Islanda.
Un mondo a parte.
Una terra speciale.
Due visioni a confronto. Di colori, spazi e movimenti.
Enjoy!
Blocco appunti per ragionare, cioè -più o meno- parlare, almeno ogni tanto, con la propria mente...
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giovedì 2 febbraio 2017
martedì 23 ottobre 2012
DANIELA BERIA: PROFESSIONE ARTISTA (TRA L'ALTRO)
Ebbene sì, questo post è un(a) pro-post(a) di avvicinamento al mondo artistico e non solo di mia sorella, Daniela Beria.
Questo perché la forma, il tratto, il colore sono elementi espressivi di realtà e mondi possibili altrettanto potenti e semiologicamente ricchi, di quelli testuali cui, in genere, io mi riferisco in questo blog.
Il vegetale e l'animale afferiscono alla categoria del reale: al di là di ogni semiosi, essi vivono nella rappresentazione quali fenomeni osservabili e visibili e, solo in un secondo tempo, simbolici.
Non so che cosa un artista colga (in) o voglia trasmettere (in) ciò che rappresenta con il tratto grafico. Nel mio piccolo, penso che il movente sia una passione in parte innata, in parte coltivata, che rende ragione della personalità di una donna o di un uomo. Atto di comunicazione, dunque. E di espressione, inoltre.
Comunicazione, perché mette in comune con gli altri un prodotto della propra percezione.
Espressione, perché si spreme, letteralmente, dalla parte più intima della persona. E si protende all'esterno, ai nostri occhi, in primis; in generale ai nostri sensi, in un'ottica sinsemica.
Espressione, perché si spreme, letteralmente, dalla parte più intima della persona. E si protende all'esterno, ai nostri occhi, in primis; in generale ai nostri sensi, in un'ottica sinsemica.
Comunicazione ed espressione sono atti reali che da sempre mi affascinano, nelle loro diverse manifestazioni.
Per questo rimando agli atti comunicativi ed espressivi di mia sorella, in modo tale che questi possano intersecarsi con le esperienze più diverse, dibattersi e scontrarsi nel mondo degli oggetti reali rappresentati o inventati, affiliarsi o congedarsi da stimoli artistici di provenienza esterna: in altre parole, e concludo, confrontarsi con ciò che sta al di là di ogni soggettività e, nel confronto, arricchire ogni parte.
Buona condivisione!
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Daniela Beria
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domenica 24 luglio 2011
She's Alive... Beautiful... Finite... Hurting... Worth Dying for.
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venerdì 27 maggio 2011
IL MONDO SENZA DI NOI
Solo così ci si rende pienamente conto che, per parlare del futuro del Pianeta, occorre conoscerne quanto meglio il passato, ridando così piena dignità e significato alle scienze, da alcuni considerare ‘leggere’, quali gli studi di antropologia, etnologia, paleontologia, archeologia, geologia, geografia umana e storica, architettura dei beni culturali… che, spesso, sono oggetto di dibattito, se non, in alcuni casi, proprio di scherno, nell’epoca attuale. Nel testo di Weisman che, ricordo, ha conseguito laurea e master in Letteratura presso la Northwestern University, è Professore Associato in Giornalismo e Studi Latino-Americani dell'Università di Arizona (dove conduce un programma annuale di campo in campo del giornalismo internazionale) e che, nella sua carriera, ha insegnato scrittura e giornalismo al Prescott College (Arizona) e al Williams College (Massachuttes), queste discipline sono legate, in un intreccio indissolubile, con la fisica, la matematica, la chimica, la biologia, l'astronomia, la geografia terrestre, le scienze della terra…, insomma, quelle forme di scienza ‘pesante’, che trovano in genere un terreno fertile e meno ostico presso il mondo della ricerca, in quanto maggiormente legate (almeno questa è la vulgata) alla tecnologia e, quindi, al mercato (cfr. La natura della tecnologia, Brian Arthur, 2010).
Weisman, che dimostra di conoscere molto bene la professione di giornalista scientifico (cfr il blog: Il giornalismo scientifico in Italia e nel mondo), nei ringraziamenti finali ci fa comprendere quante interviste, letture, suggerimenti, inchieste, viaggi, ha dovuto organizzare per predisporre il materiale alla base del testo. E questo è già complicato. Riuscire poi a tessere una tela che organizzi, in una trama lucente e in un racconto scientificamente solido e fanta-scientificamente avvincente tale materiale, bé, è da maestro, risultato di una passione e di una volontà vigorosa e potente.
L’esercizio intellettuale e professionale di Weisman, di per sé già ammirevole, non si esaurisce nell’analizzare i fenomeni passati e nell’integrarli in una ipotesi futura: esso mira a stimolare la curiosità del lettore, di colui che, mentre legge, prende a prestito parte di Gaia, parte della vita che il Pianeta offre, al fine di rendere più vicino il mondo della vita a colui che, leggendo, forse non ha mai avuto vere occasioni di visitarlo nelle sue più diverse espressioni. E si rivolge al lettore per spiegare, in termini semplici, ma sempre rigorosi, che cosa avviene a seguito dei piccoli (o grandi) gesti quotidiani che usiamo fare entro Gaia: dall’uso del combustibile e dei sacchetti di plastica, alla conservazione del cibo con i nostri elettrodomestici “a gas nobili”, all’emissione di scarti “a lunga conservazione” quali i metalli pesanti, all’affollamento elettromagnetico, all’immissione di anidride carbonica nell’aria e ad una quantità di altre cose cui non ci capita mai di pensare in termini di nostra co-abitazione con l’ambiente.
Ora, si badi bene! Precisiamolo: “Il mondo senza di noi” non è un manuale di ecologia, intesa quale propaganda per la conservazione dell’ambiente. È un racconto. Un racconto, scientificamente fondato, sull’ecosistema in cui siamo immersi e su come questo ecosistema potrebbe reagire alla nostra dipartita. È un uovo delle meraviglie, le cui sorprese sono ad ogni paragrafo almeno per chi, come il sottoscritto, non ha conoscenze universali sulla miriade di fenomeni e reazioni che ci passano sotto il naso ogni giorno. E che passeranno sotto il naso di chi ci sarà, una volta noi esclusi, in modalità prevedibili nel limite di quanto osserviamo oggi ed abbiamo osservato ieri.
Affascinante pensare a che cosa potrebbe accadere (ed in quanto tempo) alle nostre città, proiettandone il futuro sulle più iconiche per noi, quali New York o Londra o Roma. Ammaliante scrutare il fondale degli oceani, dove forme di vita al pari di rifiuti donatori di morte si avvicenderanno, evolvendosi in forme forse già state o forse mai. Curioso il mondo senza fattorie e trattori, dove colture in competizione si sfideranno per conquistare gli spazi da noi lasciati liberi e incolti. Inauditi canti dei volatili, quando, non essendo più soggetti alla nostra interferenza, canteranno di percorsi e stormi nuovi. O lasceranno anch’essi il posto a nuove specie, che ora sono in potenza, ma che, senza di noi, potrebbero (ri-)emergere sul Pianeta. Abbandono dei nostri vincoli materiali (ponti, dighe, laghi artificiali, condotti fognari, gallerie, tunnel sottomarini, metropolitane…) per mancata manutenzione e nuovi passaggi per animali vecchi e nuovi, nuovo ri-disegno di confini, ri-plasmarsi di territori. Eredità di lunga data per le quali valgono ipotesi le più diverse (scorie radioattive, liquami velenosi, agenti chimici di laboratorio). Assenza di guerre, almeno a livello umano. Fine dei segnali, almeno quelli inviati nel cosmo dalla mole di emettitori da noi impiantati un po’ ovunque. La nostra conoscenza: compressa in montagne secondo codici che chissà, dopo di noi, chi potrà o vorrà decodificare…
Inutile continuare un’elencazione che non rende ragione né dei contenuti del prezioso documento, né, in particolare, della bellezza con cui sono stati elaborati. Il testo parla a chi vorrà ascoltarlo.
E, di fatto, ha già parlato, letteralmente, attraverso un documentario che, proprio da questo testo, ha avuto origine. Si tratta dell’omonimo “Il mondo senza di noi. Cosa accadrebbe se l’uomo scomparisse dalla Terra?”. Il documentario è assai intrigante e, pur semplificando un po’ dovendo ‘stare’ nei 90’ di un DVD, è abbastanza fedele al testo di Weisman.
Ecco il trailer su YouTube:
L’esercizio intellettuale e professionale di Weisman, di per sé già ammirevole, non si esaurisce nell’analizzare i fenomeni passati e nell’integrarli in una ipotesi futura: esso mira a stimolare la curiosità del lettore, di colui che, mentre legge, prende a prestito parte di Gaia, parte della vita che il Pianeta offre, al fine di rendere più vicino il mondo della vita a colui che, leggendo, forse non ha mai avuto vere occasioni di visitarlo nelle sue più diverse espressioni. E si rivolge al lettore per spiegare, in termini semplici, ma sempre rigorosi, che cosa avviene a seguito dei piccoli (o grandi) gesti quotidiani che usiamo fare entro Gaia: dall’uso del combustibile e dei sacchetti di plastica, alla conservazione del cibo con i nostri elettrodomestici “a gas nobili”, all’emissione di scarti “a lunga conservazione” quali i metalli pesanti, all’affollamento elettromagnetico, all’immissione di anidride carbonica nell’aria e ad una quantità di altre cose cui non ci capita mai di pensare in termini di nostra co-abitazione con l’ambiente.
Ora, si badi bene! Precisiamolo: “Il mondo senza di noi” non è un manuale di ecologia, intesa quale propaganda per la conservazione dell’ambiente. È un racconto. Un racconto, scientificamente fondato, sull’ecosistema in cui siamo immersi e su come questo ecosistema potrebbe reagire alla nostra dipartita. È un uovo delle meraviglie, le cui sorprese sono ad ogni paragrafo almeno per chi, come il sottoscritto, non ha conoscenze universali sulla miriade di fenomeni e reazioni che ci passano sotto il naso ogni giorno. E che passeranno sotto il naso di chi ci sarà, una volta noi esclusi, in modalità prevedibili nel limite di quanto osserviamo oggi ed abbiamo osservato ieri.
Affascinante pensare a che cosa potrebbe accadere (ed in quanto tempo) alle nostre città, proiettandone il futuro sulle più iconiche per noi, quali New York o Londra o Roma. Ammaliante scrutare il fondale degli oceani, dove forme di vita al pari di rifiuti donatori di morte si avvicenderanno, evolvendosi in forme forse già state o forse mai. Curioso il mondo senza fattorie e trattori, dove colture in competizione si sfideranno per conquistare gli spazi da noi lasciati liberi e incolti. Inauditi canti dei volatili, quando, non essendo più soggetti alla nostra interferenza, canteranno di percorsi e stormi nuovi. O lasceranno anch’essi il posto a nuove specie, che ora sono in potenza, ma che, senza di noi, potrebbero (ri-)emergere sul Pianeta. Abbandono dei nostri vincoli materiali (ponti, dighe, laghi artificiali, condotti fognari, gallerie, tunnel sottomarini, metropolitane…) per mancata manutenzione e nuovi passaggi per animali vecchi e nuovi, nuovo ri-disegno di confini, ri-plasmarsi di territori. Eredità di lunga data per le quali valgono ipotesi le più diverse (scorie radioattive, liquami velenosi, agenti chimici di laboratorio). Assenza di guerre, almeno a livello umano. Fine dei segnali, almeno quelli inviati nel cosmo dalla mole di emettitori da noi impiantati un po’ ovunque. La nostra conoscenza: compressa in montagne secondo codici che chissà, dopo di noi, chi potrà o vorrà decodificare…
Inutile continuare un’elencazione che non rende ragione né dei contenuti del prezioso documento, né, in particolare, della bellezza con cui sono stati elaborati. Il testo parla a chi vorrà ascoltarlo.
E, di fatto, ha già parlato, letteralmente, attraverso un documentario che, proprio da questo testo, ha avuto origine. Si tratta dell’omonimo “Il mondo senza di noi. Cosa accadrebbe se l’uomo scomparisse dalla Terra?”. Il documentario è assai intrigante e, pur semplificando un po’ dovendo ‘stare’ nei 90’ di un DVD, è abbastanza fedele al testo di Weisman.
Ecco il trailer su YouTube:
Ecco, invece, il sito ufficiale del libro (in inglese) The world without us (bella la sezione Multimedia, che contiene anche collegamenti ai siti di cui si parla nel testo) e il link alla versione inglese di Wikipedia, voce The World Without Us, molto ricca.
Alcuni link sull’argomento trattato nel libro e un appunto.
Da questi pochi link citati, si può notare come il testo di divulgazione scientifica sia talvolta visto come un testo di scienza (un esperimento mentale), talvolta come un testo ‘best seller’ (a sostegno della vivacità culturale statunitense), talaltra come un testo di cultura spettacolare (catastrophe book basato su dati scientifici).
Il testo di Weisman è tutte queste cose assieme ma, soprattutto, è uno dei diversi prototipi testuali di informazione scientifica su larga scala che, confido, sempre di più si diffonderanno nella cosiddetta “società della conoscenza”, contribuendo a ridurre il cultural divide che ne è parte integrante.
“Ecco il mondo senza di noi, andrà in rovina e poi rinascerà”, La Repubblica, Spettacoli e Cultura, 11 marzo 2008
“La Terra senza l'uomo”, recensione del testo sul sito “Le Scienze”, settembre 2008
“Il mondo senza di noi”, recensioni e commenti su aNobii
In rete, come sempre, migliaia di altri riferimenti. Spazio ai naviganti!
venerdì 20 maggio 2011
AUTO-ORGANIZZAZIONI
La prima parola del titolo, “Auto-organizzazione”, è un po’ l’ombrello che de-limita il contenuto di cui si discorre nel testo. Una de-limitazione che, si sa, nel caso dei fenomeni complessi è un po’ impossibile: de-limitare segna i confini, induce a pensare a modelli chiusi. La complessità, invece, parla tanto di ciò che è chiuso, quanto di ciò che aperto. Per esempio: sistemi chiusi per quanto concerne la struttura, e aperti per quanto concerne lo scambio di energia e/o informazione. Quindi il termine ‘Auto-organizzazione’ va accoppiato, nel cammino che accoglie “l’emergenza del divenire”, proprio dalla parola “emergenza”. In particolare, per il cammino che si percorre nel testo, per quella che è generata dal “basso”, categoria di poco prestigio nell’era delle scienze esatte e delle filosofie razional-idealiste, ma estremamente potente per intrufolarsi nel vasto campo dell’esistenza che è il complesso.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché “Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché “Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.
Il testo è chiuso da due brevi gioiellini:
“La postfazione su auto-organizzazione e nuovi modelli organizzativi” di Emilio Bartezzaghi, professore ordinario di gestione aziendale presso il Politecnico di Milano, che è parola data ad un tecnico e studioso dell’azienda: il quale riprende il filo rosso del discorso del libro e, con un’abilità quanto mai apprezzabile, lo colloca nello spazio di confronto attuale sull’impresa.
“Salutiamoci con una fiaba”, di Piera Giacconi. Una fiaba, perché “la realtà non può essere solo condensata in un sistema di equazioni: il complesso, da sempre, va raccontato”. E si sa, la parola è magica. La parola è conoscenza che evolve. Mondi possibili che si realizzano. Leggende che aprono nuovi punti di vista, scorci di lucidità nel complesso che ci circonda.
Mi fermo qui, cogliendo l’occasione di ‘legare’ a questa recensione:
Il primo paragrafo di “Auto-organizzazioni”, dal blog Complessamente di Luca Comello, dove potete trovare anche la quarta di copertina e un link ad un’intervista con Comello.
Un video da vedere a tutto schermo e tutto volume. Meraviglioso.
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domenica 27 marzo 2011
UN VIANDANTE DELLA COMPLESSITA'
Andiamo con ordine. La premessa di Annamaria Anselmo racconta, in sintesi, la vicenda in cui è nato il libretto (sono 60 pagine) "Un viandante della complessità. Morin filofoso a Messina", indicando come l'opera sia costituita di tre parti: le laudationes di Girolamo Cotroneo e Giuseppe Gembillo, cui segue la lezione "La mia via alla concezione della complessità" di Edgar Morin.
Le tre sezioni si integrano alla perfezione.
Nella prima, Per Edgar Morin, di Girolamo Cotroneo, il docente illustra come la via che Morin ha seguito per giungere all'idea di complessità non sia stata lineare, quanto un continuo superamento di logiche ed ideologie (tra cui quella politica comunista che lo stesso Morin ricorda nella sua lezione) che incrostavano il raggiungimento di un pensare composto, in grado di rendere conto, attraverso un metodo ("Il Metodo" è, nei suoi sei volumi, una risposta alle 40 pagine de "Il discorso sul Metodo" di Cartesio) che riducesse i riduzionisimi a modalità di conoscenza parziale, reintroducendo, al contrario, il 'vecchissimo sentimento' del filosofo Morin "della relatività della verità e dell'errore e [...] della complementarità delle posizioni contraddittorie".
Si abbandonano le filosofie 'totalitarie', in nome di una visione in cui si alternano "isolotti di certezza e zone di incertezza": il metodo consente di navigare in siffatto ambiente e costruire una strategia del pensiero e dell'azione. La vita di Morin, introduce Cotroneo, è il diverticolato transitare di disciplina in disciplina per giungere al superamento della certezza intesa quale assoluto della conoscenza, non per approdare al relativismo ed alla sua deriva nichilistica, ma per irrobustire la strategia di conoscenza complessa che avanza per approssimazione ed emersione, considerando il sistema e non solo la parte, rielaborando la filosofia come pensiero del legame, e non della scissione ideo-logica, reinterpretando l'uomo non solo come 'sapiens', ma anche come 'demens'.
La seconda sezione è fondamentale: Giuseppe Gembillo, nel suo intervento La filosofia di Edgar Morin, rende una sintesi eccellente del pensiero del filosofo francese, tracciando un quadro della sua filosofia che si fonda su una utilizzazione estesa ed acuta dei testi scritti dallo stesso Morin. Sintesi, dicevo, e non riassunto, perché lo stesso autore esprime chiaramente come riassumere l'opera di un filosofo prolifico e multi-disciplinare quale Morin sarebbe impresa ardua. Ma sintesi di due elementi essenziali a comprendere i punti forti della filosofia moriniana: la ridefinizione di Soggetto ed Oggetto della conoscenza e la ridefinizone del loro rapporto, da un lato; la complessità come Sfida, dall'altro.
Alla ridefinizione di Soggetto conoscente, Morin è giunto attraverso una profonda auto-critica e a un ripensamento del collocamento dell'uomo nell'ambiente. Il percorso del filosofo è lungo. Qui basti ricordare, con le parole di Gembillo, che Morin "ha nello stesso tempo storicizzato e complessificato il Soggetto conoscente, radicandolo fermamente all'interno di un contesto e di un processo, nel quale è, contemporaneamente, produttore e prodotto, creatore e creato, in un rapporto interattivo il cui vero senso risiede nella reciproca relazione tra le parti in causa".
Analogo discorso riguardo all'Oggetto: esso non è l'elemento "semplice, immodificabile, misurabile quantitativamente e formalizzabile in maniera perfetta" come nella scienza classica. L'Oggetto è "evento storico e complesso", una sorta di oggetto-evento alla Prigogine, un sistema aperto che scambia continuamente energia con l'esterno e che, nel farlo, riesce a mantenere il proprio ordine interno al limite del caos. Vive in equilibrio quasi-stabile tra ordine e caos.
Ecco allora che, tentando di individuare un nesso tra Soggetto e Oggetto, come sopra sommariamente definiti, l'unica via è quella della relazione sistemica: un approccio, cioé, che si fonda sull'idea di 'transazione', con cui si intende che la conoscenza si attua solo se Soggetto e Oggetto non si elidono nell'atto del conoscere, come previsto dalla scienza classica, ma si compongono a sistema in termini contestuali e storici. Vuol dire, continuando, che non solo il soggetto verifica le proprie osservazioni, ma integra in esse la propria auto-osservazione, onde non cadere nell'errore della scienza classica che, estrudendo il soggetto nella metafisica del conoscere, con esso gettava l'aspetto 'fisico' e storico che ne influenza la conoscenza. Del resto, il soggetto interviene sempre, con tutto il proprio apparato metodologico-storico-sociale, nella definizione del sistema e, conseguentemente, nella selezione delle sue proprietà osservabili.
La Complessità nell'ordine delle cose cui si perviene non apre la via all'inconoscibile: tutt'altro! Richiede la rifondazione del pensiero e procedere scientifico, oggettivante e totalizzante, la costruzione di una "Scienza Nuova" dotata di un Metodo che possa "articolare ciò che è separato e collegare ciò che è disgiunto" (da Il Metodo, I, p.11). In un'ottica integrale e integrante: la scienza nuova non può e non deve cancellare i processi conoscitivi ereditati dalle epistemologie precedenti. Non bisogna cancellare il metodo tradizionale, perché "il pensiero complesso non rifiuta affatto la chiarezza, l'ordine, il determinismo. Sa semplicemente che sono insufficienti, sa che non si può programmare la scoperta, la conoscenza, né l'azione" (da Introduzione al pensiero complesso, p. 83). In questo senso la Complessità è una sfida: è una sfida ai concetti fondanti la scienza classica, al fine di spingersi oltre, integrandola e riformandola attraverso un metodo che è anche impegno toeretico, etico e pedagogico-formativo, come Edgar Morin ha sempre sottolineato nelle sue opere.
Infine, ecco la Lectio vera e propria. Il titolo è essenziale: "La mia via alla concezione della complessità": nella lezione, Morin ci racconta il cammino che ha fatto per arrivare alla concezione della complessità e del pensiero complesso. Si rivela un cammino tanto auto-biografico, quanto intellettuale incrocio con biografie altrui. E' un cammino anche di una personalità particolare, non conformista, per l'epoca: "io mi sono iscritto all'Università non per prepararmi a un mestiere, ma per soddisfare una curiosità; una curiosità generalizzata sulle questioni umane". Questo rende, almento per me, affascinante il percorso umano e filosofico di Morin. "Che cos'è l'umano, la vita umana, la società umana, il destino umano; e queste domande mi hanno fatto interessare a diverse scienze" (corsivo mio); qui sta il punto di svolta: "diverse" scienze. Per tentare la sfida all'umano, le scienze umanistiche non bastano. Occorre sapere quanto più possibile sulle intime connessioni tra gli elementi naturali. Occorre una prospettiva multi-disciplinare ed integrale: complessa, diremmo oggi. Tornando a Morin, ci racconta di quanto da lui seguito all'Università e di tre lezioni che ne ha tratto e che, nella sua Lectio, chiama: "ironia della storia", "storicizzare lo storico stesso" e "il doppio gioco della storia". Non tolgo il piacere al lettore di scoprire che cosa intenda con queste tre dizioni. Appunto solo che, come è evidente dalle designazioni, la storia non è mai neutra nella via alla complessità. Come non sono neutri altri due temi che ci ricorda Morin: la contraddizione e la morte. Sulla scia di questi, attraverso dubbio metodico, il pensiero si prepara al complesso. E inizia a raccontarsi in libri e opere che, al 2002, data della Lectio, costituiscono un'opera immensa. Un'opera che si è costruita sull'auto-critica, già citata. Morin cerca di scoprire il perché della propria entusiasta adesione al Comunismo e il perché dell'altrettanto intenso allontanamento. Solo introducendo il soggetto conoscente nell'interazione con l'oggetto e le vicende da conoscere, può emergere una soluzione complessa al problema di conoscenza. Morin ha lavorato molto sul suo "io storico", per comprendere oggetti storici. E per attivare quelli che il filosofo chiama "i miei quattro demoni antagonisti-complementari: il dubbio, la fede, la razionalità e la religione", demoni pro-vocatori, nella loro dialettica, di conoscenza. Che nasce dal conflitto. Che si muove tra le isole di certezza e gli arcipelaghi di incertezza. Che ci apre al cammino, ad una situazione in cui la stasi non conosce, in cui muoversi è moto essenziale, anche etico. Perché "Caminante non hay camino, El camino se hace en andar" o, in italiano, "Viandante, non c'è cammino, il cammino nasce nell'andare".
Rimandi ad altre recensioni a testi di Morin, principalmente sotto il profilo educativo e pedagofico, che ho terminato di leggere:
"Oltre l'abisso"
"La testa ben fatta"
"Educare gli educatori"
"Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'età planetaria"
"Le vie della complessità", in La sfida della complessità
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venerdì 18 marzo 2011
GLI OTTO PECCATI CAPITALI DELLA NOSTRA CIVILTA'
Come ho scritto nella mia recensione su aNobii, tante sono le edizioni di questo gioiello dell'umanità, quante le recensioni che lo accolgono in ogni dove.
Perché è un dire universale.
Un riflettere globale.
Un senso di responsabilità colossale.
E molto altro ancora.
I contenuti? Ecco che cosa racconta il risvolto del libro:
"In questo limpido libretto del 1973, che ha già avuto un successo strepitoso in Germania e lo sta avendo ora in tutto il mondo, Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina, affronta, nella prospettiva della biologia e dell’etologia, alcuni problemi capitali che si pongono al mondo di oggi. Tali problemi, secondo Lorenz, corrispondono ad altrettanti «peccati capitali», che la civiltà occidentale ha accumulato nella sua evoluzione e che minacciano oggi di ucciderla. La sovrappopolazione, la devastazione della terra, l’indottrinamento coatto, le armi nucleari, l’ostilità e l’indifferenza che si annidano nel corpo della società sono tutti anelli di una stessa catena fatale, prodotta da un atteggiamento incurante e rapace verso la vita. Distesamente e acutamente, con l’occhio lucido dello scienziato e insieme con appassionata partecipazione, Lorenz analizza le cause e i meccanismi di questi e altri peccati, la cui gravità è spesso tanto maggiore in quanto non vengono riconosciuti come tali – e le sue pagine daranno una prova convincente di quale aiuto prezioso possano offrire antiche e nuove scienze, come la biologia e l’etologia, nel tentativo di comprendere processi che coinvolgono oggi la vita di tutti".
Da leggere. E tenere nella mente e nel cuore. Imperdibile.
domenica 14 novembre 2010
DESIGN ECOSISTEMICO
Ecco invece il link alla recensione del testo, Slow Food Editore, "Design Sistemico. Progettare la sostenibilità produttiva e ambientale", a cura di Luigi Bistagnino, professore ordinario di Disegno Industriale presso la Prima Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Il testo è pregevole tanto per la grafica radiale e cognitivamente evoluta per evidenziare le interconnessioni di processo, quanto perché si rivela un manuale operativo nel senso puro del termine: fornisce indicazioni per operare, per mettersi al lavoro, progettando prodotti ecosostenibili e fonti di ricchezza e di lavoro per il territorio, senza depauperarne la ricchezza intrinseca. Dal modello di produzione lineare a quello complesso, il testo ri-afferma la necessità di nuovi, concreti, operativi, punti di vista, sotto lo sguardo dei quali lo scarto può essere ricco di valore aggiunto ed energia e, quindi, lungi dall'essere fonte di un problema di un processo lineare (lo smaltimento, per esempio) diventa l'input di un processo metabolico complesso, che consente la nascita di nuove attività (si vedano i diversi appunti sui sistemi autopoietici e sulla non linearità in questo blog).
Vale la pena leggerlo, per criticare in modo scientifico tanto gli ecologisti ingenui che rovinano la loro 'sentita' missione con cavolate prive di senso analitico dei problemi, quanto gli strenui oppositori dello sviluppo sostenibile, che vantano, per lo più, evidenze economiche che, in alcuni casi, non reggono l'evidenza empirica (nel testo sono presentati numerosi casi di studio realizzati, con rilevazione dell'EBT -Earning Before Taxation- e i delta di posti lavoro, positivi....).
Link utili:
Corso di Laurea Magistrale in Eco-Design, I° Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Corso di Studi in Disegno Industriale
Sito del libro "Design Ecosistemico"
Vale la pena leggerlo, per criticare in modo scientifico tanto gli ecologisti ingenui che rovinano la loro 'sentita' missione con cavolate prive di senso analitico dei problemi, quanto gli strenui oppositori dello sviluppo sostenibile, che vantano, per lo più, evidenze economiche che, in alcuni casi, non reggono l'evidenza empirica (nel testo sono presentati numerosi casi di studio realizzati, con rilevazione dell'EBT -Earning Before Taxation- e i delta di posti lavoro, positivi....).
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Corso di Laurea Magistrale in Eco-Design, I° Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Corso di Studi in Disegno Industriale
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