "i diversi elementi dell'economia (industrie, aziende e prassi commerciali) non adottano il nuovo dominio [tecnologico], piuttosto lo incontrano. Da questo incontro nascono nuovi processi, nuove tecnologie e nuove industrie" (p.134). Per comprendere il nesso tra economia e tecnologia occorre prendere atto che, in quanto artefatto complesso, l’innovazione tecnologica va oltre l’intenzionalità dei singoli agenti. Il che, ricorda l’economista Cristiano Antonelli nell’introduzione italiana al testo, “permette di arricchire sostanzialmente l’intuizione arrowiana e fornisce un contesto entro il quale l’analisi dell’innovazione tecnologica come forma specifica di azione economica può progredire significativamente”, nonché consente di “afferrare appieno il motore basilare dell’interazione dinamica e autosostenuta fra tecnologia ed innovazione”. È la presa di consapevolezza che il determinismo tecnologico non è in grado di comprendere il ruolo degli agenti innovatori in economia, né è lecito estraniarli nei sistemi predittivi dell’intersezione tra domanda ed offerta. Non si può più accettare che, nell’analisi economica, la tecnologia sia un fattore esogeno. Essa è piuttosto (anche) il prodotto dell’azione economica. Si apre un mondo nuovo…
Tanti altri spunti emergono dal testo, ma è ora di congedarci. Con una specie di sillogismo.
Sintetizza infatti Brian Arthur: "Ogni mezzo per raggiungere uno scopo è una tecnologia".
L'autore si è riproposto di diffondere presso il più ampio pubblico il proprio discorso sulla tecnologia, sulla sua natura ed evoluzione (lo scopo). Il libro (il mezzo) è quindi tecnologia. Che evolve.
Sintetizza infatti Brian Arthur: "Ogni mezzo per raggiungere uno scopo è una tecnologia".
L'autore si è riproposto di diffondere presso il più ampio pubblico il proprio discorso sulla tecnologia, sulla sua natura ed evoluzione (lo scopo). Il libro (il mezzo) è quindi tecnologia. Che evolve.
Voi l'avete letto cartaceo o in edizione digitale? ;-)
venerdì 15 aprile 2011
LA TRAMA LUCENTE
Trama: l’etimo del nome veicola il senso di “passare al di là”, “andare oltre”, nonché “formare una tela”, spesso celante punti oscuri (non a caso si dice: “tramava dietro le sue spalle”); nondimeno, la trama è il punto di accesso al complesso, inteso come intreccio di più parti legate tra di loro e dipendenti l’una dall’altra. Con la trama, entriamo dunque nel regno della complessità.
Quella di Anna Maria Testa è però una trama lucente. Quindi che illumina, che mette in risalto elementi altrimenti imbrigliati nella rete di relazioni, dove risultano poco identificabili, intuibili e comprensibili.
“La trama lucente” è il tentativo di andare oltre l’insieme di nozioni che la storia ci ha lasciato sulla natura (e la psiche) dell’uomo, al fine di individuare, nel complesso tessuto della psicologia umana, il filo rosso che, qualora esistente, districa la creatività. Creatività che, nella prospettiva dell’autrice, per essere tale deve possedere alcune proprietà essenziali: portare a qualcosa di nuovo, di buono e di utile. Non a caso Anna Maria Testa titola il suo sito NeU, che sta per "Nuovo e Utile", teorie e pratiche della creatività.
Già, perché la creatività è figlia della volontà di agire e, al contempo, è intessuta di un mondo di teorie e di studi che può essere utile (e magari anche nuovo…) conoscere. Un volo sulla storia della creatività è quindi l’incipit del testo che, letteralmente, mappa una mole consistente di teorie, esperimenti, dati e aneddoti lungo secoli di storia, la quale ha riconosciuto ufficialmente la creatività solo di recente, a livello di frame, pur essendo questa stata oggetto di riflessione sin dagli albori dell’emergenza della specie che si definisce sapiens. Insomma, la storia di un’idea che non c’era è quanto l’autrice propone con maestria: suo compito è infatti non solo raccogliere e selezionare teorie e pratiche, il che, di per sé, è già un lungo lavoro. La parte consistente dell’opera è, infatti, collegare quanto raccolto, far brillare il tessuto di reciproche relazioni sincroniche e diacroniche che, della creatività, hanno fatto un oggetto assai complesso e sfaccettato.
Ora, mi si permetta un’osservazione: il lavoro di tessitura è venuto molto bene, perché il testo scorre con quell’impulso lieve eppure intenso che rende gradevolissima la lettura e molto comprensibile il nesso, o meglio, i nessi tra gli elementi del puzzle creativo. Unica pecca è che, nel tessere la tela, il tessuto non è nuovo (vi ricordate il binomio nuovo e utile…). Non è nuovo perché attinge dagli elementi di studio più noti e più comuni, specie per quanto concerne la psicologia sociale e della creatività, propri di un lettore di media cultura. In effetti, nulla che l’autrice ha scritto è stato per me “nuovo” (se escludiamo considerazioni sulla sua autobiografia). Dall’altra, invece, tutto quanto scritto è stato per me molto utile, in quanto ha consolidato legami reticolari (cognitivi ed affettivi) che, pur se già noti e, nella vita quotidiana, utilizzati, è stato interessante rincontrare così coerentemente riorganizzati.
Ecco, diciamo che il testo è un grande apparato organizzativo: se si coglie questo aspetto, merita la lode. Basta guardare alla struttura: che cos’è la creatività, perché ci appartiene, come funziona.
Che cos’è la creatività: definiamo a larghe maglie il concetto, ammesso che la creatività, quale concetto, funzioni in modo adeguato, dato i limiti del linguaggio verbale. E chiariamo che è plurale: ci sono tante creatività. Ecco perché tante teorie, esperimenti, personaggi, curiosità, indovinelli, aneddoti, e quant’altro da rendere felice il lettore curioso.
Perché ci appartiene: che cosa ci rende, scrive l’autrice, bestialmente creativi? La mente, l’intelligenza, il talento: che cosa sono e, se sono, sono solo per il sapiens o esistono in altro? La creatività, quanto è legata alla biologia, alle neuroscienze, e da lì all’evoluzione, e poi alle teorie della mente, passando per il contesto storico e sociale, vincolo ed essenza stessa per definire qualcosa "creativo"? In questa parte, si vola, dalla testa di homo sapiens, a quella dei nostri coabitanti, si attraversano culture, si sfiorano individui e tratti personali. Con una unica precauzione nel volo: il rispetto, che è essenza della comprensione del e nel mondo creativo.
Come funziona: credo che qui AnnaMaria Testa si sia divertita un sacco! Cercare di spiegare come funziona la parte di sé che ci rende vivi, deve essere stata una esperienza affascinante. E il racconto ne risente in positivo. Tante cose da ricordare per tracciare una delle possibili trame. Tanti nodi da sciogliere per imbrogliarli in nuovi modi. Le trappole, i test, le tecniche che può incontrare chi si interessa di creatività. Che, in quanto processo, si può vedere sotto molti punti di vista. Alcuni li vedrete a fondo di questa recensione. Miliardi di altri li vediamo ogni giorno intorno a noi.
Che cos’è la creatività: definiamo a larghe maglie il concetto, ammesso che la creatività, quale concetto, funzioni in modo adeguato, dato i limiti del linguaggio verbale. E chiariamo che è plurale: ci sono tante creatività. Ecco perché tante teorie, esperimenti, personaggi, curiosità, indovinelli, aneddoti, e quant’altro da rendere felice il lettore curioso.
Perché ci appartiene: che cosa ci rende, scrive l’autrice, bestialmente creativi? La mente, l’intelligenza, il talento: che cosa sono e, se sono, sono solo per il sapiens o esistono in altro? La creatività, quanto è legata alla biologia, alle neuroscienze, e da lì all’evoluzione, e poi alle teorie della mente, passando per il contesto storico e sociale, vincolo ed essenza stessa per definire qualcosa "creativo"? In questa parte, si vola, dalla testa di homo sapiens, a quella dei nostri coabitanti, si attraversano culture, si sfiorano individui e tratti personali. Con una unica precauzione nel volo: il rispetto, che è essenza della comprensione del e nel mondo creativo.
Come funziona: credo che qui AnnaMaria Testa si sia divertita un sacco! Cercare di spiegare come funziona la parte di sé che ci rende vivi, deve essere stata una esperienza affascinante. E il racconto ne risente in positivo. Tante cose da ricordare per tracciare una delle possibili trame. Tanti nodi da sciogliere per imbrogliarli in nuovi modi. Le trappole, i test, le tecniche che può incontrare chi si interessa di creatività. Che, in quanto processo, si può vedere sotto molti punti di vista. Alcuni li vedrete a fondo di questa recensione. Miliardi di altri li vediamo ogni giorno intorno a noi.
Ecco, una recensione a questo testo io la fermo qui. Non perché non ci sia una quantità di altri modi per continuare. E di materiali da cui partire per lanciare un lampo sul vasto territorio del testo. Piuttosto per un’altra ragione: provate a mettervi di fronte a uno specchio indossando un tessuto lucente. Ognuno si vedrebbe a suo modo. Ognuno coglierebbe particolari del vestito diversi e diversa importanza attribuirebbe ad essi, in relazione al proprio vissuto. Ognuno deciderebbe come farsi aggiustare il vestito. O lo farebbe, mentalmente o materialmente, da sé. Non ci possiamo fare nulla: siamo creativi. E che si nasca, o lo si diventi, non conta poi molto.
Avevo promesso qualche espressione del processo creativo. Ecco qualche meta-testo su “La Trama Lucente”:
Non possono mancare le mappe mentali di Roberta Buzzacchino, che puoi trovare sul suo “mappe_mentali_blog”.
Una sul capitolo 14 “La creatività come processo”:
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa.html
Una sul capitolo 14 “La creatività come processo”:
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa.html
e una sulla genesi de “La trama lucente”:
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa-2.html
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa-2.html
Non può mancare neanche la bella recensione di Giovanna Cosenza, sul suo blog “DIS.AMB.IGUANDO”:
http://giovannacosenza.wordpress.com/2010/06/16/la-trama-lucente/
E… perché no, ecco un’intervista all’autrice sul sito Lipperatura di Loredana Lipperini:
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/09/08/annamaria-testa-e-la-creativita/
Perché, in fondo, la creatività è Reticolare!
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domenica 27 marzo 2011
UN VIANDANTE DELLA COMPLESSITA'
Andiamo con ordine. La premessa di Annamaria Anselmo racconta, in sintesi, la vicenda in cui è nato il libretto (sono 60 pagine) "Un viandante della complessità. Morin filofoso a Messina", indicando come l'opera sia costituita di tre parti: le laudationes di Girolamo Cotroneo e Giuseppe Gembillo, cui segue la lezione "La mia via alla concezione della complessità" di Edgar Morin.
Le tre sezioni si integrano alla perfezione.
Nella prima, Per Edgar Morin, di Girolamo Cotroneo, il docente illustra come la via che Morin ha seguito per giungere all'idea di complessità non sia stata lineare, quanto un continuo superamento di logiche ed ideologie (tra cui quella politica comunista che lo stesso Morin ricorda nella sua lezione) che incrostavano il raggiungimento di un pensare composto, in grado di rendere conto, attraverso un metodo ("Il Metodo" è, nei suoi sei volumi, una risposta alle 40 pagine de "Il discorso sul Metodo" di Cartesio) che riducesse i riduzionisimi a modalità di conoscenza parziale, reintroducendo, al contrario, il 'vecchissimo sentimento' del filosofo Morin "della relatività della verità e dell'errore e [...] della complementarità delle posizioni contraddittorie".
Si abbandonano le filosofie 'totalitarie', in nome di una visione in cui si alternano "isolotti di certezza e zone di incertezza": il metodo consente di navigare in siffatto ambiente e costruire una strategia del pensiero e dell'azione. La vita di Morin, introduce Cotroneo, è il diverticolato transitare di disciplina in disciplina per giungere al superamento della certezza intesa quale assoluto della conoscenza, non per approdare al relativismo ed alla sua deriva nichilistica, ma per irrobustire la strategia di conoscenza complessa che avanza per approssimazione ed emersione, considerando il sistema e non solo la parte, rielaborando la filosofia come pensiero del legame, e non della scissione ideo-logica, reinterpretando l'uomo non solo come 'sapiens', ma anche come 'demens'.
La seconda sezione è fondamentale: Giuseppe Gembillo, nel suo intervento La filosofia di Edgar Morin, rende una sintesi eccellente del pensiero del filosofo francese, tracciando un quadro della sua filosofia che si fonda su una utilizzazione estesa ed acuta dei testi scritti dallo stesso Morin. Sintesi, dicevo, e non riassunto, perché lo stesso autore esprime chiaramente come riassumere l'opera di un filosofo prolifico e multi-disciplinare quale Morin sarebbe impresa ardua. Ma sintesi di due elementi essenziali a comprendere i punti forti della filosofia moriniana: la ridefinizione di Soggetto ed Oggetto della conoscenza e la ridefinizone del loro rapporto, da un lato; la complessità come Sfida, dall'altro.
Alla ridefinizione di Soggetto conoscente, Morin è giunto attraverso una profonda auto-critica e a un ripensamento del collocamento dell'uomo nell'ambiente. Il percorso del filosofo è lungo. Qui basti ricordare, con le parole di Gembillo, che Morin "ha nello stesso tempo storicizzato e complessificato il Soggetto conoscente, radicandolo fermamente all'interno di un contesto e di un processo, nel quale è, contemporaneamente, produttore e prodotto, creatore e creato, in un rapporto interattivo il cui vero senso risiede nella reciproca relazione tra le parti in causa".
Analogo discorso riguardo all'Oggetto: esso non è l'elemento "semplice, immodificabile, misurabile quantitativamente e formalizzabile in maniera perfetta" come nella scienza classica. L'Oggetto è "evento storico e complesso", una sorta di oggetto-evento alla Prigogine, un sistema aperto che scambia continuamente energia con l'esterno e che, nel farlo, riesce a mantenere il proprio ordine interno al limite del caos. Vive in equilibrio quasi-stabile tra ordine e caos.
Ecco allora che, tentando di individuare un nesso tra Soggetto e Oggetto, come sopra sommariamente definiti, l'unica via è quella della relazione sistemica: un approccio, cioé, che si fonda sull'idea di 'transazione', con cui si intende che la conoscenza si attua solo se Soggetto e Oggetto non si elidono nell'atto del conoscere, come previsto dalla scienza classica, ma si compongono a sistema in termini contestuali e storici. Vuol dire, continuando, che non solo il soggetto verifica le proprie osservazioni, ma integra in esse la propria auto-osservazione, onde non cadere nell'errore della scienza classica che, estrudendo il soggetto nella metafisica del conoscere, con esso gettava l'aspetto 'fisico' e storico che ne influenza la conoscenza. Del resto, il soggetto interviene sempre, con tutto il proprio apparato metodologico-storico-sociale, nella definizione del sistema e, conseguentemente, nella selezione delle sue proprietà osservabili.
La Complessità nell'ordine delle cose cui si perviene non apre la via all'inconoscibile: tutt'altro! Richiede la rifondazione del pensiero e procedere scientifico, oggettivante e totalizzante, la costruzione di una "Scienza Nuova" dotata di un Metodo che possa "articolare ciò che è separato e collegare ciò che è disgiunto" (da Il Metodo, I, p.11). In un'ottica integrale e integrante: la scienza nuova non può e non deve cancellare i processi conoscitivi ereditati dalle epistemologie precedenti. Non bisogna cancellare il metodo tradizionale, perché "il pensiero complesso non rifiuta affatto la chiarezza, l'ordine, il determinismo. Sa semplicemente che sono insufficienti, sa che non si può programmare la scoperta, la conoscenza, né l'azione" (da Introduzione al pensiero complesso, p. 83). In questo senso la Complessità è una sfida: è una sfida ai concetti fondanti la scienza classica, al fine di spingersi oltre, integrandola e riformandola attraverso un metodo che è anche impegno toeretico, etico e pedagogico-formativo, come Edgar Morin ha sempre sottolineato nelle sue opere.
Infine, ecco la Lectio vera e propria. Il titolo è essenziale: "La mia via alla concezione della complessità": nella lezione, Morin ci racconta il cammino che ha fatto per arrivare alla concezione della complessità e del pensiero complesso. Si rivela un cammino tanto auto-biografico, quanto intellettuale incrocio con biografie altrui. E' un cammino anche di una personalità particolare, non conformista, per l'epoca: "io mi sono iscritto all'Università non per prepararmi a un mestiere, ma per soddisfare una curiosità; una curiosità generalizzata sulle questioni umane". Questo rende, almento per me, affascinante il percorso umano e filosofico di Morin. "Che cos'è l'umano, la vita umana, la società umana, il destino umano; e queste domande mi hanno fatto interessare a diverse scienze" (corsivo mio); qui sta il punto di svolta: "diverse" scienze. Per tentare la sfida all'umano, le scienze umanistiche non bastano. Occorre sapere quanto più possibile sulle intime connessioni tra gli elementi naturali. Occorre una prospettiva multi-disciplinare ed integrale: complessa, diremmo oggi. Tornando a Morin, ci racconta di quanto da lui seguito all'Università e di tre lezioni che ne ha tratto e che, nella sua Lectio, chiama: "ironia della storia", "storicizzare lo storico stesso" e "il doppio gioco della storia". Non tolgo il piacere al lettore di scoprire che cosa intenda con queste tre dizioni. Appunto solo che, come è evidente dalle designazioni, la storia non è mai neutra nella via alla complessità. Come non sono neutri altri due temi che ci ricorda Morin: la contraddizione e la morte. Sulla scia di questi, attraverso dubbio metodico, il pensiero si prepara al complesso. E inizia a raccontarsi in libri e opere che, al 2002, data della Lectio, costituiscono un'opera immensa. Un'opera che si è costruita sull'auto-critica, già citata. Morin cerca di scoprire il perché della propria entusiasta adesione al Comunismo e il perché dell'altrettanto intenso allontanamento. Solo introducendo il soggetto conoscente nell'interazione con l'oggetto e le vicende da conoscere, può emergere una soluzione complessa al problema di conoscenza. Morin ha lavorato molto sul suo "io storico", per comprendere oggetti storici. E per attivare quelli che il filosofo chiama "i miei quattro demoni antagonisti-complementari: il dubbio, la fede, la razionalità e la religione", demoni pro-vocatori, nella loro dialettica, di conoscenza. Che nasce dal conflitto. Che si muove tra le isole di certezza e gli arcipelaghi di incertezza. Che ci apre al cammino, ad una situazione in cui la stasi non conosce, in cui muoversi è moto essenziale, anche etico. Perché "Caminante non hay camino, El camino se hace en andar" o, in italiano, "Viandante, non c'è cammino, il cammino nasce nell'andare".
Rimandi ad altre recensioni a testi di Morin, principalmente sotto il profilo educativo e pedagofico, che ho terminato di leggere:
"Oltre l'abisso"
"La testa ben fatta"
"Educare gli educatori"
"Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'età planetaria"
"Le vie della complessità", in La sfida della complessità
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venerdì 18 marzo 2011
GLI OTTO PECCATI CAPITALI DELLA NOSTRA CIVILTA'
Come ho scritto nella mia recensione su aNobii, tante sono le edizioni di questo gioiello dell'umanità, quante le recensioni che lo accolgono in ogni dove.
Perché è un dire universale.
Un riflettere globale.
Un senso di responsabilità colossale.
E molto altro ancora.
I contenuti? Ecco che cosa racconta il risvolto del libro:
"In questo limpido libretto del 1973, che ha già avuto un successo strepitoso in Germania e lo sta avendo ora in tutto il mondo, Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina, affronta, nella prospettiva della biologia e dell’etologia, alcuni problemi capitali che si pongono al mondo di oggi. Tali problemi, secondo Lorenz, corrispondono ad altrettanti «peccati capitali», che la civiltà occidentale ha accumulato nella sua evoluzione e che minacciano oggi di ucciderla. La sovrappopolazione, la devastazione della terra, l’indottrinamento coatto, le armi nucleari, l’ostilità e l’indifferenza che si annidano nel corpo della società sono tutti anelli di una stessa catena fatale, prodotta da un atteggiamento incurante e rapace verso la vita. Distesamente e acutamente, con l’occhio lucido dello scienziato e insieme con appassionata partecipazione, Lorenz analizza le cause e i meccanismi di questi e altri peccati, la cui gravità è spesso tanto maggiore in quanto non vengono riconosciuti come tali – e le sue pagine daranno una prova convincente di quale aiuto prezioso possano offrire antiche e nuove scienze, come la biologia e l’etologia, nel tentativo di comprendere processi che coinvolgono oggi la vita di tutti".
Da leggere. E tenere nella mente e nel cuore. Imperdibile.
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