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mercoledì 28 marzo 2012

LA VITA DEGLI ALTRI


Sono pericolosamente invidioso della Vita altrui. Voglio la Tua Vita, la voglio assorbire, gustare, assaporare sino alla nausea e poi vomitarla via. L'Invidia è la mia Dominatrice e da Ella, solo da Ella voglio essere intimamente posseduto, sino alla Follia. Non desidero il Purgatorio, non starò coperto con il cilicio e con gli occhi cuciti di fil di ferro, piegato a sussurrare litanie e preghiere, per eoni, per comprarmi il paradiso: io Voglio l'Inferno. Io invidio anch'Esso, sublime regno del Peccato, che sempre arde Vivo.
Ha scritto quel mediocre che risponde al nome di Carlos Ruiz Zafón
:

"L'invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato. Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro".


Che i cretini non latrino mai a me, perché la mia anima
è la loro!

Che l'Invidia roda il mio cuore! Ad Ella lo dono, quale magnifico sacrificio di quanto più Umano è in me!

Perché l'Invidia è svalutata, laddove Essa è Nutrice e Motrice del Mondo!

domenica 27 marzo 2011

UN VIANDANTE DELLA COMPLESSITA'

More about Un viandante della complessitàDopo lunga ricerca, finalmente ho in mano una delle 1000 copie (precisamente la n. 876) della lectio magistralis tenuta da Edgar Morin nell'Aula Magna dell'Università di Messina il 5 marzo 2002 in occasione del conferimento della laurea honoris causa in filosofia e le laudationes pronunziate da Girolamo Cotroneo e Giuseppe Gembillo. Il lavoro è arricchito dalla documentazione fotografica dell'avvenimento.
Andiamo con ordine. La premessa di Annamaria Anselmo racconta, in sintesi, la vicenda in cui è nato il libretto (sono 60 pagine) "Un viandante della complessità. Morin filofoso a Messina", indicando come l'opera sia costituita di tre parti: le laudationes di Girolamo Cotroneo e Giuseppe Gembillo, cui segue la lezione "La mia via alla concezione della complessità" di Edgar Morin.
Le tre sezioni si integrano alla perfezione.

Nella prima, Per Edgar Morin, di Girolamo Cotroneo, il docente illustra come la via che Morin ha seguito per giungere all'idea di complessità non sia stata lineare, quanto un continuo superamento di logiche ed ideologie (tra cui quella politica comunista che lo stesso Morin ricorda nella sua lezione) che incrostavano il raggiungimento di un pensare composto, in grado di rendere conto, attraverso un metodo ("Il Metodo" è, nei suoi sei volumi, una risposta alle 40 pagine de "Il discorso sul Metodo" di Cartesio) che riducesse i riduzionisimi a modalità di conoscenza parziale, reintroducendo, al contrario, il 'vecchissimo sentimento' del filosofo Morin "della relatività della verità e dell'errore e [...] della complementarità delle posizioni contraddittorie".
Si abbandonano le filosofie 'totalitarie', in nome di una visione in cui si alternano "isolotti di certezza e zone di incertezza": il metodo consente di navigare in siffatto ambiente e costruire una strategia del pensiero e dell'azione. La vita di Morin, introduce Cotroneo, è il diverticolato transitare di disciplina in disciplina per giungere al superamento della certezza intesa quale assoluto della conoscenza, non per approdare al relativismo ed alla sua deriva nichilistica, ma per irrobustire la strategia di conoscenza complessa che avanza per approssimazione ed emersione, considerando il sistema e non solo la parte, rielaborando la filosofia come pensiero del legame, e non della scissione ideo-logica, reinterpretando l'uomo non solo come 'sapiens', ma anche come 'demens'.

La seconda sezione è fondamentale: Giuseppe Gembillo, nel suo intervento La filosofia di Edgar Morin, rende una sintesi eccellente del pensiero del filosofo francese, tracciando un quadro della sua filosofia che si fonda su una utilizzazione estesa ed acuta dei testi scritti dallo stesso Morin. Sintesi, dicevo, e non riassunto, perché lo stesso autore esprime chiaramente come riassumere l'opera di un filosofo prolifico e multi-disciplinare quale Morin sarebbe impresa ardua. Ma sintesi di due elementi essenziali a comprendere i punti forti della filosofia moriniana: la ridefinizione di Soggetto ed Oggetto della conoscenza e la ridefinizone del loro rapporto, da un lato; la complessità come Sfida, dall'altro.
Alla ridefinizione di Soggetto conoscente, Morin è giunto attraverso una profonda auto-critica e a un ripensamento del collocamento dell'uomo nell'ambiente. Il percorso del filosofo è lungo. Qui basti ricordare, con le parole di Gembillo, che Morin "ha nello stesso tempo storicizzato e complessificato il Soggetto conoscente, radicandolo fermamente all'interno di un contesto e di un processo, nel quale è, contemporaneamente, produttore e prodotto, creatore e creato, in un rapporto interattivo il cui vero senso risiede nella reciproca relazione tra le parti in causa".
Analogo discorso riguardo all'Oggetto: esso non è l'elemento "semplice, immodificabile, misurabile quantitativamente e formalizzabile in maniera perfetta" come nella scienza classica. L'Oggetto è "evento storico e complesso", una sorta di oggetto-evento alla Prigogine, un sistema aperto che scambia continuamente energia con l'esterno e che, nel farlo, riesce a mantenere il proprio ordine interno al limite del caos. Vive in equilibrio quasi-stabile tra ordine e caos.
Ecco allora che, tentando di individuare un nesso tra Soggetto e Oggetto, come sopra sommariamente definiti, l'unica via è quella della relazione sistemica: un approccio, cioé, che si fonda sull'idea di 'transazione', con cui si intende che la conoscenza si attua solo se Soggetto e Oggetto non si elidono nell'atto del conoscere, come previsto dalla scienza classica, ma si compongono a sistema in termini contestuali e storici. Vuol dire, continuando, che non solo il soggetto verifica le proprie osservazioni, ma integra in esse la propria auto-osservazione, onde non cadere nell'errore della scienza classica che, estrudendo il soggetto nella metafisica del conoscere, con esso gettava l'aspetto 'fisico' e storico che ne influenza la conoscenza. Del resto, il soggetto interviene sempre, con tutto il proprio apparato metodologico-storico-sociale, nella definizione del sistema e, conseguentemente, nella selezione delle sue proprietà osservabili.
La Complessità nell'ordine delle cose cui si perviene non apre la via all'inconoscibile: tutt'altro! Richiede la rifondazione del pensiero e procedere scientifico, oggettivante e totalizzante, la costruzione di una "Scienza Nuova" dotata di un Metodo che possa "articolare ciò che è separato e collegare ciò che è disgiunto" (da Il Metodo, I, p.11). In un'ottica integrale e integrante: la scienza nuova non può e non deve cancellare i processi conoscitivi ereditati dalle epistemologie precedenti. Non bisogna cancellare il metodo tradizionale, perché "il pensiero complesso non rifiuta affatto la chiarezza, l'ordine, il determinismo. Sa semplicemente che sono insufficienti, sa che non si può programmare la scoperta, la conoscenza, né l'azione" (da Introduzione al pensiero complesso, p. 83). In questo senso la Complessità è una sfida: è una sfida ai concetti fondanti la scienza classica, al fine di spingersi oltre, integrandola e riformandola attraverso un metodo che è anche impegno toeretico, etico e pedagogico-formativo, come Edgar Morin ha sempre sottolineato nelle sue opere.

Infine, ecco la Lectio vera e propria. Il titolo è essenziale: "La mia via alla concezione della complessità": nella lezione, Morin ci racconta il cammino che ha fatto per arrivare alla concezione della complessità e del pensiero complesso. Si rivela un cammino tanto auto-biografico, quanto intellettuale incrocio con biografie altrui. E' un cammino anche di una personalità particolare, non conformista, per l'epoca: "io mi sono iscritto all'Università non per prepararmi a un mestiere, ma per soddisfare una curiosità; una curiosità generalizzata sulle questioni umane". Questo rende, almento per me, affascinante il percorso umano e filosofico di Morin. "Che cos'è l'umano, la vita umana, la società umana, il destino umano; e queste domande mi hanno fatto interessare a diverse scienze" (corsivo mio); qui sta il punto di svolta: "diverse" scienze. Per tentare la sfida all'umano, le scienze umanistiche non bastano. Occorre sapere quanto più possibile sulle intime connessioni tra gli elementi naturali. Occorre una prospettiva multi-disciplinare ed integrale: complessa, diremmo oggi. Tornando a Morin, ci racconta di quanto da lui seguito all'Università e di tre lezioni che ne ha tratto e che, nella sua Lectio, chiama: "ironia della storia", "storicizzare lo storico stesso" e "il doppio gioco della storia". Non tolgo il piacere al lettore di scoprire che cosa intenda con queste tre dizioni. Appunto solo che, come è evidente dalle designazioni, la storia non è mai neutra nella via alla complessità. Come non sono neutri altri due temi che ci ricorda Morin: la contraddizione e la morte. Sulla scia di questi, attraverso dubbio metodico, il pensiero si prepara al complesso. E inizia a raccontarsi in libri e opere che, al 2002, data della Lectio, costituiscono un'opera immensa. Un'opera che si è costruita sull'auto-critica, già citata. Morin cerca di scoprire il perché della propria entusiasta adesione al Comunismo e il perché dell'altrettanto intenso allontanamento. Solo introducendo il soggetto conoscente nell'interazione con l'oggetto e le vicende da conoscere, può emergere una soluzione complessa al problema di conoscenza. Morin ha lavorato molto sul suo "io storico", per comprendere oggetti storici. E per attivare quelli che il filosofo chiama "i miei quattro demoni antagonisti-complementari: il dubbio, la fede, la razionalità e la religione", demoni pro-vocatori, nella loro dialettica, di conoscenza. Che nasce dal conflitto. Che si muove tra le isole di certezza e gli arcipelaghi di incertezza. Che ci apre al cammino, ad una situazione in cui la stasi non conosce, in cui muoversi è moto essenziale, anche etico. Perché "Caminante non hay camino, El camino se hace en andar" o, in italiano, "Viandante, non c'è cammino, il cammino nasce nell'andare".

Rimandi ad altre recensioni a testi di Morin, principalmente sotto il profilo educativo e pedagofico, che ho terminato di leggere:


"Oltre l'abisso"
"La testa ben fatta"
"Educare gli educatori"
"Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'età planetaria"
"Le vie della complessità", in La sfida della complessità

sabato 19 marzo 2011

LA STRATEGIA DEL CYBORG

More about Le strategie del Cyborg
Una recensione che non può che essere intersezione continua con il testo-matrice "La strategia del cyborg", generante...un dialogo cyborg!


Le 95 tesi di Lutero affisse sul portone della Chiesa di Wittenberg, il 31 ottobre 1517; o le 95, raccolte nell'aprile del 1999 da Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger, nel "Cluetrain Manifesto"; o i paragrafi-pagina dal 150 al 181 de "A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century", di Donna Haraway; o...


C'è qualcosa in comune tra "La strategia del Cyborg" di Thierry Crouzet e quanto sopra citato? C'è qualcosa di nuovo ed in-novativo? O, piuttosto, c'è qualcosa di diverso?


C'è tutto, di tutto questo. Siamo di fronte a un Manifesto scritto per molte persone (questo, ciò che è 'in comune'); un manifesto aperto, riprocessato e integrato nella sua prima forma scritta e integrabile ogni qual volta letto (questo, ciò che è 'in-novativo'); c'è la necessità della definizione sfumata quanto a distinzione ed estensione ("Il cyborg non è né umano né macchina [...] confonde i confini tra i generi") ed estratta non solo più per paragone (questo, ciò che è 'diverso').


Detto ciò, si instanzia una voce narrante: "1 Io sono un cyborg". Non è una voce narrante ego-centrica. Perché sin dalla propria imposizione, si relaziona e si scioglie nel dialogo con stimolatori testuali: Guillaud, Crouzet, Jag e altri...
Crouzet non è lo scrittore del libro: è una tra le voci che lo scrivono. Non a caso si dichiara 'cyborg': nello scrivere il libro, si sta estendendo, sta trascendendo il proprio io narrante e naturale in una multi-forma, simbiotica e dialogante, che è il  nocciolo stesso dell'essere cyborg
E' il cyborg a scrivere la propria strategia, il proprio Manifesto. Gli uomini quali Crouzet, Guillaud, Jag e gli altri stimolatori, inclusi noi stessi!che incrociamo in nota aiutano il cyborg ad esser-ci ed essi stessi a diventare, mutare, reinventare la loro presenza: stati di umanità aumentata (dalla radice "AUG", allargamento sanscrito di "UG-UK", abbreviazione della fondante "UAG-UAK": crescere, divenire forte, attraverso lo spingere, lo svegliarsi, il 
germogliare...). Del resto, "l’uomo aumentato aumenta le macchine che quindi aumentano l’uomo". Crescere insieme. Germogliare.


Germogliando, il cyborg entra in interazione simbiotica con il proprio ambiente. Il cyborg non esiste come monade. Il cyborg è relazione. Vive nella relazione. Si estende con essa e sfrutta la connessione quale via principale per evolvere e (in-)formarsi. Il cyborg non prescinde dall'umano, ma l'umano non è l'unica fonte di stimolo per il cyborg. L'umano, del resto, si fa cyborg ogniqualvolta estende i propri sensi o i meccanismi adattativi attraverso le protesi più diverse, da quelle meccaniche (occhiali) a quelle elettroniche (reti di computer) a quelle bio-fisiologiche (aggregati chimici e sostanze neuroattive). Queste protesi, tuttavia, esprimono spesso solo l'archetipa e arcaica rappresentazione culturale del cyborg ("I film e i libri di fantascienza hanno dato al cyborg una connotazione spaventosa. Ma l’umanità non si sta già facendo paura da sola? Serve un’immagine inquietante per stimolarci meravigliosamente"). 


Il cyborg è normale: interagisce con le norme e si auto-norma e auto-organizza. Non da solo. In società. Il cyborg è una entità sociale. L'umanità è nata cyborg
In questo momento storico ne sta prendendo maggiore consapevolezza. "Il cacciatore fa del cane un cyborg. La cyborghizzazione è riflessiva": questa riflessività è segno dei tempi. Da sempre l'uomo si è sentito in interazione con l'ambiente e in relazione asimmetrica con altri esseri od oggetti. Ora, qui sta il punto, si sta ri-organizzando. Riflettendo sul proprio essere aumentato, innesca un feed-back positivo per velocizzare l'accrescimento. E prende coscienza che ciò è possibile solo integrandosi sempre di più, diffondendosi e pseudo-speciandosi con l'ausilio degli organismi cibernetici. Se tale è la scelta, il destino è cyborg. Ecco la 'generalizzazione': "La strategia del cyborg consiste nell’unirsi all'altro da sé per accrescere se stesso. Un cyborg non può che essere sociale. Occupa lo snodo di una rete relazionale che unisce esseri viventi ad artefatti".


Il cyborg non può aumentar-si in sé, per sé e da sé. Per superar-si deve superare se stesso: come, se non interagendo con altri cyborg o altre matrici? Il cyborg è parassitario, ma è un parassita diverso: "non assorbe gli stimolatori con cui interagisce. Costruisce con loro". L'assorbimento è perdita dell'identità. Il cyborg percepisce se stesso come distinto dall'ambiente con cui è in simbiosi. Il cyborg è un "io". In ciò, il cyborg "non è né individualista, né collettivista". Il cyborg (si) in-nova. E' in grado di modificare i propri cablaggi neurali in base all'esperienza e a nuova conoscenza. Il cyborg è cerebrale: "Il cervello non smette di evolversi con l’età adulta". D'altra parte il cyborg è iper-sensoriale, data la mole immensa di sensori e connettori con il mondo interno ed esterno: il cyborg non è psicotico, è empatico e, grazie alle potenzialità di collegamento interpersonale sempre più avanzate, "l’empatia si estende d’ora in avanti all’umanità, alle altre creature e alla biosfera tutte insieme".


Il cyborg è intensificazione dell'umano: usare intensamente le nuove tecnologie, robotizzarsi, è parte della strategia del cyborg. E quindi dell'essere umano. Sotto questa luce, le opere del cyborg sono quanto mai con-divise, ma non sempre di massa: questo perché il cyborg opera supportato dai propri stimolatori e alla ricerca di sempre nuovi stimolatori. In questo rapporto con gli stimolatori prevale l'intimità della connessione, dalla quale si plasma l'opera, che resta sempre aperta, come in passato, ma in maniera più trasparente (le tracce della manipolazione creativa restano nella creazione). L'opera del cyborg è cristallina e sfaccettata. E', come detto, 'aperta', ma "l’apertura immediata e radicale è pericolosa. Troppe critiche che irrompono su un lavoro in gestazione lo soffocano. Ogni creazione deve avere il tempo di dispiegare le proprie ali. Ogni apertura deve essere progressiva al fine di evitare l’overdose reticolare. Troppa apertura uccide la creazione": provate a mettere ordine tra le vostre idee in un blog noto e costantemente aperto ai commenti e il filo della creazione cyborg si perderà per iper-stimolazione. L'iper-stimolazione può essere utile al cyborg, ma a dosi meditate e progressive.


Vogliamo essere cyborg, o meglio, visto che già lo siamo, vogliamo qualche consiglio sulla strategia per "migliorar-ci cyborg"?
Qualche cattiva abitudine per chi pratica la strategia del cyborg, il cyborg-Crouzet ce la fornisce: "Partire soli su un'isola deserta senza mezzi di comunicazione per realizzare una grande idea. Non rispondere alla mail di uno sconosciuto. Rifiutare gli inviti a sorpresa. Fidarsi solamente degli amici. Diffidare dei dilettanti."
E anche qualche abitudine buona: "Partire soli per la montagna o altrove, lontani dal tumulto, per avere delle buone idee. Scrivere a chi ci emoziona, che sia famoso o meno. Cercare di incontrare le persone che ci fanno riflettere. Accettare l’imprevisto. Non categorizzare in funzione di un pedigree."


Il cyborg legge. E la sua lettura è bi-attiva: il "cyborg, emette e riceve allo stesso tempo": come non citare la possibilità dell'estensore e-reader, che consente di condividere note, citazioni, riferimenti bibliografici, tanto in entrata quanto in uscita? Il cyborg apprezza l'e-book quale forma discorsiva e di apprendimento.


Quanto ai dualismi "Casa/lavoro. Personale/professionale. Privato/pubblico. Creatore/recettore. Maschio/femmina" il cyborg li integra tutti nel flusso della  creazione continua, resa iper-attiva dalle proprie protesi: "Non si può essere cyborg lasciando da parte un pezzo di sé". Come gli occhiali. O le scarpe. O un i-Phone.


Alla fine di questo discorso, il lettore cyborg potrà essere stimolato nel senso della perdita della qualità materialmente e fisicamente umana che sembra presente nel processo di "cyberghizzazione". Ecco uno stimolo contrario: il cyborg non vive attaccato alle macchine. Sfrutta le proprie protesi. Ma vive nel mondo umano: "L’esistenza dei cyborg non è priva di materialità. L’attività fisica contribuisce all’attività cerebrale. Senza presenza nel mondo, non c’è estensione possibile verso gli altri". 


Senza l'altro, io cyborg non esisto: ho bisogno di voi.


Alcune note utili sul testo di Crouzet:


# Madre-matrice:
Thierry Crouzet (Crouzet) (http://tcrouzet.com/)


# Stimolatori:
Hubert Guillaud (Guillaud)
Jeanne Argall (Jag)
Sam Dixneuf (Sam)
Nicolas Ancion (Ancion)
Jeanlou Bourgeon (JLB)
Isabelle Crouzet (Isabelle)


#Traduzione
Caterina Sarfatti


#Editore 
40K

venerdì 3 settembre 2010

I VOLTI DELLA MENZOGNA

...gli indizi dell'inganno nei rapporti interpersonali... di Paul Ekman
Questo testo di Paul Ekman, scritto nel 1985, è un tentativo, sistematico, di divulgare presso il pubblico i risultati allora raggiunti nell'ambito della ricerca sulle espressioni facciali e, per esteso, dei segni distintivi della menzogna.
Il testo sintetizza il quadro teorico alla base dell'approccio pragmatico con cui avvicinarsi agli indizi (potenzialmente) rivelatori della menzogna. Il riconoscere la menzogna è una competenza che si può acquisire, una volta individuato che cosa si deve cercare, ma che, per fornire risultati utili ed attendibili, richiede un intenso esercizio pratico, non essendo così naturale per l'essere umano riconoscere le tecniche, consapevoli o meno, di chi sta mentendo. Quel che si sostiene è quindi che, sapendo che cosa cercare nella voce e nel comportamento non verbale, oltre che verbale, è in parte possibile rilevare gli indizi che rivelano la menzogna.

Come può accadere? In genere, evince Ekman dai suoi studi sulle espressioni e sul comportamento emotivo, quando proviamo emozioni, "ciascuna di esse scatena una sequenza di segnali che le è propria, e che si manifestano nel linguaggio del corpo, nella voce e nelle espressioni del volto". Si tratta di un comune denominatore biologico, relativamente costante tra le diverse popolazioni, soggiacente ad altre manifestazioni improntate alle diversità culturali.
Imparare a riconoscere la menzogna può indurre a due comportamenti importanti: aiutare chi sta male e difendersi da chi tenta di fare o farci del male. Sempre che, osserva Ekman, non diventi un'ossessione!

Un capitolo interessante, tra gli altri, è quello sul poligrafo, o macchina della verità, in cui l'autore evidenzia tutti i limiti di una utilizzazione indiscriminata e non consapevole di che cosa 'legge' lo strumento. In quanto tale, infatti, esso legge, simultaneamente,  alcune modificazioni in più indicatori corporei (sudorazione, battito del cuore, tensione muscolare, ...), cioè, di fatto, rileva la presenza di un'emozione o, più genericamente, una alterazione dello stato fisiologico dell'individuo. Questa modificazione, tuttavia, può essere o non essere correlata alla presenza della menzogna: si pensi all'ansia che prova un innocente nel sottoporsi al test del poligrafo; essa è una dimensione esperenziale di disagio reale e il poligrafo la identifica quale tale. Ma potrebbe essere causata dallo stress dovuto al timore di non essere creduto. Per questo è essenziale  integrare che cosa ci 'dice' il poligrafo con altri indizi, maggiormente inequivocabili, relativi al mentire. Per evitare che un innocente diventi colpevole... a causa delle proprie normali e sane emozioni!

In fondo al testo, una serie di tabelle molto utili fornisce informazioni dettaglianti i vari casi di relazione/correlazione tra stati emotivi/tendenza alla menzogna/rapporto inquisito-inquisitore, particolarmente pertinenti per formarsi un quadro concettuale solido delle potenzialità e delle limitazioni delle ricerche descritte.

Una nota da tenere bene presente: non crediate, dopo aver letto il libro, di essere più bravi a riconoscere le menzogne... un po' di esercizio ci vuole!

Per fare un buon esercizio pratico, ci si può allenare con F.A.C.E. Training, un sistema di addestramento on-line, non gratuito, che si trova sul sito di Paul Ekman.


A breve seguirà una recensione al testo "Te lo Leggo in Faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste", sempre di Paul Ekman, ma più aggiornato in merito a teoria e metodo.

venerdì 20 agosto 2010

NIENTE

... come si vive quando manca tutto: antropologia della povertà estrema ... di Alberto Salza (2009, Editore Sperling & Kupfer, collana Saggi).
E' un libro delicato da raccontare, perché non saprei come farlo senza commettere almeno due tipi di errori gravissimi. Il primo, scadere nella retorica, perché nel libro di Salza di retorica non ce n'è e quando è presente è finalizzata alla diffusione del racconto per, diciamo così, 'i non addetti ai lavori' (cioé chi non ha conoscenze di antropologia). Il secondo, selezionare solo alcune parti, che potrebbero indurre il lettore a formarsi pre-giudizi sul testo prima ancora di leggerlo. Non posso permetterlo. Quindi questo libro va letto, perché ogni recensione non può che proporne una scarna riduzione.
E' un libro che racconta, letteralmente, del 'niente'. Il niente non come categoria antropologica, ma il niente reale, il niente inteso come  l'effettiva assenza di acqua, di cibo, di aria pulita, di un 'cesso', di una casa, di un lavoro, della salute, sino al limite della mancanza della vita stessa: morte, fine sofferente.
Il testo è piuttosto rigoroso (anche se in molti punti si lascia andare ad  una 'volgarizzazione' delle parole e dei concetti espressi, immagino al fine di ampliare e sensibilizzare un più vasto pubblico dei lettori o, comunque, di aumentarlo), scritto con tutta la forza fisica della parola 'o-scena', che cerca di mettere in scena ciò che non è descrivibile. Per farlo, talvolta l'autore, che ha vissuto ciò che ha scritto, non può che alleggerire l'oscenità con un po' di humour nero e di quel cinismo 'da caserma' con il quale si mette in risalto il niente assoluto di qualche centinaia di milioni di esseri umani.

Si parla di donne e di uomini che non vivono solo nei 'paesi in via di sviluppo', ma anche nei ricchi Stati Uniti o nell'Unione Europea. Questo perché le strutture operanti al fine di investire di 'niente' una parte della popolazione (che va per la maggiore...), prescindono dalla localizzazione geografica, che fornisce semmai il contesto di specializzazione del fenomeno, e si estendono, invece, in tutte le suture più deboli e soggette a cedimento delle società.
Nel testo l'autore non propone speranza, e sottolinea il limite del suo mestiere, l'antropologo ("Il mio lavoro non ha né onore né gloria. Lascia dietro di sé quella che in Vietnam si chiamava cripticamente SNAFU, Situation Normal All Fucked Up, cioè "Situazione normale, tutto a puttane", p. 335), e di tutte le categorie che cercano di inquadrare, per noi che abbiamo 'qualcosa', i termini di povertà e miseria. Anche solo per comunicarli, occorre infatti esprimerli con le sfumate parole delle lingue dei luoghi ove si espandono, siano essi in Africa, Sudamerica, Australia o, essendo l'autore torinese, negli slum nella periferia di Torino.
Credetemi quando dico che trovo difficile sintetizzare in qualche modo questo testo. Come si può sintetizzare ciò che elegge il 'niente' come oggetto di descrizione vissuta, avvicinato, in qualche modo 'assorbito' dall'autore?
Quel che posso fare è cercare di far trasudare, dal testo, alcuni elementi utili affinché esso venga letto: mi rendo conto che non ho altro di più da fare. Niente, tanto per riecheggiare il testo, ma già cascando nella retorica...
Così, il testo è suddiviso in una introduzione, in una (s)conclusione e in due parti centrali.

La prima parte centrale è quella che ci racconta come si misura la povertà,  ma come questa stessa misurazione non sia quella con cui le diverse genti individuano il fenomeno che, in questo caso, coincide con le loro vite. E' una parte molto importante per capire la difficoltà di avere a che fare con fenomeni 'al limite', quali la miseria e la povertà. Ma è soprattutto rilevante perché include una sezione in cui l'autore chiarisce "le trappole della povertà", cioé quei meccanismi a circolo vizioso che una volta innescati portano al 'niente' oggetto del testo. E che non si possono disinnescare. Unica possibilità: bé, non finirci dentro. Le "trappole della povertà" sono le autostrade per la miseria. Per citarne alcune, che l'autore esemplifica nel mondo reale, con storie vere, con relazioni documentate (tutto il testo, per ogni capitolo, per ogni affermazione, è documentato, circostanziato, preciso), con esperienze sue proprie, ecco che abbiamo:
-trappola dell'istruzione: i bambini al lavoro;
-trappola dei debiti e delle obbligazioni;
-trappola della sottonutrizione e della malattia;
-trappola della bassa professionalità;
-trappola della fertilità;
-trappola della sussistenza;
-trappola dell'erosione agricola;
-trappola dei beni comuni;
-trappola della criminalità;
-trappola della salute mentale.
La "trappola" è un meccanismo che inghiotte e letteramente finisce per seppellirti 'vivo'. I Paesi Sviluppati adottano "tecniche" per disinnescare tali trappole che però, non entrando viva-mente nella struttura di vita infernale delle stesse e nella ragione di essere (in fine dei conti razionale!) che le alimenta e le perpetua, in genere fanno molto più danno che bene.
Così gli slum, "ventre molle della bestia", si espandono a ritmi esponenziali, circondando ed infiltrandosi nelle città che sono artefatti pieni di punti deboli, perché il loro progetto non è in grado di integrare la devastazione della miseria, se non tamponando di volta in volta i focolai di distruzione che inceneriscono le periferie, soffocano le persone, intossicano le acque. Difficile essere capaci di inventarsi modalità per superare la catastrofe, dovuta anche all'aumento globale della popolazione.

La seconda parte ci racconta la teoria e la pratica del 'niente'.
Per farsi un'idea, basta scorrere i capitoli, introdotti da "Voci" reali (piccoli scorci di contesto) e poi espansi a cercare di descrivere e spiegare che cosa sta succedendo, tanto da noi, quanto nei paesi 'in via di sviluppo':
-Niente cibo;
-Niente acqua;
-Niente casa;
-"No toilet";
-Niente salute;
-Niente istruzione;
-Niente pace;
-Niente donne;
-Niente vecchi e bambini;
-Niente sicurezza;
-Niente diritti;
-Niente sviluppo;
-Niente patria;
-Niente storia;
-Niente sogni: docu-fiction.
La seconda parte, in sintesi, fornisce l'articolazione del 'niente', che però è un 'niente' concreto, tutto fatto di storie, di impasse, di vincoli, di lotta per la sopravvivenza, di errori, di tentativi di rimozione, di crudeltà, di abiezione, di criminalità, di prigionìa, di violenza, amoralità e molto altro ancora, tra cui, per paradosso, anche 'razionalità' diverse, che si scontrano e lasciano cadavederi sul campo o, peggio, corpi vivi degradati e violentati quotidianamente.

Infine, la terza parte: sconclusioni. E' una sezione ricca di spunti di riflessione, in quanto unisce il percorso esperito nelle due parti precedenti al fine di collocarlo sulla scia del futuro possibile (e inevitabile?) della povertà/miseria, futuro che vede la genesi dell'homo nihil, separato da mura le più diverse (cemento, lingua, territorio, socialità, ecc.) dall'homo sapiens. I poveri diventano soggetti di una speciazione, diventano mutanti, a causa delle condizioni di vita in cui sopravvivono e delle conseguenti strategie socio-biologiche che si trovano vincolati ad adottare. "Resilienza o morte", sostiene l'autore, dove la prima è da intendersi come "abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione" di quello esistente, pena il collasso.
Il testo a questo punto esemplifica le relazioni, in-compatibili, di-vergenti, eppure intimamente collegate, tra le modalità della crisi finanziaria globale, inerente l'uomo 'a credito' e le sue tattiche di sopravvivenza, e le modalità locali di resilienza dei poveri 'a debito' perenne in diversi contesti geografici, con una ricca esemplificazione che deriva da ricerche sul campo e da rapporti di diversi studiosi, da un lato, di persone nate e forzate alla vita, con tutte le strategie immaginabili, dall'altro.
A questo punto si è alla sintesi. Che non conclude, come non concludono le parole dei potenti del Pianeta, le strategie anti-povertà che diventano strategie anti-poveri, come non conclude la ricerca sociale, antropologica, medica e umanitaria. Siamo al punto in cui solo i miseri possono concludere, giorno dopo giorno, la loro storia di miseria e adattamento.

Attenzione che qui seguono due punti che ritengo essenziali per questa recensione.

UNO
Io ho raccontato come ho potuto quello che ho letto. Integro con quanto l'editore sinteticamente propone perché, forse, può innescare un po' di più lo stimolo alla lettura sul tema che, forse, non è tanta (se poi questo serva a qualcosa non lo so; credo però che conoscere sia sempre un valore aggiunto).

Riporto dalle note di copertina:
"Come si fa a capire la povertà del mondo di oggi? Basta pensare al sifone del gabinetto (quello all’occidentale, non il semplice buco nel terreno che va per la maggiore nel resto del pianeta): chi sta in alto respira aria pulita e guarda verso il cielo. Chi sta nella strettoia centrale si industria a galleggiare sulla schiuma. Ma chi sta sotto la curva del sifone, per quanti sforzi faccia, non ha modo di risalire.

In altre parole: i poveri sono sempre più poveri. E ciò accade tanto nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, quanto nelle nostre città. Dalla giungla al giardino di casa nostra, il mondo è disseminato di trappole che si chiamano assenza: di cibo, acqua, casa, patria, diritti, istruzione, salute.

Alberto Salza, antropologo irriverente e, in qualità di viaggiatore, grande narratore di storie, per quarant'anni ha vissuto pericolosamente a contatto con la miseria estrema, dalle periferie delle nostre città agli slum delle megalopoli di Africa e Asia. Ne ha ricavato un pugno di teorie e molti taccuini di aneddoti e incontri con personaggi impossibili da dimenticare. Il risultato è questo volume: fra scienza e racconto, humour nero e tragedia, un libro di antropologia che si legge come un reportage e si chiude con una domanda tanto paradossale quanto inquietante. Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? L'homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo anello dell'evoluzione umana?"

E dalla quarta di copertina:
"Il mondo è un laboratorio sporco, ma è tutto quello che ho. Sono un antropologo sul campo e un mercenario dello sviluppo. Mi muovo tra i derelitti, analizzo ecosistemi, mi nutro di carestie, cammino con i nomadi, incontro carovane di armi e guardo dall'altra parte, ho spesso fame, bevo acqua marcia, tocco malati e non dono medicine, faccio finta di essere povero, descrivo 'tribù' inventate da antropologi e politici. Se tutto va bene, non succede nulla, e nessuno si accorge del mio lavoro."

DUE
Credo che sia essenziale soffermarsi sullo stile e su alcuni contenuti presenti nel testo di Salza. Ritengo, infatti, che il libro in sé sia stato progettato per diffondere presso un ampio pubblico di lettori, grazie ad una campagna di esposizione piuttosto forte, un po' più di consapevolezza sull'eco-socio-sistema Uomo, inteso su scala planetaria e in termini più estesi di quanto non si faccia normalmente in altri testi di antropologia maggiormente 'tecnici'. Sotto questo punto di vista, rilevo un'ottica di "utilità della diffusione di conoscenza", non forse tanto per l'Editore, che è giustamente orientato al profitto, ma forse per l'autore e comunque, questo è ciò che conta, per il lettore. Ho tuttavia riflettuto con attenzione su una recensione, postata su aNobii, molto dura e critica, ma ben circostanzata e, ritengo, saggia,  di una lettrice (amante dell'antropologia e, in questo, 'ispirata' da una conferenza di Salza), dal titolo molto efficace: "scoprirsi piacioni a 65 anni". Credo che sia da leggere insieme a questa, perché un pensiero complesso, adatto al mondo di oggi, deve impegnarsi (e secondo me esiste un vero e proprio dovere in tal senso) a comprendere il maggiore numero di lati di un discorso che altri, come in questo caso la lettrice di antropologia 'Mariposaenuvole', hanno reso possibile evidenziare. E' importante perché amplia la possibilità critica del lettore generalista (ma non solo, dovrebbe valere anche per il lettore 'professionista', ammesso che esista...), che legge, per esempio per la prima volta, un racconto fondato su studi sulla povertà sotto il profilo antropologico, inserito in un testo di divulgazione. Il link al testo su aNobii è il seguente, poi potete scorrere le recensioni e trovare quella di "Mariposaenuvole":  http://www.anobii.com/books/Niente/9788820046620/017363ebea8b6cd008/

domenica 15 agosto 2010

OLTRE L'ABISSO

...ogni errore di pensiero porta a errori di azione che possono aggravare i pericoli che si vogliono combattere... di Edgar Morin.
Questa raccolta di articoli che Morin ha scritto tra il 2001 e il 2007 ha per filo rosso l'intreccio di alcuni dei temi cari all'autore, contestualizzati, però, in riferimento ad accadimenti storici dell'epoca indicata.
Siamo dopo il crollo delle Torri Gemelle, nel mezzo della lotto contro il terrorismo internazionale, all'avvicinarsi della crisi economica che esploderà poco dopo la fine del 2007, nella melma di un mancato sviluppo per molti ex stati-nazione, con aumento di poverà fisica e culturale, e in assenza, sostiene Morin, di buone prospettive per il futuro.
Lo sguardo pessimistico è però rovesciato, come è tipico nell'attitudine al pensiero complesso dell'autore, nel suo opposto: dall'abisso trarre indicazioni concrete, non meri appelli filosofici, per guardare verso l'alto, cioé verso il futuro del sistema ecologico umano, oltre la barbarie, verso una società-mondo che consenta all'umanità tutta, insieme ed inseparabilmente, di sopravvivere, vivere ed umanizzarsi.
Ogni capitolo è un articolo a sé, dove Morin svolge la propria riflessione su un aspetto di osservazione della realtà che è, naturalmente, sempre messo in rete in una visione globale, la sola, crede Morin, in grado di non asservire la parcellizzazione dei saperi e degli esseri umani, garantendo invece una nuova ri-conciliazione con il tutto e con le diverse genti sul pianeta. Non una ri-conciliazione utopica, tutt'altro. Una ri-conciliazione concreta, fondata sull'azione politica, sull'istruzione, sui micro-comportamenti quotidiani, sul controllo dell'attività degli Stati, in forme riconducibili, di per sé, al punto centrale già più volte commentato scrivendo di Morin: il pensiero complesso come strumento operativo per una nuova 'politica di civiltà' o antropolitica.
Con questo termine, per dirla in pochissime parole, Morin intende il recupero di tutte le conquiste della società occidentale, attraverso una rielaborazione non solo quantitativa e schiava del progresso tecno-logico, ma qualitativa, aperta all'essere, agli esseri viventi, tutti invitati a godere dei diritti e delle opportunità che essa, nei secoli, ha potuto creare.
L'antropolitica nasce dove l'uomo Occidentale finisce. Nel senso che nasce dalla presa di consapevolezza dell'incertezza e dalla fallibilità intrinseca alla sequenza 'progressista' scienza-tecnica-economia-profitto, e della improbabilità della stessa radice 'progresso'. L'antropolitica include l'Oriente e tutti i continenti: non è Europo-centrica, Asio-centrica, Americo-centrica, e via dicendo, perché è planetaria; il proprio orizzonte è Gaia, Terra-Madre, lo spazio della fisica, della biologia e delle scienze sociali, trio che, lungi dall'essere solo la somma di strati distinti, costituisce un fenomeno emergente nuovo, che è l'eco-socio-sistema uomo. Da questo punto di vista, l'imperativo è collegare.

Scritto questo, il testo è una felice composizione di pensieri e riflessioni contestualizzate, in cui ruolo primario ha, tra le altre cose, la riforma dell'educazione e delle modalità di pensiero, che presuppone un abbandono della compartimentazione disciplinare (anche nella politica, nell'azione degli stessi governi, a partire dagli Stati Uniti, da Israele, dal contesto Arabo-Islamico, ...), nel nome di una com-prensione più sintetica, forse, ma sicuramente più sfaccettata ed efficace. La com-prensione (il "prendere in sé", anzi "con sé") dei problemi, la loro com-unicazione (il "metterli in comune," al di là delle diversità di lingue o culture), al fine di una loro, pur improbabile, ri-soluzione (una soluzione nuova, aperta, che ri-genera lo stato delle cose).

Credo che il capitolo più bello, più intenso, sia quello dal titolo "Realismo e utopia", in quanto in esso più chiaramente emerge la passione di Morin per quanto si sente in dovere di dire, di scrivere, di comunicare, per partecipare della sua natura propriamente umana, per contribuirvi. Il capitolo, in francese, si può trovare anche in "Diogène", n.209, 2005, Goux, Jean-Joseph, Presses Universitaires De France (Puf), Réalisme et utopie.

Per concludere, "dobbiamo cambiare strada, abbiamo bisogno di un nuovo inizio. La frase di Heidegger deve suonare come un appello: L'origine non è dietro di noi, è davanti a noi" (Vers l'abîme?, Le Monde, 1 gennaio 2003).

Ecco il contenuto del testo:
  
Prefazione all'edizione italiana di Bianca Spadolini
Verso l'abisso?
La crisi della modernità
Oltre i Lumi
La sfida della globalità
Emergenza della società-mondo
La cultura e la globalizzazione nel XXI secolo
Società-mondo contro terrore-mondo
Realismo e utopia
L'origine è davanti a noi
Verso l'abisso? (conclusione, molto attuale!)

giovedì 12 agosto 2010

EDUCARE GLI EDUCATORI

... una riforma del pensiero per la democrazia cognitiva... di Edgar Morin
(a cura di Antonella Martini, traduttrice Elvira Moncada).

La prima parte, "Il Futuro del Mondo", è una intervista, realizzata da Antonella Martini e Fabio Colapaoli nel dicembre 1997, che alterna la sequenza [domanda degli intervistatori] - [segmenti di risposta di Morin] - [esplicazione/commento dei/ai segmenti di risposta di Morin attraverso citazioni dall'opera dello stesso estratte da Antonella Martini] - [segmenti di risposta di Morin] - [nuova domanda degli intervistatori], e così via. Diventa una sorta di narrazione densissima di pensieri che Morin ha sviluppato per decenni. Dalla sentita necessità di superare l'inadeguata forma dello stato nazione, al considerare l'opportunità di un progressivo processo di decentramento decisionale; dalla critica verso le monocolture degli stati sottosviluppati, al sostegno ad alcune forme di de-penalizzazione per sconfiggere il narcotraffico, e via dicendo, l'intervista si trasforma in un blocco di appunti e di collegamenti per potere esercitare il proprio pensiero critico e confrontare la propria opinione con quella espressa da Morin e per seguire le linee di pensiero che sono state tracciate tanto dal pensatore francese, quanto da altri soggetti, i più diversi.
Decido di puntare su due idee, tra le tante proposte.
- Disseminare. Per Morin diviene il compito essenziale per evitare l'atrofizzarsi del pensiero critico; per Morin disseminare è fecondare su un terreno aperto alla complessità, non recintato nella iperspecializzazione dei saperi. E' un ritorno ad una visione sistemica, che consente una democrazia cognitiva, cioé una democratizzazione della conoscenza in grado di ricucire la frattura creatasi tra la (tecno)conoscenza iperspecializzata di pochi e quella a disposizione del cittadino, indispensabile per partecipare alla vita politica e ai processi decisionali che questa comporta.
- Prendere in considerazione la circolarità. Sostiene Morin (Morin, E., 1983, Il metodo. Ordine, disordine e organizzazione, Feltrinelli, Milano, p. 24): "Prendere in esame la circolarità significa [...] aprire la possibilità di un metodo che, facendo interagire i termini che si rinviano l'uno all'altro, diventerebbe produzione, attraverso questi processi e questi scambi, di una conoscenza complessa che comporti la propria riflessività". Circolarità che le Università, sostiene ancora Morin, fanno di tutto per spezzare. Ecco come questo avviene, a detta dell'Autore (op. cit. p. 16): "Ogni neofita che entra nella Ricerca si vede imporre la rinuncia fondamentale alla conoscenza. Lo si convince che l'epoca dei Pico della Mirandola è passata da tre secoli, che ormai è impossibile costituirsi una visione dell'uomo e del mondo insieme. Gli si dimostra che la crescita dell'informazione e la sempre maggiore eterogeneità del sapere superano ogni capacità di immagazzinamento e di trattazione da parte del cervello umano. Gli si assicura che non bisogna lamentarsene, ma felicitarsene. Dovrà quindi dedicare tutta la sua intelligenza ad accrescere quel sapere determinato. Lo si inserisce in una équipe specializzata, e in quest'espressione il termine sottolineato è 'specializzata', non 'équipe'. Ormai specialista, il ricercatore si vede offrire il possesso esclusivo di un frammento del rompicapo la cui visione globale deve sfuggire a tutti e ad ognuno. Eccolo diventato un vero ricercatore scientifico, che opera in funzione di questa idea motrice: il sapere viene prodotto non per essere articolato e pensato, ma per essere capitalizzato ed utilizzato in maniera anonima".

Altro ancora emerge dall'intervista: politica di civilizzazione, riforma del pensiero, fraternità, antropo-etica... tanti spunti che vengono poi rielaborati nella seconda parte del libretto, "Un nuovo pensiero per il terzo millennio". In essa Morin dispiega in modo argomentativo il pensiero che, in nuce, traluce dall'intervista.

La terza parte, "La complessità del pensiero complesso" è un ulteriore commento al pensiero di Morin da parte di Antonella Martini, che elabora alcuni punti centrali del 'lavoro in corso' proprio della ricerca di Morin. Il testo si concentra su una pietra miliare del lavoro del filosofo francese, e cioé individuare una "riforma del pensiero" per uscire dal XX secolo. Tale riforma non può prescindere, secondo Morin, dalla reintroduzione del complesso nel pensiero odierno, al di là di riduzionismi o chiusure disciplinari ed etiche.

La quarta parte, "La riforma del pensiero presuppone una riforma dell'essere", consiste nell'intervista con Edgar Morin tratta da Transversales Science/Culture del dicembre 2001. La riforma dell'essere è la costruzione individuale e collettiva di una nuova auto-critica, un auto-esame, che ha necessariamente bisogno del confronto con gli altri e che eviti che ogni donna e uomo si comporti come un pappagallo che ripete l'input recepito, senza filtri, senza lo sforzo e l'impegno del discernere. Ed è entro i limiti di questa riforma che prende senso ciò che Morin ha coniato come "vangelo della perdizione": "siamo su questa terra perduti nel cosmo; per ciò aiutiamoci l'un l'altro invece di farci guerra l'un l'altro. E' il contrario del vangelo che ci dice che saremmo salvati se siamo 'gentili con gli altri'. No, dobbiamo essere 'gentili' perché siamo 'perduti' [...] non possiamo astenerci da questo dovere di conoscenza."

La quinta parte, infine, "I sette saperi necessari all'educazione del futuro", rappresenta una sintesi della proposta che Morin ha ampliamente illustrato altrove (Morin, E., 2001, I sette sapere necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano), per sviluppare la riforma del pensiero che potrà essere il fondamento della educazione futura. Qui mi piace ricordare uno dei sette saperi: Affrontare le incertezze. Secondo Morin, è questo un sapere essenziale: "Bisogna apprendere a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze" (op. cit., pag. 14).

Il testo conclude con una brevissima "Biografia di Edgar Morin" ed una "Bibliografia" essenziale delle sue opere.

Merita ricordare che alcuni dei temi di questo libretto sono anche ripresi ne "Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'era planetaria", recensiti nel blog.

Unica pecca, inammissibile, del testo edito dalla EDUP, è la quantità immensa di errori ortografici e di veri e propri errori grammaticali (siamo nell'ordine di parecchie decine per un centinaio di pagine di testo).
Immagino che questa mole di errori sia da attribuirsi ad una scadenza per le stampe che non ha concesso la minima revisione delle bozze e della traduzione. O, almeno, lo spero davvero.

martedì 25 maggio 2010

LA SFIDA DELLA COMPLESSITA'

... a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti ...

Un testo che è l'intersezione di molti testi, l'incrocio di punti di vista di molti autori, ognuno con il retaggio della propria disciplina. E' un testo molto ricco, quello curato da Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti in un'impresa che già dal titolo ricorda la 'sfida'.
Mettere insieme autori così diversi, su un oggetto così scivoloso e sfuggente come la complessità, merita già di per sé un elogio. Presentarli nel modo in cui fanno i curatori, bé, è davvero sorprendente e delizioso. Anche perché, nell'anno 1985, quando la prima edizione del testo venne pubblicata, il mondo che ruotava intorno all'idea di complessità era quanto mai effervescente ed era difficile rintracciare quei sentieri che ne avrebbero permesso una maggiore definizione, pur rimanendo ancora oggi, nel 2010, la complessità, di fatto, una sfida. Comunque Bocchi e Ceruti, i quali peraltro intervengono in due bellissimi capitoli del testo, accolgono questa sfida e, in parte traducendo essi stessi i testi originali, invitano un numero considerevole di autori al simposio sulla "incertezza nelle nostre conoscenze", dove miti che per secoli hanno fondato i diversi campi del sapere, sembrano cedere il passo ad una brusca, ma costante, modificazione e ridefinizione.
Si tratta di rilevare i limiti della scienza classica (sia 'hard science', sia 'soft science'... e già qui le distinzioni sono peregrine) e, lungi dall'espellerla dal campo del sapere, espanderla ed estenderla partendo da presupposti ed intuizioni diverse. Tanto in fisica, quanto in biologia; in cibernetica quanto in neurobiologia; nelle scienze sociali, quanto in quelle psicologiche e del comportamento. Il quadro è vario e molto colorato. Lo sfondo è il senso del volere conoscere il mondo, oltre le semplificazioni o i pre-supposti delle allora, ed anche oggi, discipline.
Il libro è ben fatto, perché aiuta il lettore, e molto. Lo aiuta perché nella 'Presentazione' illustra in sintesi i contenuti degli interventi che seguiranno, in modo che il lettore, qualunque lettore, non risulti troppo spaesato. Infatti, quando leggi un capitolo, poi puoi tornare alla presentazione e cogliere il senso sintetico dello stesso, almeno secondo il punto di vista dei curatori, integrandolo con il tuo proprio percepito. Aiuta il lettore nel presentare gli autori, di cui si ha una breve biografia a fine testo. E aiuta per le note a fine di ogni capitolo, dove si trova la bibliografia essenziale cui rivolgersi per non perdere troppo tempo nel vasto campo presentato. Manca un indice analitico, ed è un peccato: ma si sa, non tutto si può avere sempre.
Il libro è da leggere: una sintesi sarebbe sprecata. Ecco il ricchissimo materiale che contiene, con i relativi autori.

Introduzione: La sfida della complessità nell’età globale di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti
Presentazione di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti

- La hybris dell’onniscienza e la sfida della complessità, di Mauro Ceruti
- Le vie della complessità, di Edgar Morin
- Perché non può esserci un paradigma della complessità, di Isabelle Stengers
- Progettazione della complessità e complessità della progettazione, di Jean-Louis Le Moigne
- Il complesso di semplicità, di Ernst von Glasersfeld
- Cibernetica ed epistemologia: storia e prospettive, di Heinz von Foerster
- Complessità del cervello e autonomia del vivente, di Francisco J. Varela
- Complessità, disordine e autocreazione del significato, di Henri Atlan
- L’esplorazione della complessità, di Ilya Prigogine
- L’approccio della sinergetica al problema dei sistemi complessi, di Hermann Haken
- Gaia: una proprietà coesiva della vita, di James E. Lovelock
- Il darwinismo e l’ampliamento della teoria evoluzionista, di Stephen Jay Gould
- La traduzione della complessità biologica in una sottile semplicità, di Brian C. Goodwin
- Contributi sulla complessità: le scienze neurologiche e le scienze del comportamento, di Karl Pribram
- Complessità esterna e complessità interna nella costruzione d’un modello di comportamento, di Luciano Gallino
- L’architettura del “Jumbo”, di Douglas R. Hofstadter
- Il conoscere del sapere. Complessità e psicologia culturale, di Donata Fabbri Montesano e Alberto Munari
- La scienza politica e la sfida della complessità, di Gianfranco Pasquino
- L’evoluzione della complessità e l’ordine mondiale contemporaneo, di Ervin Laszlo
- La gestione a tecnologia superiore e la gestione della tecnologia superiore, di Milan Zeleny
- Dal paradigma di Pangloss al pluralismo evolutivo: la costruzione del futuro nei sistemi umani, di Gianluca Bocchi

Che dire? Davvero una buona lettura per entrare nel mondo con occhi più... complessi!

sabato 10 aprile 2010

CONNECTED

More about Connected 

Connected (The Surprising Power of Our Social Netwoks and How they Shape Our Lives) è un testo intrigante, ricco, in grado di dire qualcosa di nuovo sulle 'social networks', studiate con attenzione tipica dello psicologo sperimentale e del fisico e la vividezza accattivante dell'antropologo che si fa sociologo. E' un testo che ti prende, per nulla noioso, basato su una serie vastissima di esempi che partono dalla diffusione dell'isteria nei primi anni del XX secolo, passeggia ancora più indietro nella trasmissione documentata di certi tipi di comportamenti, e perché no, anche di germi e batteri, tra le genti di diversi paesi del mondo, ritorna al presente e ad internet, spingendosi sino ai fenomeni emergenti, quali urban blogs, siti quali Facebook, Twitter e quelli che invece sono morti, passando per la famosa pandemia di Second Life, nonché per i reality show, in un continuo andare e tornare dalla realtà alle reti che la costituiscono... e via dicendo.
Ma non leggerete lo stesso testo generico sulle reti, su internet, sull'emergenza dei fenomeni: questo testo è "unico" perché sintetizzando e rielaborando una mole immensa di dati e di esperimenti studia il legame, il collegamento, la funzione che ha il posizionamento entro una rete, in rapporto agli altri nodi e, in particolare, agli individui. Elaborando una serie di dati di diversa origine (indagini dall'era della pietra in avanti, su scala micro- e macro-) sul mondo umano, animale, cibernetico, informatico, con la capacità di studiarvi sopra ed elaborarvi nuovi modelli di relazioni (la creatività, la curiosità e la capacità di vedere i legami deboli tra aree di studio apparentemente distanti di questi due scienziati è eccezionale, da scienziati, nel vero senso della parola), i due autori ci affascinano su come le scelte dell'individuo siano intrinsecamente legate al mondo sociale (o di scelta asociale) in cui egli si trova. Possono sembrare elementi banali, e alcuni esperimenti si trovano citati in altri testi, ma è il modo in cui nuove leggi individuate elaborando masse così diversificate di dati, con un approccio da laboratorio e la borsa del buon senso sempre accanto, che non lascia deluso il lettore. Alcune leggi hanno un grado di predittività tale da risultare utilissime nello studio di pandemie, di comportamenti anomali, ma di massiva diffusione, di normali comportamenti di scambio, ma che le teorie del mercato non sono in grado di spiegare, delle relazioni sentimentali, personali e di massa.
Difficile è fare una sintesi, perché gli stimoli sono innumerevoli, specie per chi, psicologi della rete, sociologi, specializzandi in infettivologia, medici, informatici, possono nel loro proprio lavoro trarre spunto dalle ricerche presentate e replicarle, aggiungendo tutte quelle variabili che, in una vita e in un libro, davvero non possono essere contenute.

Quanto alla leggibilità il testo, sinora edito solo in inglese, è una favola: l'inglese usato è pulito, scorrevole, formulato per capire ogni passo del ragionamento e poi leggero, via, verso le conclusioni o le nuove indagini.

Quanto alla grafica, il testo inglese è corredato di 8 tavole su carta lucida che evidenziano elaborazioni di reti di persone estratte da studi reali ed esemplificano i concetti del testo. Oltre alle tavole il testo è completato da disegni e grafi in bianco e nero, parte degli autori, parti estratte da altri studi.

La bigliografia è per capitoli. L'indice analitico è ben strutturato.
Anche i soliti ringraziamenti finali sono in realtà proiettati in un grafo della rete che, costruendosi, li ha permessi.
Da leggere.

mercoledì 6 maggio 2009

Strumentaria Elettrica

Nell'inverno del 2008 ho partecipato ad una serata molto interessante: AUTOPSIA DI UN TELEFONO, Lezione pubblica di Vittorio Marchis.

Si è trattato, come dice il nome, di una autopsia eseguita su un oggetto che ha segnato e segna la vita di noi tutti. Una autopsia della 'techné" del quotidiano. Sono rimasto favorevolmente impressionato da tale evento, poiché è un caso di successo di "divulgazione scientifica", destinato ad un pubblico il più eterogeneo e, nello sforzo estremamemente ben riuscito degli autori e dell'anatonomo, realizzato attraverso una rappresentazione teatrale, ricca di citazioni, re-citazioni e gags pur nel rispetto del rigore scientifico.

Ecco che, con "Strumentaria Elettrica" l'evento si ripete, nella cornice di una mostra più ampia.

Estraggo dal sito dell'evento la sezione che più mi interessa, essendo rivolta ai giovani studenti:

L'IDEA DI UNA MOSTRA PER GLI STUDENTI
del Prof. Umberto PISANI - Politecnico di Torino, Ordinario di Misure Elettriche
L’idea della mostra è nata dalla esigenza di divulgare tra i nostri studenti, ma anche tra i non addetti ai lavori, le testimonianze dell’ingegno di tanti personaggi più o meno noti che hanno contribuito al progresso scientifico, realizzando oggetti in grado di misurare e quindi verificare la validità delle teorie fisiche sulla cui base furono progettati. Le soluzioni tecniche e la raffinata tecnologia utilizzata mostrano come l’abilità artigianale abbia profondamente segnato l’evoluzione della figura dell’ingegnere in questi ultimi secoli. Il progresso, ormai divenuto frenetico in tutte i settori dell’ingegneria ed in particolare nel settore delle tecnologie delle comunicazioni e dell’informazione, distoglie gli ingegneri moderni da queste sue origini. In particolare i nostri studenti guardano al futuro e non hanno le occasioni per soffermarsi sulle proprie radici. Offrire uno spazio per tali momenti di meditazione è l’obbiettivo che ci proponiamo di raggiungere con questa mostra. La conclusione della mostra prevede una lezione pubblica riguardante l’“autopsia” di un contatore di energia elettrica, di vecchio tipo, ormai soppiantato nelle nostre abitazioni dal più moderno contatore numerico. L’esposizione “Strumentaria Elettrica” al Politecnico è frutto della collaborazione tra il Politecnico di Torino e l’ingegnere Oronzo Mauro che ha messo a disposizione una parte degli strumenti della sua collezione Misurando (
www.misurando
.com).
Prof. Ing. Umberto PISANI

Spero in una intensa partecipazione!

martedì 18 novembre 2008

CMC oltre il testo e le emoticons...

Linko ad un intervento molto efficace di Luca Chittaro tenuto al convegno "I linguaggi del sapere", Torino, 10 Novembre 2008.
L'intervento è significativo perché divulga in modo estremamente 'visivo' ed 'iconico' i problemi relativi all'interazione mediata dal computer nella trasformazione degli usi dalla chat esclusivamente scritta a quella introducente canale audio e video. E focalizza i punti essenziali della ricerca in merito a questo passaggio.

Tutti gli interventi del convegno si trovano invece sul sito del CSI-Piemonte, principale organizzatore de 'I linguaggi del sapere'.

Ecco un link per chi volesse conoscere qualcosa in più su Luca Chittaro e le sue attività di ricerca.

domenica 19 ottobre 2008

Gangster's Paradise - Coolio (reason about that)

Questa sera è per questo testo.
Scaricatevi la canzone
come volete :-)


Ecco il testo (giusto per ricordar(ci)e che "Pastime Paradise", contraddistinto da una base soul moderata e dagli arrangiamenti d'archi, e diventato nel 1995 uno most-listened di Coolio, con il titolo di "Gangsta' Paradise", è ab origine eredità di Steve Wonder...).


As I walk through the valley of the shadow of death
I take a look at my life and realise there's nuthin' left
'Cuz I've been blasting and laughing so long, that
Even my mama thinks that my mind is gone
But I ain't never crossed a man that didn't deserve it
Me be treated like a punk you know that's unheard of
You better watch how you're talking, and where you're walking
Or you and your homies might be lined in chalk
I really hate to trip but i gotta loc
As I Grow I see myself in the pistol smoke, fool
I'm the kinda G the little homies wanna be like
on my knees in the night, saying prayers in the streetlight.

Been spending most their lives, living in the gangsta's paradise
Been spending most their lives, living in the gangsta's paradise
Keep spending most our lives, living in the gangsta's paradise
Keep spending most our lives, living in the gangsta's paradise


The getto situation, they got me facin'
I can't live a normal life, I was raised by the stripes
So I gotta be down with the hood team
Too much television watching got me chasing dreams
I'm an educated fool with money on my mind
Got my tin in my hand and a gleam in my eye
I'm a loc'd out gangsta set trippin' banger
And my homies is down so don't arouse my anger, fool
Death ain't nothing but a heartbeat away,
I'm living life, do or die, what can I say
I'm 23 now, but will I live to see 24
The way things are going I don't know


Tell me why are we, so blind to see
That the one's we hurt, are you and me

Been spending most their lives, living in the gangsta's paradise
Been spending most their lives, living in the gangsta's paradise
Keep spending most our lives, living in the gangsta's paradise
Keep spending most our lives, living in the gangsta's paradise

Power and the money, money and the power
Minute after minute, hour after hour
Everybody's running, but half of them ain't looking
What's going on in the kitchen, but I don't know what's cookin'
They say I gotta learn, but nobody's here to teach me
If they can't undersstand it, how can they reach me
I guess they can't, I guess they won't
I guess they front, that's why I know my life is out of luck, fool


Been spending most their lives, living in the gangsta's paradise
Been spending most their lives, living in the gangsta's paradise
Keep spending most our lives, living in the gangsta's paradise
Keep spending most our lives, living in the gangsta's paradise
Tell me why are we, so blind to see
That the one's we hurt, are you and me
Tell me why are we, so blind to see
That the one's we hurt, are you and me

Ecco l'originale:


venerdì 17 ottobre 2008

Papa, scienza, fede, fiducia e politica

Esce oggi su Repubblica un breve articolo dal titolo, certo provocatorio, "Scienza spesso arrogante guidata da facili guadagni", nel quale, re-cito papale papale, il Papa Benedetto XVI, al secolo Joseph Alois Ratzinger, mette in guardia contro la tentazione della scienza moderna di seguire, anzichè il benessere dell'umanità, "il facile guadagno o, peggio ancora, l'arroganza di sostituirsi al Creatore". Una forma di "hybris", di arroganza, che può assumere - ha ammonito Ratzinger - "caratteristiche pericolose per la stessa umanità".

Sta bene. In molti casi è vero. Lo si sente e lo si dice ormai da sempre. Quindi ben venga che la guida spirituale della Santa Sede, che ha il ruolo di orientare alla Verità Unica i nostri poveri spiriti, continui ad intervenire come freno inibitore (a senso unico peraltro) verso la disgraziata umanità accecata e prometeica.

Continua l'articolo:
'Fides e Ratio': Benedetto XVI è tornato oggi ad esaltare il valore della ricerca scientifica a servizio del progresso dell'umanità, ma allo stesso tempo ha anche ricordato che "la scienza non è in grado di elaborare principi etici. Può solo accoglierli in sè e riconoscerli come necessari per debellare le sue eventuali patologie" (nota mia: non lo dice solo il Papa; lo dicono i filosofi della scienza; Umberto Galimberti ha raccolto in alcuni suoi testi diversi interventi sul tema e decine -centinaia- di altri). Per questo, spiega ancora, la scienza non può fare da sola: "Filosofia e teologia diventano, in questo contesto, degli aiuti indispensabili con cui occorre confrontarsi per evitare che la scienza proceda da sola in un sentiero tortuoso, colmo di imprevisti e non privo di rischi".

Oh, sono d'accordo. Ora vengo al punto. Questa introduzione lunga lunghetta non è finalizzata al commento della nota sopra citata di Repubblica, che ha lo scopo di elencare, di fornire spot informativi sintetizzando, come ogni buona nota informativa della "sezione esteri" di un quotidiano. Non (mi) serve per commentare nulla del mondo 'soggettivo' da un lato, 'politico' dall'altro di Papa nostro.

Questo articolo, è utile memo che mi ha dato il 'la' per far convergere l'attenzone sulla lettura di un altro articolo, quest'ultimo di analisi e approfondimento, ospitato su La Stampa del 12/10/2008, dal titolo "L'uomo senza pecunia", la cui autrice, giornalista analista e scrittice Barbara Spinelli, rileva, rimandando ad una ben nota poesia di Heinrich Heine, un aspetto davvero interessante della visione del mondo di Papa nostro. Un Papa che "non ha parole per descrivere l’inverno di tutto un mondo", e che così non può che recitare:

"Tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà".

Amen.
Ora però, diffondendo pubblicamente, cioé verso chi vive tutti i giorni il proprio giorno sino a sera e il successivo e l'altro che segue ancora, le riportate parole, Sua Santità rileva (anzi fa vibrare) l'intimo sentire di una incapacità, una im-potenza di fondo, probabilmente quella che percepisce, intimanente, nel proprio intelletto, e che, in quanto tradita e raccontata dal "per molti Supremo Portavoce della Verità Unica", fa riflettere sul senso stesso della Chiesa un po' lontana dal 'povero cristo'-leggasi-uomo-comune. Amen. Ritorneranno a riempirsi le chiese delle italiane genti? Le piazze si svuoteranno?
Questo non è importante.
Ma che la s-fiducia nel mondo delle cose venga ad essere, in fondo in fondo, utilizzata come la rinnovata (!) pubblicità per il consumatore cattolico del Terzo Millennio e, quindi, come invito per il ritorno alla Comunità operosa di una qualche (a me non chiara) "visione" del Cristianesimo, bé, mi si permetta, è un po' un fallimento tanto per 'i pubblicitari con la papalina' quanto e, questo mi dispiace davvero tanto, per tutti i cristiani (cattolici e non) attivi ed esposti ogni giorno.

Per concludere da dove ho iniziato, cito un altro pezzo dell'articolo di Repubblica. Che riporta ancora un pensiero del Papa.

Sebbene l'attività della Chiesa "non possa confondersi con l'attività politica", essa "offre all'insieme della comunità umana il suo contributo attraverso la riflessione e i giudizi morali anche su quelle questioni politiche che investono in modo particolare la dignità della persona", ha detto il Papa, incontrando in Vaticano i vescovi dell'Ecuador in periodica visita 'ad limina apostolorum'.

Amen. E auguri.

domenica 24 agosto 2008

Bucare (attraverso) il video. L’azione inter(net)mediata.

Un paio di anni fa mi imbattei, credo grazie ad un articolo di Repubblica, su un tipo particolare di ‘attività venatoria’, reale, ma mediata da un sito, reale pure quello.
A fine del post trovate un aggiornamento (non esaustivo, ma potete seguire da voi le tracce…siamo in internet :-) su come la questione è andata a finire (o procede in modi diversi). Ecco invece che cosa notai e scrissi allora…

Real Time, On Line, Hunting and Shooting Experience

LIVE-SHOT is a new concept. You can challenge yourself and compare your skills to other members with our on-line target shooting. We have developed a system where you can control a pan/tilt/zoom camera and a firearm to shoot at real targets in real time.
(estratto dal sito:
www.Live-Shot.com, ora off)



Internet è da sempre stata collegata all’idea di connessione tra persone, indipendentemente dalla rispettiva localizzazione geografica. In quanto medium, essa ha fatto da ponte per superare le distanze tra gli utenti, garantendo la possibilità di un’esistenza attraverso la rete. L’idea di ponte per attraversare e collegare sponde diverse, con relativa possibilità di trasferire da una sponda all’altra fardelli digitali, è realizzata secondo modalità diverse nei sistemi di chatting, videoconferenza, comunità virtuali, blog con relativi feedback, videogiochi on line e via dicendo.
In tutti questi casi persone reali comunicano tra di loro, creando una sorta di superficie di trasmissione della conoscenza che si affianca a quella quotidiana dei contatti reali, cioè tipici dei luoghi reali: la casa, le strade, i bar, gli uffici, le stazioni, in altre parole: il mondo abitato.
Su questa superficie di trasmissione che è reale, almeno fintantoché la comunicazione si pone on-line, cioè è attiva, alimentata da una rete energetica e sostenuta da un protocollo di trasmissione dei dati, si possono formare aggregati altrettanto reali: gruppi di interesse, spazi di incontro condivisi temporalmente, luoghi per lo scambio di materiali digitali. Si possono inoltre sperimentare identità nuove, dissimulando chi si è nella vita di tutti i giorni e simulando chi si vuole essere, giocare ruoli che altrimenti non si potrebbero giocare e così via, il tutto in gran parte in una dimensione che è stata, specie all’inizio, connotata come realtà virtuale.
Che poi, tanto virtuale non è, visto che c’è un medium reale che la fa esistere, degli esseri reali che vi interagiscono secondo certe regole, delle conseguenze reali, a livello comportamentale e cognitivo, che si possono constatare.
Rimane tuttavia il fatto che questo mondo virtuale, agli inizi, ha offerto solo alcuni tipi di intervento sul mondo reale. Erano interventi poco im-mediati, perché il medium era pesante, lento, limitato nelle sue forme di trasmissione. Come conseguenza, l’interazione era decisamente “telefonica”, cioè correva su un filo, ed era sostanzialmente l’agente reale che usava la tecnologia ad essere l’interfaccia, reale, di tutto il sistema. Per il resto il sistema era fondamentalmente chiuso, per quanto vasto ed in espansione.
Ora (nda: 2005), invece, i termini on-line, real-time, ecc. sono diventati più ricchi. L’azione sul mondo non è solo più prevalentemente dialogica con altre persone, o informativa: ora il medium davvero tenta di scomparire, per consentire un’estensione quasi meccanica e quanto più diretta possibile dell’azione individuale sulla realtà. Si può acquistare in rete, vendere in rete, vedere panorami in presa diretta e scegliere l’angolazione dell’oggetto che ci offre la visione. Si può addirittura, come si evince dall’estratto riportato sopra, sparare con proiettili veri in una località vera su obiettivi veri, viventi o meno. Il mouse permette di entrare, letteralmente, in un’azione sul mondo, che pare immediata, non mediata, quindi densa di valore simbolico: posso essere cacciatore, ne ho lo status effettivo, anche rimanendo a casa. Attenzione! Anche prima potevo essere cacciatore da casa attraverso dei programmi di simulazione del mondo esterno graficamente sempre più coinvolgenti. Anche prima potevo intervenire su oggetti in movimento del tutto verosimili. Ma appunto qui sta il discorso: vero-simili, non veri. La distinzione è davvero, in questo caso, un salto ontologico.
Che cosa comporta questa evoluzione forsennatamente spinta verso un medium che possa garantire manovre così ampie sulla realtà, delocalizzate forse, ma che si attuano in un luogo ben preciso, in grado di garantire status e di generare differenza tra chi interagisce nello spazio virtuale e chi, attraverso questo stesso spazio, spazia su quello reale?
Prima che sulle conseguenze è opportuno ragionare sulle motivazioni. Che sono umane e che andrebbero lette da un punto di vista zoologico ed antropologico. Zoologico, perché occorre un’analisi dell’animale uomo e delle sue necessità in quanto animale. Antropologico, perché occorre un’analisi delle forme di interazione complesse che l’animale uomo ha adoperato dopo aver occupato così pervasivamente il pianeta.
Come osserva
Desmond Morris, ogni classe, ogni gruppo, ogni frammentazione serve a ricuperare una dimensione tribale che permetta di individuare posizioni reali chiare tra esseri reali identificabili. Necessità molto sentita dall’uomo, tanto più da quando si è trasferito in habitat non propri, e necessità “risolta” grazie alla innata creatività dell’Homo Sapiens Sapiens. Così, probabilmente, abitare in modo nuovo ogni nuovo mondo è una deriva delle spinte al successo che l’animale umano si porta dentro. Acquisire qualità che derivano da conseguenze reali senza l’esistenza reale di quelle qualità è per l’uomo una pacchia (esempio: acquisisco la qualità di ‘hunter’, cacciatore, senza dovermi addestrare e farmi il mazzo nel mondo ‘reale’ per diventare cacciatore. Tanto, per quel che ne vale, nel mondo inter(net)mediato lo risulto comunque…). L’uomo può fondare nuovi sottogruppi che liberano nuovi spazi per poter affermare sé e la propria posizione.
Conseguenze: sempre più alla ricerca del dominio sul mondo usando un altro mondo, quello mediato, in un altro modo, quello immediato. È terreno per il conflitto. E per la discussione.

Ora ecco l’aggiornamento promesso. La questione del cacciare tramite internet (che lo stesso fondatore del sito, il texano cacciatore e imprenditore John Lockwood, individuava quasi come una missione umanitaria, in quanto, sosteneva, rendeva possibili anche ad un disabile sport che gli erano negati… - non entro qui nel discorso se la caccia sia uno sport, perché ci manda direttamente off-topic) viene dibattuta in diversi Stati, per lo più Americani, e risolta in senso di divieto nella maggior parte.

Per chi fosse interessato a seguire la questione, propongo alcuni link da cui partire:
- Blogcritics.org (21/08/2005) dove un certo blogger (DrPat) imposta il problema;
-
Human Society of U.S. (30/04/2008) dove The Human Society of The U.S., in un breve articolo, nelle sezioni Facts e Timeline, offre una sintesi delle attività svolte ed in corso in merito alle forme di caccia inter(net)mediate

Nota disambigua: Live-Shot è anche un omonimo (ed innocente!) show televisivo amaricano…non lasciamoci distrarre ;-)

A presto!