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venerdì 20 maggio 2011

AUTO-ORGANIZZAZIONI

More about Auto-organizzazioniDopo “Prede o Ragni (2005), di Alberto De Toni e Luca Comello, e “Viaggio nella Complessità (2007), degli stessi autori, con “Auto-organizzazioni. Il mistero dell'emergenza dal basso nei sistemi fisici, biologici e sociali (2011), di Alberto De Toni, Luca Comello e Ioan Lorenzo, il viaggio nelle lande della Complessità continua, con la stessa passione, lo stesso impegno e lo stile, quanto mai emozionante, dei primi testi.
La prima parola del titolo, “Auto-organizzazione”, è un po’ l’ombrello che de-limita il contenuto di cui si discorre nel testo. Una de-limitazione che, si sa, nel caso dei fenomeni complessi è un po’ impossibile: de-limitare segna i confini, induce a pensare a modelli chiusi. La complessità, invece, parla tanto di ciò che è chiuso, quanto di ciò che aperto. Per esempio: sistemi chiusi per quanto concerne la struttura, e aperti per quanto concerne lo scambio di energia e/o informazione. Quindi il termine ‘Auto-organizzazione’ va accoppiato, nel cammino che accoglie “l’emergenza del divenire”, proprio dalla parola “emergenza”. In particolare, per il cammino che si percorre nel testo, per quella che è generata dal “basso”, categoria di poco prestigio nell’era delle scienze esatte e delle filosofie razional-idealiste, ma estremamente potente per intrufolarsi nel vasto campo dell’esistenza che è il complesso.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché
Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.

Il testo è chiuso da due brevi gioiellini:

La postfazione su auto-organizzazione e nuovi modelli organizzativi” di Emilio Bartezzaghi, professore ordinario di gestione aziendale presso il Politecnico di Milano, che è parola data ad un tecnico e studioso dell’azienda: il quale riprende il filo rosso del discorso del libro e, con un’abilità quanto mai apprezzabile, lo colloca nello spazio di confronto attuale sull’impresa.
Salutiamoci con una fiaba”, di Piera Giacconi. Una fiaba, perché “la realtà non può essere solo condensata in un sistema di equazioni: il complesso, da sempre, va raccontato”. E si sa, la parola è magica. La parola è conoscenza che evolve. Mondi possibili che si realizzano. Leggende che aprono nuovi punti di vista, scorci di lucidità nel complesso che ci circonda.

Mi fermo qui, cogliendo l’occasione di ‘legare’ a questa recensione:

Il primo paragrafo di “Auto-organizzazioni”, dal blog Complessamente di Luca Comello, dove potete trovare anche la quarta di copertina e un link ad un’intervista con Comello.

Un video da vedere a tutto schermo e tutto volume. Meraviglioso.

sabato 19 febbraio 2011

ELOGIO DEGLI E-BOOK, di Mauro Sandrini

More about Elogio degli e-book
Prima recensione ad un e-book... che mi ha consentito di comprendere come l'e-book sia in grado di incrementare, e non di poco, le possibilità di fruizione e lettura!
Mauro Sandrini offre una appassionata e precisa introduzione al mondo del libro elettronico, partendo dall'esperienza personale e realizzando, nei fatti, un saggio elettronico dal carattere sostanziale e, lasciatemi scrivere, profetico. Illuminante, senza dubbio.
La recensione la trovate nella mia libreria su aNobii.
Il link al testo di Sandrini è qui.
Nel mio caso ho comprato il testo su IBS (eur  3,49), ma potete trovarlo un po' ovunque...
Ottima lettura per entrare nel framework "e-book".
E magari per cominciare a pensare al proprio rapporto di social networking innestato su questo nuovo medium, in grado di valorizzare la condivisione e la partecipazione al processo di produzione del sapere condiviso.

venerdì 20 agosto 2010

NIENTE

... come si vive quando manca tutto: antropologia della povertà estrema ... di Alberto Salza (2009, Editore Sperling & Kupfer, collana Saggi).
E' un libro delicato da raccontare, perché non saprei come farlo senza commettere almeno due tipi di errori gravissimi. Il primo, scadere nella retorica, perché nel libro di Salza di retorica non ce n'è e quando è presente è finalizzata alla diffusione del racconto per, diciamo così, 'i non addetti ai lavori' (cioé chi non ha conoscenze di antropologia). Il secondo, selezionare solo alcune parti, che potrebbero indurre il lettore a formarsi pre-giudizi sul testo prima ancora di leggerlo. Non posso permetterlo. Quindi questo libro va letto, perché ogni recensione non può che proporne una scarna riduzione.
E' un libro che racconta, letteralmente, del 'niente'. Il niente non come categoria antropologica, ma il niente reale, il niente inteso come  l'effettiva assenza di acqua, di cibo, di aria pulita, di un 'cesso', di una casa, di un lavoro, della salute, sino al limite della mancanza della vita stessa: morte, fine sofferente.
Il testo è piuttosto rigoroso (anche se in molti punti si lascia andare ad  una 'volgarizzazione' delle parole e dei concetti espressi, immagino al fine di ampliare e sensibilizzare un più vasto pubblico dei lettori o, comunque, di aumentarlo), scritto con tutta la forza fisica della parola 'o-scena', che cerca di mettere in scena ciò che non è descrivibile. Per farlo, talvolta l'autore, che ha vissuto ciò che ha scritto, non può che alleggerire l'oscenità con un po' di humour nero e di quel cinismo 'da caserma' con il quale si mette in risalto il niente assoluto di qualche centinaia di milioni di esseri umani.

Si parla di donne e di uomini che non vivono solo nei 'paesi in via di sviluppo', ma anche nei ricchi Stati Uniti o nell'Unione Europea. Questo perché le strutture operanti al fine di investire di 'niente' una parte della popolazione (che va per la maggiore...), prescindono dalla localizzazione geografica, che fornisce semmai il contesto di specializzazione del fenomeno, e si estendono, invece, in tutte le suture più deboli e soggette a cedimento delle società.
Nel testo l'autore non propone speranza, e sottolinea il limite del suo mestiere, l'antropologo ("Il mio lavoro non ha né onore né gloria. Lascia dietro di sé quella che in Vietnam si chiamava cripticamente SNAFU, Situation Normal All Fucked Up, cioè "Situazione normale, tutto a puttane", p. 335), e di tutte le categorie che cercano di inquadrare, per noi che abbiamo 'qualcosa', i termini di povertà e miseria. Anche solo per comunicarli, occorre infatti esprimerli con le sfumate parole delle lingue dei luoghi ove si espandono, siano essi in Africa, Sudamerica, Australia o, essendo l'autore torinese, negli slum nella periferia di Torino.
Credetemi quando dico che trovo difficile sintetizzare in qualche modo questo testo. Come si può sintetizzare ciò che elegge il 'niente' come oggetto di descrizione vissuta, avvicinato, in qualche modo 'assorbito' dall'autore?
Quel che posso fare è cercare di far trasudare, dal testo, alcuni elementi utili affinché esso venga letto: mi rendo conto che non ho altro di più da fare. Niente, tanto per riecheggiare il testo, ma già cascando nella retorica...
Così, il testo è suddiviso in una introduzione, in una (s)conclusione e in due parti centrali.

La prima parte centrale è quella che ci racconta come si misura la povertà,  ma come questa stessa misurazione non sia quella con cui le diverse genti individuano il fenomeno che, in questo caso, coincide con le loro vite. E' una parte molto importante per capire la difficoltà di avere a che fare con fenomeni 'al limite', quali la miseria e la povertà. Ma è soprattutto rilevante perché include una sezione in cui l'autore chiarisce "le trappole della povertà", cioé quei meccanismi a circolo vizioso che una volta innescati portano al 'niente' oggetto del testo. E che non si possono disinnescare. Unica possibilità: bé, non finirci dentro. Le "trappole della povertà" sono le autostrade per la miseria. Per citarne alcune, che l'autore esemplifica nel mondo reale, con storie vere, con relazioni documentate (tutto il testo, per ogni capitolo, per ogni affermazione, è documentato, circostanziato, preciso), con esperienze sue proprie, ecco che abbiamo:
-trappola dell'istruzione: i bambini al lavoro;
-trappola dei debiti e delle obbligazioni;
-trappola della sottonutrizione e della malattia;
-trappola della bassa professionalità;
-trappola della fertilità;
-trappola della sussistenza;
-trappola dell'erosione agricola;
-trappola dei beni comuni;
-trappola della criminalità;
-trappola della salute mentale.
La "trappola" è un meccanismo che inghiotte e letteramente finisce per seppellirti 'vivo'. I Paesi Sviluppati adottano "tecniche" per disinnescare tali trappole che però, non entrando viva-mente nella struttura di vita infernale delle stesse e nella ragione di essere (in fine dei conti razionale!) che le alimenta e le perpetua, in genere fanno molto più danno che bene.
Così gli slum, "ventre molle della bestia", si espandono a ritmi esponenziali, circondando ed infiltrandosi nelle città che sono artefatti pieni di punti deboli, perché il loro progetto non è in grado di integrare la devastazione della miseria, se non tamponando di volta in volta i focolai di distruzione che inceneriscono le periferie, soffocano le persone, intossicano le acque. Difficile essere capaci di inventarsi modalità per superare la catastrofe, dovuta anche all'aumento globale della popolazione.

La seconda parte ci racconta la teoria e la pratica del 'niente'.
Per farsi un'idea, basta scorrere i capitoli, introdotti da "Voci" reali (piccoli scorci di contesto) e poi espansi a cercare di descrivere e spiegare che cosa sta succedendo, tanto da noi, quanto nei paesi 'in via di sviluppo':
-Niente cibo;
-Niente acqua;
-Niente casa;
-"No toilet";
-Niente salute;
-Niente istruzione;
-Niente pace;
-Niente donne;
-Niente vecchi e bambini;
-Niente sicurezza;
-Niente diritti;
-Niente sviluppo;
-Niente patria;
-Niente storia;
-Niente sogni: docu-fiction.
La seconda parte, in sintesi, fornisce l'articolazione del 'niente', che però è un 'niente' concreto, tutto fatto di storie, di impasse, di vincoli, di lotta per la sopravvivenza, di errori, di tentativi di rimozione, di crudeltà, di abiezione, di criminalità, di prigionìa, di violenza, amoralità e molto altro ancora, tra cui, per paradosso, anche 'razionalità' diverse, che si scontrano e lasciano cadavederi sul campo o, peggio, corpi vivi degradati e violentati quotidianamente.

Infine, la terza parte: sconclusioni. E' una sezione ricca di spunti di riflessione, in quanto unisce il percorso esperito nelle due parti precedenti al fine di collocarlo sulla scia del futuro possibile (e inevitabile?) della povertà/miseria, futuro che vede la genesi dell'homo nihil, separato da mura le più diverse (cemento, lingua, territorio, socialità, ecc.) dall'homo sapiens. I poveri diventano soggetti di una speciazione, diventano mutanti, a causa delle condizioni di vita in cui sopravvivono e delle conseguenti strategie socio-biologiche che si trovano vincolati ad adottare. "Resilienza o morte", sostiene l'autore, dove la prima è da intendersi come "abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione" di quello esistente, pena il collasso.
Il testo a questo punto esemplifica le relazioni, in-compatibili, di-vergenti, eppure intimamente collegate, tra le modalità della crisi finanziaria globale, inerente l'uomo 'a credito' e le sue tattiche di sopravvivenza, e le modalità locali di resilienza dei poveri 'a debito' perenne in diversi contesti geografici, con una ricca esemplificazione che deriva da ricerche sul campo e da rapporti di diversi studiosi, da un lato, di persone nate e forzate alla vita, con tutte le strategie immaginabili, dall'altro.
A questo punto si è alla sintesi. Che non conclude, come non concludono le parole dei potenti del Pianeta, le strategie anti-povertà che diventano strategie anti-poveri, come non conclude la ricerca sociale, antropologica, medica e umanitaria. Siamo al punto in cui solo i miseri possono concludere, giorno dopo giorno, la loro storia di miseria e adattamento.

Attenzione che qui seguono due punti che ritengo essenziali per questa recensione.

UNO
Io ho raccontato come ho potuto quello che ho letto. Integro con quanto l'editore sinteticamente propone perché, forse, può innescare un po' di più lo stimolo alla lettura sul tema che, forse, non è tanta (se poi questo serva a qualcosa non lo so; credo però che conoscere sia sempre un valore aggiunto).

Riporto dalle note di copertina:
"Come si fa a capire la povertà del mondo di oggi? Basta pensare al sifone del gabinetto (quello all’occidentale, non il semplice buco nel terreno che va per la maggiore nel resto del pianeta): chi sta in alto respira aria pulita e guarda verso il cielo. Chi sta nella strettoia centrale si industria a galleggiare sulla schiuma. Ma chi sta sotto la curva del sifone, per quanti sforzi faccia, non ha modo di risalire.

In altre parole: i poveri sono sempre più poveri. E ciò accade tanto nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, quanto nelle nostre città. Dalla giungla al giardino di casa nostra, il mondo è disseminato di trappole che si chiamano assenza: di cibo, acqua, casa, patria, diritti, istruzione, salute.

Alberto Salza, antropologo irriverente e, in qualità di viaggiatore, grande narratore di storie, per quarant'anni ha vissuto pericolosamente a contatto con la miseria estrema, dalle periferie delle nostre città agli slum delle megalopoli di Africa e Asia. Ne ha ricavato un pugno di teorie e molti taccuini di aneddoti e incontri con personaggi impossibili da dimenticare. Il risultato è questo volume: fra scienza e racconto, humour nero e tragedia, un libro di antropologia che si legge come un reportage e si chiude con una domanda tanto paradossale quanto inquietante. Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? L'homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo anello dell'evoluzione umana?"

E dalla quarta di copertina:
"Il mondo è un laboratorio sporco, ma è tutto quello che ho. Sono un antropologo sul campo e un mercenario dello sviluppo. Mi muovo tra i derelitti, analizzo ecosistemi, mi nutro di carestie, cammino con i nomadi, incontro carovane di armi e guardo dall'altra parte, ho spesso fame, bevo acqua marcia, tocco malati e non dono medicine, faccio finta di essere povero, descrivo 'tribù' inventate da antropologi e politici. Se tutto va bene, non succede nulla, e nessuno si accorge del mio lavoro."

DUE
Credo che sia essenziale soffermarsi sullo stile e su alcuni contenuti presenti nel testo di Salza. Ritengo, infatti, che il libro in sé sia stato progettato per diffondere presso un ampio pubblico di lettori, grazie ad una campagna di esposizione piuttosto forte, un po' più di consapevolezza sull'eco-socio-sistema Uomo, inteso su scala planetaria e in termini più estesi di quanto non si faccia normalmente in altri testi di antropologia maggiormente 'tecnici'. Sotto questo punto di vista, rilevo un'ottica di "utilità della diffusione di conoscenza", non forse tanto per l'Editore, che è giustamente orientato al profitto, ma forse per l'autore e comunque, questo è ciò che conta, per il lettore. Ho tuttavia riflettuto con attenzione su una recensione, postata su aNobii, molto dura e critica, ma ben circostanzata e, ritengo, saggia,  di una lettrice (amante dell'antropologia e, in questo, 'ispirata' da una conferenza di Salza), dal titolo molto efficace: "scoprirsi piacioni a 65 anni". Credo che sia da leggere insieme a questa, perché un pensiero complesso, adatto al mondo di oggi, deve impegnarsi (e secondo me esiste un vero e proprio dovere in tal senso) a comprendere il maggiore numero di lati di un discorso che altri, come in questo caso la lettrice di antropologia 'Mariposaenuvole', hanno reso possibile evidenziare. E' importante perché amplia la possibilità critica del lettore generalista (ma non solo, dovrebbe valere anche per il lettore 'professionista', ammesso che esista...), che legge, per esempio per la prima volta, un racconto fondato su studi sulla povertà sotto il profilo antropologico, inserito in un testo di divulgazione. Il link al testo su aNobii è il seguente, poi potete scorrere le recensioni e trovare quella di "Mariposaenuvole":  http://www.anobii.com/books/Niente/9788820046620/017363ebea8b6cd008/

domenica 15 agosto 2010

OLTRE L'ABISSO

...ogni errore di pensiero porta a errori di azione che possono aggravare i pericoli che si vogliono combattere... di Edgar Morin.
Questa raccolta di articoli che Morin ha scritto tra il 2001 e il 2007 ha per filo rosso l'intreccio di alcuni dei temi cari all'autore, contestualizzati, però, in riferimento ad accadimenti storici dell'epoca indicata.
Siamo dopo il crollo delle Torri Gemelle, nel mezzo della lotto contro il terrorismo internazionale, all'avvicinarsi della crisi economica che esploderà poco dopo la fine del 2007, nella melma di un mancato sviluppo per molti ex stati-nazione, con aumento di poverà fisica e culturale, e in assenza, sostiene Morin, di buone prospettive per il futuro.
Lo sguardo pessimistico è però rovesciato, come è tipico nell'attitudine al pensiero complesso dell'autore, nel suo opposto: dall'abisso trarre indicazioni concrete, non meri appelli filosofici, per guardare verso l'alto, cioé verso il futuro del sistema ecologico umano, oltre la barbarie, verso una società-mondo che consenta all'umanità tutta, insieme ed inseparabilmente, di sopravvivere, vivere ed umanizzarsi.
Ogni capitolo è un articolo a sé, dove Morin svolge la propria riflessione su un aspetto di osservazione della realtà che è, naturalmente, sempre messo in rete in una visione globale, la sola, crede Morin, in grado di non asservire la parcellizzazione dei saperi e degli esseri umani, garantendo invece una nuova ri-conciliazione con il tutto e con le diverse genti sul pianeta. Non una ri-conciliazione utopica, tutt'altro. Una ri-conciliazione concreta, fondata sull'azione politica, sull'istruzione, sui micro-comportamenti quotidiani, sul controllo dell'attività degli Stati, in forme riconducibili, di per sé, al punto centrale già più volte commentato scrivendo di Morin: il pensiero complesso come strumento operativo per una nuova 'politica di civiltà' o antropolitica.
Con questo termine, per dirla in pochissime parole, Morin intende il recupero di tutte le conquiste della società occidentale, attraverso una rielaborazione non solo quantitativa e schiava del progresso tecno-logico, ma qualitativa, aperta all'essere, agli esseri viventi, tutti invitati a godere dei diritti e delle opportunità che essa, nei secoli, ha potuto creare.
L'antropolitica nasce dove l'uomo Occidentale finisce. Nel senso che nasce dalla presa di consapevolezza dell'incertezza e dalla fallibilità intrinseca alla sequenza 'progressista' scienza-tecnica-economia-profitto, e della improbabilità della stessa radice 'progresso'. L'antropolitica include l'Oriente e tutti i continenti: non è Europo-centrica, Asio-centrica, Americo-centrica, e via dicendo, perché è planetaria; il proprio orizzonte è Gaia, Terra-Madre, lo spazio della fisica, della biologia e delle scienze sociali, trio che, lungi dall'essere solo la somma di strati distinti, costituisce un fenomeno emergente nuovo, che è l'eco-socio-sistema uomo. Da questo punto di vista, l'imperativo è collegare.

Scritto questo, il testo è una felice composizione di pensieri e riflessioni contestualizzate, in cui ruolo primario ha, tra le altre cose, la riforma dell'educazione e delle modalità di pensiero, che presuppone un abbandono della compartimentazione disciplinare (anche nella politica, nell'azione degli stessi governi, a partire dagli Stati Uniti, da Israele, dal contesto Arabo-Islamico, ...), nel nome di una com-prensione più sintetica, forse, ma sicuramente più sfaccettata ed efficace. La com-prensione (il "prendere in sé", anzi "con sé") dei problemi, la loro com-unicazione (il "metterli in comune," al di là delle diversità di lingue o culture), al fine di una loro, pur improbabile, ri-soluzione (una soluzione nuova, aperta, che ri-genera lo stato delle cose).

Credo che il capitolo più bello, più intenso, sia quello dal titolo "Realismo e utopia", in quanto in esso più chiaramente emerge la passione di Morin per quanto si sente in dovere di dire, di scrivere, di comunicare, per partecipare della sua natura propriamente umana, per contribuirvi. Il capitolo, in francese, si può trovare anche in "Diogène", n.209, 2005, Goux, Jean-Joseph, Presses Universitaires De France (Puf), Réalisme et utopie.

Per concludere, "dobbiamo cambiare strada, abbiamo bisogno di un nuovo inizio. La frase di Heidegger deve suonare come un appello: L'origine non è dietro di noi, è davanti a noi" (Vers l'abîme?, Le Monde, 1 gennaio 2003).

Ecco il contenuto del testo:
  
Prefazione all'edizione italiana di Bianca Spadolini
Verso l'abisso?
La crisi della modernità
Oltre i Lumi
La sfida della globalità
Emergenza della società-mondo
La cultura e la globalizzazione nel XXI secolo
Società-mondo contro terrore-mondo
Realismo e utopia
L'origine è davanti a noi
Verso l'abisso? (conclusione, molto attuale!)

sabato 8 maggio 2010

IL LATO OSCURO DEL WEB 2.0

IL GRANDE INGANNO DEL WEB 2.0

Stavo per iniziare questa recensione, quando consulto l'e-mail di questo blog ed ecco il messaggio che mi giunge:
"Buongiorno,
mi chiamo ******* e faccio parte di una piccola compagnia internet specializzata in scambio link. Promuoviamo principalmente siti di *******, ma abbiamo moltissimi siti di diverso argomento da cui possiamo offrire link in cambio. Scambiamo link perchè è il modo principale con cui Google “rileva”un sito e lo innalza nelle sue posizioni di ricerca. Sarei lieto scambiare uno o più link con il suo sito http://ragionamente.net/. Lo scambio si intende a titolo completamente gratuito con il vantaggio reciproco di un miglior posizionamento su google. Sperando che il nostro bouquet di links possa attirarvi, saremmo lieti di offrirvene i migliori! Saluti, ********".
Ora, a prescindere dal fatto che chi mi ha scritto deve essere un poco ingenuo, in quanto il mio blog è al di fuori di ogni blogroll ed è seguito pressoché soltanto dallo scrivente, perché facilità il ricordarmi che cosa ho letto, i collegamenti mentali fatti e i riferimenti ai libri cartacei in biblioteca, nonché perché esprimo qui qualche appunto personale che ritengo di dover fissare; a prescindere da questo, dicevo, la mail riportata sopra può costituire, di fatto, già la migliore recensione de "Il Grande Inganno del WEB 2.0", di Fabio Metitieri. Ecco infatti l'esperienza del mondo dei blog, dove l'affannosa ed ansimante ricerca della 'presenza' in rete costituisce il raccordo con la limitata visione della rete che il concetto di WEB 2.0 ha, in un certo senso, promosso. Lo scambio dei link è essenziale per la presenza internetmediata, al di là del fatto poi che i link puntino a contenuti significativi, a fonti autorevoli, a comunità virtuali tipiche del WEB 1.0 dove la discussione, e non l'auto-promozione, la facevano da padrone: il link nel WEB 2.0 è solo una freccetta funzionale ai 15 minuti (o secondi) di celebrità che si cercano sul web.
Naturalmente il testo di Metitieri presenta una analisi ben più profonda di tutto il fenomeno WEB 2.0, non solo dei blog, in particolare soffermandosi sul ragionare di un doveroso ripensamento e rinnovamento del giornalismo, per non cedere ad un citizen journalism che si fa solo ecolalia e riporto su riporto di copia e incolla riportati senza peso e senza analisi o discorso. Tra i temi trattati, molto significativo mi pare quello della falsa disintermediazione, illusione dei primi pionieri di internet, i quali, appunto, si stanno o si sono ricreduti, a differenza dei nativi digitali che sembrano non accorgersi, insieme alle holding dei 'vecchi' media, che i centri di intermediazione, le piattaforme, del web sono diventate la base e ne monopolizzano accesso e monotonizzano contenuti (si pensi ai link incrociati come da mail riportata sopra e le conseguenze sono immediatamente percepibili, purtroppo, in negativo).
L'individuo, in rete, si è perso. Magari nell'idea di swarm intelligence che, di intelligent, può avere poco. Vero che un sistema è maggiore della somma delle parti: chissà se vale anche per un sistema di idiozie che si eleva a nube... L'individuo si è perso perché soffre di una grande lacuna: l'information literacy, che è al cuore di molti autori e studi (si cerchi il lavoro, molto utile di Christy Gavin: Teaching Information Literacy, 2008, Scarecrow Press, 9780810852020). Si tratta di imparare a ricercare, ad apprendere, a leggere e a scrivere usando il web. Che è una risorsa ricchissima, ma che gli individui mercificano in nome della semplicità, di una minore fatica, di una minore concentrazione, nel senso acquisito del 'copia e incolla' e del ualà, eccoti servito!, di un servizio, per carità, utilissimo, quale google.

E' un'epoca di riflessione, questa sul WEB 2.0, da Metitieri rinominato Medioevo 2.0. E infatti colgo l'occasione per rimandare al già recensito "You are not a Gadget. A Manifesto", di Jaron Lanier, guru che nelle pagine del suo manifesto riflette sulla modificazione in atto che sembra spingere l'individuo e le comunità sociali fuori da tutto, incluso il web.
E, sulla stessa scia, non posso non fare un rimando, a questo punto, al testo "Eretici digitali. La rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi con un tradimento e 10 tesi", di Massimo Russo e Vittorio Zambardino, il cui titolo è già di per sé una dichiarazione di intenti.
La cultura del web è in crisi, perché l'attenzione limitata dei naviganti è spesso ostruita ed oltraggiata da una massa incredibile di false notizie, di eventi distorti, di leggende metropolitane e di giornalismo urlato, elementi tali da ridurre la libertà di espressione del mezzo in pura e controllata cacofonia.
Uno può dire: con la TV e gli old media era lo stesso. Questo è vero, è vero sin dall'antica Grecia, dalla Persia, dai nostri antenati Romani. Quel che cambia è la portata cognitiva di tale overload dell'attenzione, entro i limiti della quale lo stesso individuo si autoinganna e tende a sentirsi legittimato solo se in sé rende legittimo il racconto del we(b), o una sua mimesi, o un suo surrogato.
Anche in questo caso, il testo non è contro il web (ci mancherebbe!), né è catastrofico: rileva però l'urgenza (e abbiamo visto che non è il solo testo), di riprendersi alcune libertà vere che la rete consente, tra cui una informazione di qualità e una discussione di contenuto. La ricetta per farlo, secondo gli autori, è demolire alcuni dogmi e rinnovare il giornalismo e, in genere, l'espressione in rete, in un senso più costruttivo e creativo, ritornando al fatto, ripudiando il fattoide. Il testo è avvincente e, come i due precedenti, chiaro, netto, preciso tanto nella fase di analisi, quanto in quella di pro-posta per rinnnovare sul serio le potenzialità del mezzo, al di là dei tag, delle smart cloud e dell'etichetta WEB 2.0.
Per chi volesse approfondire o per chi è curioso, consiglio vivamente di passeggiare presso il sito: http://www.ereticidigitali.it/
Chiudo con la conclusione (sono convinto, provvisoria) fornita dagli autori del libro:

"il tempo è maturo perché ogni figura sociale dell’ambiente web tradisca i suoi statuti professionali per salvare la rete da nuovi intermediari e dalla perdita del giornalismo come funzione democratica. Magari non va molto bene, ma dà un’idea di un testo complesso, come complessi erano i nostri pensieri prima di cominciare a scriverlo, e come difficile e intessuta di tante ragioni e fenomeni pensiamo sia la realtà".

sabato 10 aprile 2010

CONNECTED

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Connected (The Surprising Power of Our Social Netwoks and How they Shape Our Lives) è un testo intrigante, ricco, in grado di dire qualcosa di nuovo sulle 'social networks', studiate con attenzione tipica dello psicologo sperimentale e del fisico e la vividezza accattivante dell'antropologo che si fa sociologo. E' un testo che ti prende, per nulla noioso, basato su una serie vastissima di esempi che partono dalla diffusione dell'isteria nei primi anni del XX secolo, passeggia ancora più indietro nella trasmissione documentata di certi tipi di comportamenti, e perché no, anche di germi e batteri, tra le genti di diversi paesi del mondo, ritorna al presente e ad internet, spingendosi sino ai fenomeni emergenti, quali urban blogs, siti quali Facebook, Twitter e quelli che invece sono morti, passando per la famosa pandemia di Second Life, nonché per i reality show, in un continuo andare e tornare dalla realtà alle reti che la costituiscono... e via dicendo.
Ma non leggerete lo stesso testo generico sulle reti, su internet, sull'emergenza dei fenomeni: questo testo è "unico" perché sintetizzando e rielaborando una mole immensa di dati e di esperimenti studia il legame, il collegamento, la funzione che ha il posizionamento entro una rete, in rapporto agli altri nodi e, in particolare, agli individui. Elaborando una serie di dati di diversa origine (indagini dall'era della pietra in avanti, su scala micro- e macro-) sul mondo umano, animale, cibernetico, informatico, con la capacità di studiarvi sopra ed elaborarvi nuovi modelli di relazioni (la creatività, la curiosità e la capacità di vedere i legami deboli tra aree di studio apparentemente distanti di questi due scienziati è eccezionale, da scienziati, nel vero senso della parola), i due autori ci affascinano su come le scelte dell'individuo siano intrinsecamente legate al mondo sociale (o di scelta asociale) in cui egli si trova. Possono sembrare elementi banali, e alcuni esperimenti si trovano citati in altri testi, ma è il modo in cui nuove leggi individuate elaborando masse così diversificate di dati, con un approccio da laboratorio e la borsa del buon senso sempre accanto, che non lascia deluso il lettore. Alcune leggi hanno un grado di predittività tale da risultare utilissime nello studio di pandemie, di comportamenti anomali, ma di massiva diffusione, di normali comportamenti di scambio, ma che le teorie del mercato non sono in grado di spiegare, delle relazioni sentimentali, personali e di massa.
Difficile è fare una sintesi, perché gli stimoli sono innumerevoli, specie per chi, psicologi della rete, sociologi, specializzandi in infettivologia, medici, informatici, possono nel loro proprio lavoro trarre spunto dalle ricerche presentate e replicarle, aggiungendo tutte quelle variabili che, in una vita e in un libro, davvero non possono essere contenute.

Quanto alla leggibilità il testo, sinora edito solo in inglese, è una favola: l'inglese usato è pulito, scorrevole, formulato per capire ogni passo del ragionamento e poi leggero, via, verso le conclusioni o le nuove indagini.

Quanto alla grafica, il testo inglese è corredato di 8 tavole su carta lucida che evidenziano elaborazioni di reti di persone estratte da studi reali ed esemplificano i concetti del testo. Oltre alle tavole il testo è completato da disegni e grafi in bianco e nero, parte degli autori, parti estratte da altri studi.

La bigliografia è per capitoli. L'indice analitico è ben strutturato.
Anche i soliti ringraziamenti finali sono in realtà proiettati in un grafo della rete che, costruendosi, li ha permessi.
Da leggere.