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giovedì 2 febbraio 2017

sabato 2 marzo 2013

FASHION_ABILITY: UN PROGETTO DI RISCOSSA


Un progetto di riscossa. Ecco, in questo senso va letto, interpretato e diffuso il comunicato stampa di Noria Nalli, 47 anni, due figlie e una laurea in Filosofia, una giornalista e una donna che vive con la Sclerosi Multipla (SM).
Ricorda Noria: "Dobbiamo cercare di non perderci. Ricordate sempre che siamo la banda degli SCLERATI!", ripeteva spesso Katia, la sua compagna di stanza al reparto neurologia. Perché è sempre vivo il ricordo del primo ricovero dopo la diagnosi ed i compagni di avventura, alle prese con una malattia "pazza ed imprevedibile", ancora poco conosciuta, che spesso incute terrore solo a nominarla . 
Noria si considera una sclerata particolare: una "Sclerotica" per l'esattezza. Dice: "Ho le mie paturnie, i miei momenti di ribellione e di crisi, ma è forte in me il lato erotico, artistico, vitale, ironico. Vivo la vita come un film, un racconto avvincente. Infatti, oltre a realizzare pezzi giornalistici (collaboro con "Vita"), scrivo racconti brevi"Ritratti di corsia" per la cronaca di Torino de La Stampa.
Perché è vero che la Sclerosi Multipla ti sconvolge la vita. Ma ci sono persone, come Noria, che tra un ritratto di corsia e l'altro hanno la straordinaria capacità di vivere e con-dividere la malattia e, soprattutto, di pro-gettare, di scagliarsi innanzi e creare eventi ed opportunità.

Non ultimo il ciclo di incontri che partirà il prossimo 7 marzo a Torino: una giornalista con la sclerosi multipla, una critica cinematografica disabile e una stilista si incontreranno per discutere di bellezza, moda, sesso e disabilità. 

Titolo: Fashion_ability
Quando: tutti i giovedì sera di marzo 2013 dalle 21.00 alle 23.00
Dove: presso la Casa del Quartiere di San Salvario, in Via Morgari 14 a Torino
Come: per iscriversi basta inviare una mail a fashionability.torino@gmail.com

C'è un'immagine che veicola una potente riflessione. La sirena. Già, che ci fa una sirena fuor d'acqua, sulla terraferma? 



Bé, in questo ciclo di incontri, in questo progetto, ne sapremo qualcosa in più!

Riporto il comunicato stampa, quello del progetto di riscossa, quello di cui accennavo ad inizio di questo post:

"L’equilibrio che non è più lo stesso ed impedisce di indossare quelle belle scarpe col tacco che ci piacevano tanto, la figura che appare appesantita per il  cortisone e lo scarso movimento, talvolta poi bisogna usare quei pannoloni, che non sono certo molto sexy, la difficoltà nei movimenti, che rende più pesante il momento della cura della persona. Avere un aspetto elegante e piacevole non è sempre facile per noi sclerotici. Ricordo ancora che, quando ho scoperto di avere la SM, avevo detto a mia madre “Ok, magari finirò in carrozzina, ma voglio essere bella!”. Ecco, devo dire di non aver tenuto fede a quel proposito. Ora però vorrei rifarmi e prendermi una rivincita col destino, come Mirella Santamato, che decise di sfilare in passerella, anche se in carrozzina o  con il bastone. Di seguito quindi copio e incollo il comunicato stampa del mio progetto di riscossa. UDITE UDITE!!!

La tematica è sicuramente sentita e di attualità, se persino Lady Gaga ha provato il bisogno di “provocare”, andando sul palco in carrozzina e vestita da sirena. Il mitico personaggio è infatti il simbolo della condizione in cui vivono le donne disabili, legate nei movimenti ed incapaci di condurre una esistenza autonoma sulla terra. La creatura marina, impedita nella deambulazione, ma dotata di un grande potere seduttivo è anche l’immagine simbolo di Fashion_ability, il ciclo di incontri che partirà il prossimo 7 marzo a Torino. Una giornalista con la sclerosi multipla, una critica cinematografica disabile e una stilista si incontreranno per discutere di bellezza, moda, sesso e disabilità tutti i giovedì sera di marzo dalle 21.00 per 2 ore alla Casa del Quartiere di San Salvario, in via Morgari 14 a Torino; per iscriversi è necessario inviare una mail a fashionability.torino@gmail.com   
La sirena, nella fiaba di Andersen, ripudia la sua natura, rinunciando alla sua voce ammaliante, in cambio di due gambe umane e l’accettazione del proprio corpo sembra essere il vero nodo del problema, parlando di moda e disabilità. “Le mie esperienze di ricovero e di donna in carrozzina sono testimonianza di un pregiudizio sul disabile come essere asessuato a cui non è concesso un abbigliamento, che esprima fascino o un barlume di personalità”, racconta Noria Nalli, che cura sulla cronaca di Torino de La Stampa, una rubrica di racconti brevi, poetici e lievi ritratti di corsia sulle sue esperienze ospedaliere. “Io non amo le categorizzazioni, che distinguono una moda per taglie forti (curvy, come si dice ora) o per disabili". "L’approccio alla moda è unico", spiega invece Serena Poletto Ghella, "per essere eleganti bisogna raggiungere l’auto-consapevolezza di cosa “fa bene” alla propria figura. E’ una ginnastica mentale anche terapeutica. Si scelgono i capi che sono economicamente alla nostra portata ed in grado di valorizzarci al meglio. Avendo dei limiti fisici è più difficile, ma assolutamente non impossibile. Un disabile ha, nel suo disagio, un doppio stimolo a mostrarsi al meglio come impegno sociale nei confronti di chi vorrebbe discriminarli”. Per documentare l’esperienza, aprire riflessioni e dibattiti, oltre a raccogliere commenti,gli incontri saranno seguiti passo passo dalla giornalista, sul suo blog
http://ritrattidicorsia.overblog.com 
Speriamo che riescano a fare tendenza. In fondo Torino una volta era la capitale della moda: potrebbero nascere delle rivoluzionarie icone di stile, nella vita e nell'abbigliamento".

Noria rilancia:
"Che ne dite, ce la faremo? E mi raccomando sclerotiche torinesi, partecipate e diffondete la voce".

Mi unisco e rilancio anch'io: partecipate e diffondete la voce!!!

Aggiornamenti ed info su: http://blog.vita.it/sclerotica/


giovedì 17 maggio 2012

IL VENTO DEGLI ANNI OTTANTA

(ovvero la notte, l’amore, la vita, il sesso, l’energia, le donne e gli uomini)

... correva il settembre 2001, e così scrivevo...

La musica degli anni ’80 è l’alito della notte, quando ci si può sentire (feeling), quando ci si può toccare, quando si può fare l’amore, giocare con il sesso. Sentirsi vivi nella notte è questo, in quegli anni di boom e di spensieratezza, di luci psichedeliche, artificiali arcobaleni risorti da una depressione lontana.
Si è forti (strong), nella notte, dentro occhi pieni di desiderio e mani e carezze ricche dell’emozione tattile e sensuale di quegli anni. Si sopravvive (to survive) ad ogni incertezza, perché di incertezze, di fatto, non ce ne sono. La vita è energia. L’incontro dei sensi (e nei sensi) è la via. Gli uomini e le donne danzano un fandango lontano da quello infernale dei tempi passati. Il desiderio scivola libero, perché desiderare è libertà, in un’epoca che sta debellando i vecchi tabù, sconfitti dal loro stesso peso.
Il corpo e la danza dei corpi sono i nuovi (in realtà assai vecchi) riti di ingresso nella società del benessere: emozioni fuori controllo sono la regola, non la violazione di regole. Il mondo elettrico è fusione, sintesi tattile di ogni senso, miscela di gusto e di alcol, di nudità e sudore, di provocazione e ritrosie accattivanti. Toccare (to touch) è il verbo che compare più spesso nelle discoteche dell’epoca felice. Il con-tatto, il tatto-assieme, apre le porte ad una nuova consapevolezza, che non esito a definire comunitaria. È la comunità del ritorno ad una adolescenza mai perduta e che non si vuole perdere o, meglio, del movimento di ritorno di chi non vuole più essere-diventare adulto. La vita è adesso. La vita è ora. Che cos’è la vita? La vita è la vita (life is life!).
Siamo ragazzi selvaggi (wild boys) in un mondo ipertecnologico. Creiamo nuove tribù, unite nel suono e nei corpi. Ci controlliamo da soli (self-control): gli adulti non ci giudichino! Ma gli adulti, negli anni ’80, non giudicano per nulla. Tentano semmai, come possono, di vivere quello che i loro figli stanno vivendo: il cielo sereno prima di  una (non prevista) tempesta. Lontani ancora gli ripercussioni degli anni '90, della riflessione, delle eredità perdute, del crollo degli imperi. Inimmaginabili gli anni  '10 del Millennio a venire.
Per ora, non perdere la notte è l’unica via per un senso. La vita e la notte si uniscono in un amplesso che sembra naturalmente, secondo natura, inscindibile. Dolci sogni di libertà (ma che cos’è la libertà?) troneggiano nelle voci e nei mixer elettronici. Una nuova potenza (power, self-power) rinvigorisce gli animi, ancora un poco dispersi e fusi tra acidi e sostanze psicotrope. Tutti possono provare l’esperienza di essere i sacerdoti della nuova epoca, tutti sono in cerca di qualcosa, o di qualcuno (everybody is looking for something!). La tolleranza sembra il codice, ma è tolleranza solo all’interno della tribù-discoteca, mentre, là fuori, blocchi contrapposti scatenano sempre più tiepide battaglie, per poi non lottare più.
Maestosità di archi elettronici, di laser sprizzanti fasci ibridi da plance alla Star Trek, flash ritmanti la vista ed il movimento, bassi da far sussultare stomaco e cervello fanno da sfondo e da primo piano per il living together di quella generazione, che mai sarà sentita così lontana, ed al contempo mai così invidiata, come dai giovani del Duemila. It’s the final countdown: ed è, purtroppo, maledettamente vero. Il conto alla rovescia verso i problemi e le incertezze di fine Millennio sta terminando. E gli anni ’80, nel frattempo, brindano ai suoni ed alle luci futuristicheggianti distribuite dalle multinazionali globali.
Globale è lontano. Disco è vicino, almeno in Europa. La notte è per tutti. All the night is my world, in the day nothing matters, in the night no control, in the night all world is free…Doveva essere così, dovevano sentirsi così, dopo un passato alquanto bizzarro e strano. La ricchezza c’era e, dove non c’era, si doveva simularla. La notte rendeva tutto più semplice…
Altra icona di riferimento per gli spasimanti dell’epoca, quella moonlight shadow, sotto la quale e per la quale si consumavano le prime notti di amore, le prime esperienze pienamente adolescenziali,  quando si svelavano, e sempre più presto, i segreti del sesso, non ancora inquinato e sottoposto al terrorismo dell’AIDS, ebbene, proprio quella luce lunare si andava affievolendo sempre di più, al volgere degli anni ’90.
Da da da da da, da da da da, Life! Intorno al fuoco, in montagna e sulle spiagge, sotto le coperte in un rifugio sperduto, o nei sacco a pelo di fortuna delle spiagge dell’Adriatico (per l’Italia), ovunque la disco creasse comunità, ebbene, lì si inneggiava alla vita, intesa come esplosione di momenti, come vita vissuta, come attimi da carpire con le unghie alla festosa realtà intorno (che già tremasse nell’aria lo spettro di quel che sarebbe venuto dopo?).
Gli anni ottanta stavano creando il mito di se stessi. Mai si era vista una simile autocelebrazione prodotta e consolidata da musica e spettacolo. Vamos a la playa, come dire: siamo di quest’epoca, e lo saremo per sempre. Nessuno avrebbe allora mai potuto prevedere che anche il fortunato Drive in sarebbe scomparso. Gli anni Ottanta ci hanno creato, niente ci trasformerà in qualcosa di diverso. Non fu così.

E ora? Che cosa significano gli anni Ottanta, per noi, adesso?
Risponderò per me. Per me significano un vuoto, una lacuna, una carenza di corpo, sensuale, pressante, inebriante. You can touch me now, this is the night, I wanna feel your body: sono formule magiche in cui non crediamo più. Quando l’individuo e le sue cose si sono fatti dei, bé, anche il calore di quella musica e di quelle notti si è trasformato, come direbbe qualcuno, in “calore di fiamma lontana”. Se c’eri, dovevi viverla quell’epoca. Non si sarebbe ripetuta, non avresti potuto riviverla. Io non c’ero, e l’ho perduta. Ecco il vuoto, la mancanza del ritmo dell’istante, dell’immediato, del non-mediato da tutte le istituzioni che ci ronzano intorno. Mi sono perso parte dell’immediatezza del rapporto con l’altro. Tutto, negli anni ’80, era medium, questo è innegabile. Ma il medium è ciò che, per definizione, sta in mezzo. Si doveva attraversarlo, forse non schivarlo, anche se il costo poteva essere alto. Ora è passato. Il passato non torna, tanto più un passato come quello degli anni ’80, e cioè un passato che doveva rimanere sempre un eterno presente. Ci siamo persi qualcosa. 
Del resto era inevitabile: dopotutto, Life is Life!

P.S.: Mi chiedo spesso perché scrivo.
- Perché scrivo?
L’ho chiesto ad uno che, gli anni ’80, li deve aver vissuti. Ecco la sua risposta:
- Perché…perché “These are the  things I can’t do it without”…

venerdì 20 aprile 2012

ETIMO-LOGICANDO COLLEGA(MENTI)

Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, consultabile on-line, alla voce 'collega' (il sostantivo, non il verbo appiccicoso, per intendersi) ci sta:
Lat. "Collèga" da "Collígere", riunire, raccogliere insieme, composto di ‘com’=’cum’, insieme, e ‘Lègere’, raccogliere, radunare. - Compagno in alcun ufficio o nell'esercizio di qualche nobile professione.
Ora, l'etimologia è chiara: il collega è un tizio o una tizia con cui sei stato raccolto insieme o fisicamente, in un luogo, tipo un'ufficio; o, in senso lato, in un gruppo anche non fisicamente uni-collocato che esercita una qualche nobile professione.
Nobile, perché una volta il professionista aveva anche di questo, per noi un po’ logoro, aggettivo, che ora appare quasi uno sberleffo autoironico inserito da un diavoletto monello nella definizione di collega.

Prendiamo un dizionario più recente, che so, l'Hoepli. Ecco qui:
Collega - [col-lè-ga] - s.m. e f. (pl. m. -ghi, f. -ghe) - 1 Chi esercita la medesima professione o arte o mestiere: siamo colleghi; onorevoli colleghi .2 Compagno di lavoro, spec. dello stesso.

Già sparisce il nobile aggettivo. Grottescamente un'eco risuona nell'esempio proposto dal dizionario: 'onorevoli' colleghi, che, in genere, è l'appellativo utilizzato dal presidente di Camera o Senato per richiamare (al)l'attenzione (de)i nostri italici rappresentanti. Che, dati i tempi, nobili non lo sono più; onorevoli, bé, diciamo non nel senso etimologico del termine. Forse in un altro senso, quello della legge dell'onore che si rispetta nella malavita rispettabile. Ma questi sono dettagli.

Torniamo al nostro collega di partenza.

Il dizionario ci dice che condivide qualcosa con noi: uno spazio o una attività o, il che va per la maggiore, un mix di entrambi. Tu ed il collega siete in collegamento con il lavoro che fate e con il luogo (fisico o mediato) in cui lavorate. O in cui esercitate la vostra professione che, lasciando da parte quella di fede, significa un lavoro che si esercita pubblicamente, in cui si ha fede (ma non quella implicata prima), per cui siete pronti ad osservare deontologie e a manifestare, insieme, appunto, ai colleghi, una aperta ed esplicita lealtà e, fors'anche, una certa riverenza.

Bene.

Il collegamento che si ha con il collega, naturalmente, non è un rapporto naturale (può diventare sentimentale, ma è un'altra, complicata, faccenda). Si tratta, piuttosto, di un rapporto presidiato dal lavoro o professione in cui si è colleghi. E', per dir così, naturalmente artificiale. Già da qui si può inferire che la base del rapporto con il collega è l'assenza di una base di collegamento che si presenti diversa dalla finalità del lavoro e della professione, base che consiste nell’ottenere qualcosa in cambio della propria opera. Tipo -ma non generalizziamo troppo- uno stipendio o il pagamento di una parcella o anche cose quali la gratificazione e via astraendo, che però sono meno, come dire, basilari, che so, rispetto ad una solida base stipendiale.

Il collegamento che si ha con il collega è quindi un collegamento derivato (o indiretto), cioè che proviene e nasce dall'esigenza di una cosa più ampia che si chiama organizzazione o società o roba simile. In cui i colleghi, di diverso livello, sono collegati con te da basi diverse ancora, tipo quelle dei pianerottoli a scendere o a salire, che sono, per dir così, una rappresentazione di una gerarchia collegata da saliscendi.

Possiamo chiamare colleghi i colleghi che si collegano a noi con collegamenti a gerarchie diverse? Sicuramente sì, da un lato, in quanto la gerarchia non preclude il collegamento. Che avviene, naturalmente, saliscendendo piani diversi, nello spazio e nella logica relazionale. No, dall'altro lato, se vogliamo limitare la definizione a chi esegue attività simili alle nostre, poste cioè 'sullo stesso piano'.

Alla base di tutti i collegamenti citati, non naturali, resta comunque la finalità di ciò che, appunto, accomuna i diversi colleghi: e cioè il prestito di qualcosa di sé per ottenere (un collegamento con) un mezzo economico in grado di garantire, in primis, la sussistenza; in secundis, bé, tante altre cose.

Dunque, se il collegamento è di tipo finalistico, verso un principio unificatore che sta nella sussistenza, quello tra colleghi potrebbe essere diverso da un collegamento collaborativo? Bé, no, da un certo punto di vista, perché la sussistenza serve a (quasi) tutti. , da un altro punto di vista, perché, oltre alla sussistenza, un collega vuole possedere questo, un altro desidera quest'altro, un terzo si differenzia ancora in termini di scopo. Il collegamento, in questo senso, non può che essere identificato anche come competitivo.

La naturalità del collegamento tra colleghi si riduce quindi al primo etimo esaminato (in sé non finalistico, perché, naturalmente, si può essere colleghi nel fare nulla…): l'essere stati messi insieme per realizzare una attività più o meno collegata. Il collega è un collegato, cioè, nel collegamento, è in parte un soggetto passivo. Cioè è scelto e poi collegato: raramente può scegliere il collegamento e la collocazione. Ed è meglio così, perché, in caso contrario, gli scopi diversi di ognuno eserciterebbero una forza centrifuga tale da rendere impossibile ed impensabile ogni collegamento, ogni organizzazione cooptativa o, se va bene, collaborativa, in ogni caso produttiva.
Per questo non ci dobbiamo aspettare “il mondo” dai colleghi. Sono come noi, pezzi di esistenza che si intersecano con il nostro pezzo di esistenza, in un certo luogo (materiale o virtuale) e per un certo tempo (per noi esseri umani, per fortuna, mai infinito!).

L'intersezione, buona o cattiva che sia, nobile o meno che sia, onorevole o disdicevole che si presenti, è una associazione di scopo (non mi richiamo qui al senso sociologico del termine, in quanto precludo, in questo discorso, una coscienza comune, collegata), una associazione fondamentalmente etero-diretta dallo scopo sussistenziale o, più largamente, esistenziale di una struttura che ‘sta intorno’.

Se sono eterodiretto, mica ci sta che debba io auto-dirigermi verso il prossimo, eliminando tutte le disparità e differenze. Si mira all'accordo, al collegamento mediamente produttivo, alla concatenazione di attività preferibilmente non ignobili. Attenzione! Non si tratta di compromesso. Si tratta di collegamento con la realtà. Non è un granché, lo so, ma la vita stessa non è (nel maggiore dei casi) un granchè.

E poi, diciamocelo, nel mondo del collegamento eterodiretto, è vero, alcuni sono colleghi.
Ma altri sono anche amici o amiche: scusate se è poco!

mercoledì 4 aprile 2012

GIOCHI DI POTERE

"Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente" (Kane, Quarto Potere)
"Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" (Howard Beale, Quinto Potere)
"Insomma: e se Internet rischiasse in qualche caso di trasformarsi in una specie di 'Sesto potere', ancora più potente del Quarto di Orson Welles e del Quinto di Sidney Lumet?" (Alessandro Gilioli, L'Espresso, 2007
Non sono certo del Quarto e del Quinto, ma sul Sesto Potere non ho dubbi: la sua potenza è proporzionale alla dose di realismo con cui viene espresso dalla gente. Perché ci vuole la gente, quella reale, che si attivi ed eserciti nel mondo reale i clic del Sesto Potere. Altrimenti si riduce ad un abito, che mal si adatta alla realtà su cui si vuole, con le parole, incidere. Ammesso poi che le parole possano emendare porzioni del reale. Limitiamoci a constatare che quelle 'scomode' sono parole che producono reazioni nel reale. Producono l'agire delle persone vere. Perché tendenzialmente si avvicinano a pro-porre una verità che, ancora adesso, a parte per qualche nichilista post-moderno, induce a ragionare sul vero e sul falso di quanto detto o scritto, a porre dubbi e domande, a cercare una articolazione che verifichi o falsifichi la proposizione scritta. Certo, non ogni proposizione scritta. Solo quella che in sé tocca 'code di paglia' reali. Le quali, tendenzialmente, il Potere -diciamo quello semanticamente più tendente al 'Quarto'- deve circoscrivere o, ancora meglio, sopprimere, tacitare, rendere silenti. S-mentire mentendo.
Epperò. Ci sta un però. Anzi tre 'però'. Il Potere, infatti, non consiste (solo) nel far pensare in un certo modo la gente. Neanche nel far passare qualcuno "pazzo profeta dell'etere (del 'wifi', della 'cloud'...)", al fine di relegare le parole della realtà nel mondo lontano e confuso della follia, cioè di un testo senza-senso o di un senso in- e im-proprio per il Potere. E non è neppure "persuasione occulta e manipolazione dei cervelli", sibilo di Internet nelle orecchie del Mondo.
Il Potere, che si attiva solo quando la parola si avvicina ad una realtà pensata e temuta, in quanto reale, è piuttosto un sinonimo di quello che un tempo (forse ancora oggi, ma con meno pregnanza) è stato il peccato capitale per eccellenza: la Superbia. La Superbia, quella che è "originata comunemente dalla presenza di due personalità critiche: apparenza e violenza, esagerata stima di sé e dei propri meriti (reali o presunti), manifestata con un continuo senso di superiorità verso gli altri" (cito da Albanesi.it). Senso di superiorità che si deve esercitare quale imperativo morale del superbo, apparente affermazione di un'etica del dovere dei singoli inferiori nei confronti di enti(tà) superiori, cui tutto, o gran parte, è dovuto.


Da qui non occorre molto per capire che al Potere, che si è immedesimato con la Superbia, arrogandosi il diritto assoluto di dire, di fare parola, di registrare violazioni, supposte tali, del reale inferiore, anch'esso pre-supposto oggetto di s-mentimento, l'unica vera parola e azione che si deve opporre, nell'agire individuale, è il Coraggio.

Bel discorso. Peccato che:


"Come dice Don Abbondio, 
se uno il coraggio non ce l’ha, 
non se lo può dare".


mercoledì 28 marzo 2012

LA VITA DEGLI ALTRI


Sono pericolosamente invidioso della Vita altrui. Voglio la Tua Vita, la voglio assorbire, gustare, assaporare sino alla nausea e poi vomitarla via. L'Invidia è la mia Dominatrice e da Ella, solo da Ella voglio essere intimamente posseduto, sino alla Follia. Non desidero il Purgatorio, non starò coperto con il cilicio e con gli occhi cuciti di fil di ferro, piegato a sussurrare litanie e preghiere, per eoni, per comprarmi il paradiso: io Voglio l'Inferno. Io invidio anch'Esso, sublime regno del Peccato, che sempre arde Vivo.
Ha scritto quel mediocre che risponde al nome di Carlos Ruiz Zafón
:

"L'invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato. Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro".


Che i cretini non latrino mai a me, perché la mia anima
è la loro!

Che l'Invidia roda il mio cuore! Ad Ella lo dono, quale magnifico sacrificio di quanto più Umano è in me!

Perché l'Invidia è svalutata, laddove Essa è Nutrice e Motrice del Mondo!

domenica 11 marzo 2012

UNA DOMENICA PASSANDO IN RASSEGNA

Questa mattina è una domenica solare e calda, sotto il cielo (in genere grigio) di Torino. Non ho tuttavia voglia di uscire, perché decido di passare in rassegna, detto altrimenti, di recensire un paio di testi su aNobii.
Il primo è "Una brevissima introduzione alla filosofia", di Thomas Nagel (Edizione 2009 Il Saggiatore Tascabili (collana Saggi), XVI-119 p., brossura, traduttore Bestente S.), un testo che mi ha deluso, sebbene l'autore, nella stragrande maggioranza degli altri suoi testi che ho letto, si sia sempre rivelato un divulgatore ed un ragionatore eccezionale. Qui c'è il link alla mia recensione.
Qui, invece, in formato PDF (attenti alle pagine stampate a zigzag!) potete leggere la prefazione e l'introduzione al testo.
Il secondo è un testo che aleggia e veleggia da tempo in questo e in molti altri blog, nonché fuori dalla rete e via aleggiando, e cioè il cinque stelle con onore al merito "SpotPolitik. Perché la casta non sa comunicare
" dell'aca-blogger di fiducia e autrice Giovanna Cosenza (2012, VIII-207 p., brossura Editore Laterza (collana Saggi tascabili Laterza)). Un testo analitico e robusto, ricchissimo di spunti radiali, mai eccessivo, sicuramente dialogico e fonte del "ragionare bene per agire meglio". Qui il link alla mia recensione.

Un altro testo sta attendendo recensione. Si tratta di 
"Ontologia" di Maurizio Ferraris, 2003, 172 p., Editore Alfredo Guida (collana Parole chiave della filosofia), un testo brevissimo, con antologia di testi inclusa, che si difende stramaledettamente bene tra le varie (molto lunghe) introduzioni all'Ontologia scritte dai filosofi più disparati. Un manualetto che, se fossi discente in filosofia, mi porterei ben stretto nella tasca interna della giacca (è davvero un tascabile alto e 'stretto'!) o terrei con cura nel cassetto degli 'indispensabili'.


E' un testo-guida che merita... ma ne scriverò un'altra volta.
Buona domenica!

giovedì 8 marzo 2012

MIMOSA, DONNE E UOMINI E... UN BRICIOLO DI SPOTPOLITIK!

Profumo di mimosa in ufficio. Colleghe si trovano con un bel mazzo di mimosa sul tavolo, portato da un galantuomo di primissima mattina. Non sono io, quel galantuomo. Perché a me piace vivere ogni giorno, con le donne che conosco, al lavoro, amiche, familiari, come se fosse sempre il giorno della mimosa. Lasciamo stare la retorica: le donne ci rendono uomini, e viceversa, anche se la storia e l'attualità paiono, sotto questo punto di vista, mostrare una certa asimmetria. Io la posso vedere, ma non la sento nel vivere: le donne e gli uomini, con le loro peculiarità, mi piacciono, in quanto esseri umani. Purtroppo il linguaggio tende al maschile. Ma basta poco per rimediare: basta essere libere/i da pre-giudizi, troppo affrettati, troppo affettati.
Comunque ecco che sento alla radio e su "La Repubblica", un breve discorso sulla mimosa dell'allora partigiana e sempre filosofa Teresa Mattei, da cui ricavo alcune cose a me non note. Intanto che la mimosa, in Italia -siamo all'8 marzo 1946- fu simbolo e veicolo visivo della "voglia delle donne di emergere e farsi notare": perché la mimosa? Perché, racconta Teresa Mattei, in Italia, in marzo, "non ci sono i mughetti, ma la mimosa, fiore sgargiante, bello, poco costoso". Un fiore "gentile", adottato in quanto esemplare della gentilezza delle donne. E' un simbolo ancora attuale? Teresa Mattei ci dice che oggi, la mimosa, con la sua carica simbolica e comunicativa, è fonte di "disprezzo da parte della gente sofisticata... ma non da tutta". Questo perché la mimosa è mimetica della "storia delle donne dal punto di vista dell'equiparazione dei diritti". In questo è ancora attuale. E questo mi rende triste, perché se è ancora tanto attuale, e non è solo un gesto di gentilezza, vuol dire che esiste una ideologia radicata che nella donna vede qualcosa di 'eccentrico', di 'eccezionale', da esaltare in giorni come l'8 marzo, quasi a pulizia della coscienza sociale per i restanti 364 giorni dell'anno. Almeno, io la 'credo' così. Per altri spunti, bé, rimando alla Giornata internazionale della donna.

Donne. Uomini. Politiche e politici. Già, perché SpotPolitik, di Giovanna Cosenza, grande donna, accademica e blogger (qui un assaggio del capitolo 5), iniziato ieri e quasi finito oggi, si rileva un lavoro lucido, a tratti piacevolmente ludico, sicuramente istruttivo sul ruolo della comunicazione in politica, come si evince dal titolo, e della comunicazione di genere, in politica e non.
Da un paio di anni (o forse più, non ricordo) seguo (per lo più in modalità passiva o stand-by, causa lavoro et alias) il blog DIS.AMB.IGUANDO della Professoressa Cosenza, e ci trovo quasi sempre logica, profondità, analisi, il tutto mai distinto dal buon senso
La Professoressa Cosenza, in particolare, oltre alla comunicazione politica, è estremamente attenta a quella di genere (tanto per farla semplice: come la nostra società rappresenta il maschio e la femmina; per un esempio, fai clic qui e poi naviga nel blog, non resterai delusa/o!), nelle diverse forme, commerciali, istituzionali, politiche e non in cui si esprime. Non a caso, prima della giornata mondiale delle donne, ha postato questo link. Il 'prima' non è accessorio. Proprio qui sta il senso dell'azione documentale, espressiva, propositiva, concentrata sulla consapevolezza che il mondo sociale è diviso tendenzialmente a metà (M/F), ma in proporzioni, direbbe un'estetica o un'etica, non del tutto... proporzionate! 'Prima', perché "sarebbe bello che per questo Ottomarzo le cose andassero un po’ diversamente. [...] Che per una volta non toccasse alle donne elencare di tutti i guai causati a questo Paese da un’irriducibile «questione maschile»: il monopolio, come lo chiama Chiara Saraceno, dei posti di potere, l’applicazione di cospicue quote non scritte (tra l’85 e il 100%) a favore degli uomini".
Già, sarebbe bello. E, in effetti, molte aree della rete hanno seguito il tema della 'donna' in società. Peccato, dico io, con le solite modalità (pesco a caso da blog scientifici e dalle testate dei quotidiani italiani): elogio delle donne "scienziate e rivoluzionarie"; elogio della donna "madre e lavoratrice"; elogio presidenziale delle donne "per la crescita"; industriale per le donne "manager"; ricordo ed elogio delle "amiche donne invisibili" e via elogiando.
Secondo me, non ci siamo. Ma quale elogio per questo e per quello?!?! Elogio e basta! Cioè presa d'atto che le donne, con le differenze che questo Cosmo ha dato ai generi dell'Umanità, sono donne, cioè cittadine, cioè, a prescindere dal ruolo investito temporalmente, tanto brave o non brave quanto gli uomini, cittadini anch'essi. Non le 'donne... tututu... in cerca di guai, donne al telefono che non suona mai...' e roba simile, come mille canzoni ci hanno propinato da mezzo secolo e forse anche prima, scusate se non ricordo. Le donne. Punto. Quelle con cui ci accompagniamo ogni giorno e che ci accompagnano ogni giorno. E finisco qui, perché se no, dato il mio habitat culturale, potrei finire per dire le cose che voglio negare, in un eterno paradosso che vuole affermare la normalità dei generi e che, affermandolo, la nega. Donne e uomini, insieme tutte/i: ma vogliamo sottrarci al passato e vivere un giusto futuro?

domenica 17 luglio 2011

INSIDE JOB

Il film/documentario illustra i fatti agghiaccianti che si celano dietro la crisi economica del 2008. Il crack finanziario globale di oltre 20 trilioni di dollari che è costato il posto di lavoro e la casa a milioni di persone e che ha messo in pericolo la stabilità economica di paesi industrializzati, dagli Stati Uniti All'Islanda, dalla Cina alla Grecia.
Per capire come sono stati costruiti i derivati, i sub-prime, le collateralized debt obligation... insomma, tutte quelle "armi (finanziarie) di distruzione di massa" che hanno arricchito i potenti e gettato nella povertà il 99% della popolazione. Non solo statunitense.
Per capire come una regolazione seria sia indispensabile per evitare collassi economico-sociali collettivi.
Per illustrare quanto sia rischioso privatizzare senza "paracadute".
Per individuare i responsabili. Che resteranno forse impuniti, ma che è bene identificare, almeno per evitare di metterci nelle loro mani di nostra volontà.

La nostra vita è troppo importante per lasciarla a supponenti cinici guru della finanza spericolata.


Il film su IMDB.

Director

Charles Ferguson

Writers

Chad BeckCharles FergusonAdam Bolt


Acquistabile (zona 2) su BOL Italia

venerdì 3 giugno 2011

ODIO GLI INDIFFERENTI

More about Odio gli indifferenti
L’opuscolo “Odio gli indifferenti” riporta una selezione di alcuni frammenti di testi di Antonio Gramsci, estratti dall’edizione degli scritti dell’autore curata da Sergio Caprioglio (studioso dell'antifascismo italiano e torinese) per Giulio Einaudi Editore titolata “La città futura. Scritti 1917-1918 (ed. 1982), integrati con il brano “Gli operai della FIAT”, incluso nella raccolta “Socialismo e Fascismo”, sempre Giulio Einaudi Editore (1996) e, in appendice, con il discorso al Camera del 16 maggio 1925, pubblicato sul numero 117 dell’“Unità” del 23 maggio 1925.
I testi qui raccolti hanno la potenza della narrazione universale, in quanto rivolta da un lato all’essere umano, al quid che qualifica l’uomo, dall’altro all’esser-ci in quanto uomini concreti, persone, vite vissute. È una narrazione universale, anche se ad ogni riga nega la sua universalità, qualora essa dovesse identificarsi nell’idealismo o nell’ideologia. Nessun idealismo e nessuna ideologia nelle parole di Gramsci che, impugnando e stringendo con forza il linguaggio, lo schiaccia verso la realtà viva, concreta, contestuale dell’agire degli uomini nella loro vita quotidiana. “È necessario potersi rappresentare concretamente […] questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere. Se non si possiede questa forza di drammatizzazione della vita, non si possono intuire i provvedimenti generali e particolari che armonizzino le necessità della vita con le disponibilità dello Stato” (p. 7, corsivi miei). Oppure, parlando delle scelte di guerra dell’Italia, “le autorità italiane, quelle governative, quelle provinciali, quelle cittadine [...] non sono riuscite ad armonizzare la realtà, perché sono state incapaci di armonizzare prima, nel pensiero, gli elementi della realtà stessa. Esse ignorano la realtà, ignorano l'Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo. Sono dei dilettanti: non hanno alcuna simpatia per gli uomini. Sono retori pieni di sentimentalismo, non uomini che sentono concretamente. Obbligano a soffrire inutilmente nel tempo stesso che sciolgono degli inni alati alla virtù, alla forza di sacrificio del cittadino italiano” (p. 8, corsivi miei). Gramsci impegna il linguaggio immergendolo nella viva realtà delle cose: non a caso le espressioni sono corpose, materiali, pastose. Egli ci parla della “folla, in quanto è composta di singoli, non in quanto è popolo, idolo delle democrazie. [Le autorità] amano l’idolo, fanno soffrire il singolo individuo” (p.8, corsivi miei). E ancora, sul termine ‘demagogia’: “noi continuiamo a dare alla parola il suo vecchio significato, e continuiamo ad applicarla ai demagoghi, cioè a quelli che si servono di sgambetti logici per apparire nel vero, che falsano scientemente i fatti per apparire i trionfatori, che per ubriacarsi della vittoria di un istante sono insinceri o affrettati” (p. 11). Insomma, per Gramsci il linguaggio solido e denso di significato denotativo (la connotazione può veicolare corruzione) è essenziale per “mettersi in azione”, perché è con esso che si può pensare e ragionare e quindi comprendere e scegliere. Sostiene lo scrittore: “Amico mio, ci ripetiamo sconsolatamente, il tuo era l'uovo di Colombo. Ebbene, non mi importa di essere lo scopritore dell'uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l'intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare” (p. 19, corsivi miei). Ecco alcuni altri esempi di scelte lessicali che rendono ragione di quanto detto in merito alla sostanzialità dell’esprimersi: “nutrirsi, sudare, le panetterie, lo zucchero, la medicina, il vermouth, ‘pescicani’ (i fornitori militari di armi); la giardiniera plebea è sempre la minestra più nutriente e più appetitosa; larghe cucchiaiate; uomini gagliardi e ricchi di succhi gastrici che contengono nella forza della loro volontà e dei loro muscoli l'avvenire, ecc.”.

Ora, se gli scritti di Gramsci sono espressione di una forma ragionata ed attenta al reale, che più volte prende distanza dall’ideologia di partito e dalla retorica (ecco perché il messaggio di Gramsci è molto spesso universale, in quanto fondato sul buon senso e su una accurata osservazione del contesto), i contenuti rappresentano, di fatto, una poderosa intrusione nella storia dell’individuo Gramsci, osservatore acuto e portavoce d’azione del disagio italiano. Della sua epoca, certo. E, per alcune costanti che rientrano nel processo storico e nella cultura dei popoli (o, se vogliamo, delle nazioni), anche della nostra epoca contemporanea. Non a caso la selezione di scritti appare in questo turbolento inizio millennio…
La peculiarità di questo discorso attuale consiste, però, nella sua pro-attività: comprendere non basta. La comprensione deve tradursi in comunicazione con il prossimo ed in azione per tutti. Il pensiero disgiunto dall’azione, per Gramsci, non esiste. Esemplare ne è il famoso passo “Indifferenti” (si può facilmente leggere in rete, per esempio qui) come riportato in "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80, scritto da Gramsci l'11 febbraio 1917. È questo un pezzo che è la base o, perlomeno, si rivela essere una pietra sostanziale del pensiero passionale gramsciano, mai scisso dall'agire. Perché per Gramsci la riflessione non è automaticamente azione. Potrebbe rivelarsi solo un pericoloso gioco intellettuale. Quando la riflessione produce azione, coordina le passioni degli uomini, di quelli che prendono parte alle cose, che parteggiano, che sono partigiani, ecco, solo a quel punto l'intellettuale si chiama "uomo".
Gramsci, nei suoi scritti, parteggia sempre. Non in quanto aderente ad un Partito istituzionale. Ma in quanto aderente ad un modus vivendi che dovrebbe risvegliare l’italiano intorpidito dalla facile propaganda e dalla ancora più acquietante (ed inquietante) delega del potere senza controllo, deresponsabilizzazione espressa al massimo grado. Un modus vivendi che non preclude, perché profondamente umano, l’odio (“Odio gli indifferenti”, non a caso), ma che poi, per trasformarsi in azione viva, ricca di “amore” e non solo di “passione”, deve lasciare spazio all’intelligenza. Come ben illustra David Bidussa nell’introduzione, occorre “l’intelligenza per cogliere i molti malesseri della società italiana, quelli che ancora oggi sono irrisolti: la nullità della classe politica; il trasformismo; l’assenza del senso dell’istituzione parlamentare nella coscienza pubblica; il conflitto politica-magistratura; la scuola; gli scandali; la dimensione astratta della libertà nella vita politica; il «perbenismo». Intelligenza, tuttavia, non significa solo «essere puntuti», ma anche scavare nelle parole arroganti dell’avversario e costringerlo, appunto, con l’intelligenza, sulla difensiva”, perché, riporta Bidussa, “la politica non è mai solo forza, è anche autorevolezza. E l’autorevolezza dei «senza potere» si chiama intelligenza. Persino quando si è puniti per la propria intelligenza. E il proprio coraggio”.
Gramsci fa del coraggio la ragione del vivere. Che lo condurrà a scontrarsi con Mussolini in Parlamento, dove tutta sua sarà la vittoria comunicativa, etica e anche politica. Non a caso subirà l’espulsione, come tutte le voci intelligenti che il regime fascista tenterà di mettere a tacere. Non a caso finirà in carcere. E continuerà a scrivere, per agire. Perché non basta scrivere per raccontare e lamentarsi, anzi, “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. […] Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime” (pp. 5,6 corsivi miei).
Mi sembra quindi condivisibile e quindi estendibile, a mo’ di chiusura e raccordo con l’inizio della recensione, quanto scritto nella prefazione al testo: “A un primo sguardo, si potrebbe far rientrare questi scritti di Gramsci nella rubrica «l’Italia com’è oggi non ci piace» […]”, laddove in Gramsci si ritrova “l’adesione alla politica più che il fascino per l’antipolitica, ma anche la determinazione di parlare di una realtà concreta, di comprenderne i meccanismi. Non solo di lamentarsi. In questi scritti c’è il Paese Italia, come scriveva, inascoltato […] Ruggiero Romano. Il Paese Italia, non la nazione italiana: le cose minute, i comportamenti, i caratteri, l’alimentazione, la retorica, i tic che si hanno, le parole che si usano, le consuetudini con cui si organizza la vita associata. Una realtà che sollecita l’indagine sulla vita reale non la costruzione di proiezioni ideologiche”.

Materiali utili
Presso il sito dell’editore Chiarelettere si può sfogliare un estratto del libro e ascoltare l’intervista a Davide Bidussa, che ha redatto la nitida prefazione al libro.
Presso il sito http://www.antoniogramsci.com/
 si possono reperire alcuni estratti tra le pagine più belle e significative di Gramsci, in una sorta di "aggiornamento permanente" che include contributi di studiosi gramsciani, oltre a commenti e sintesi di semplici estimatori (dalla home del sito).

Letture correlate e/o suggerite:
Indignatevi!”, Hessel Stéphane, 2011, ADD Editore
Codice in evoluzione: al di là dei furbi e dei fessi”, 
mia riflessione sul Codice degli Italiani

venerdì 27 maggio 2011

IL MONDO SENZA DI NOI

More about Il mondo senza di noiIl mondo senza di noi”, di Alan Weisman, è un saggio stupendo ed un racconto coinvolgente. Per taluni aspetti, anche sconvolgente. Leggiamo su Wikipedia Italia: “ll mondo senza di noi” è un libro scritto in forma documentale che esamina cosa accadrebbe all'ambiente naturale e artificiale se l'uomo scomparisse all'improvviso dalla faccia della Terra”. Sì, il succo è questo. Ma il mix che lo costituisce è ricco ed è il frutto di una accurata ricerca dell’autore che, al fine di fornire una realistica descrizione di che cosa potrebbe accadere al nostro Pianeta, qualora, per una qualsiasi causa, noi umani ne fossimo spazzati via, si è cimentato in una impressionante ricerca documentale ed esperienziale che rende ragione della definizione riportata su Wikipedia. Perché dai documenti e dalle relazioni scientifiche sull’ecosistema terrestre, dalle interviste ai ricercatori ed esperti delle discipline più diverse, dallo studio dell’evoluzione e dei cambiamenti che il nostro Pianeta ha subito, dal ruolo che esso ha nel Cosmo, da viaggi ed esplorazioni nelle lande più desolate o in quelle più popolate del globo, insomma, da un lavoro a 360 gradi sulle miriadi di interconnessioni che avvengono ogni istante in Gaia (Lovelock, 1979), ecco, solo da questa tensione e da questo rigore metodologico si è potuto realizzare un saggio-documento tanto illuminante e prezioso.
Solo così ci si rende pienamente conto che, per parlare del futuro del Pianeta, occorre conoscerne quanto meglio il passato, ridando così piena dignità e significato alle scienze, da alcuni considerare ‘leggere’, quali gli studi di antropologia, etnologia, paleontologia, archeologia, geologia, geografia umana e storica, architettura dei beni culturali… che, spesso, sono oggetto di dibattito, se non, in alcuni casi, proprio di scherno, nell’epoca attuale. Nel testo di Weisman che, ricordo, ha conseguito laurea e master in Letteratura presso la Northwestern University, è Professore Associato in Giornalismo e Studi Latino-Americani dell'Università di Arizona (dove conduce un programma annuale di campo in campo del giornalismo internazionale) e che, nella sua carriera, ha insegnato scrittura e giornalismo al Prescott College (Arizona) e al Williams College (Massachuttes), queste discipline sono legate, in un intreccio indissolubile, con la fisica, la matematica, la chimica, la biologia, l'astronomia, la geografia terrestre, le scienze della terra…, insomma, quelle forme di scienza ‘pesante’, che trovano in genere un terreno fertile e meno ostico presso il mondo della ricerca, in quanto maggiormente legate (almeno questa è la vulgata) alla tecnologia e, quindi, al mercato (cfr. La natura della tecnologia, Brian Arthur, 2010).
Weisman, che dimostra di conoscere molto bene la professione di giornalista scientifico (cfr il blog: Il giornalismo scientifico in Italia e nel mondo), nei ringraziamenti finali ci fa comprendere quante interviste, letture, suggerimenti, inchieste, viaggi, ha dovuto organizzare per predisporre il materiale alla base del testo. E questo è già complicato. Riuscire poi a tessere una tela che organizzi, in una trama lucente e in un racconto scientificamente solido e fanta-scientificamente avvincente tale materiale, bé, è da maestro, risultato di una passione e di una volontà vigorosa e potente.
L’esercizio intellettuale e professionale di Weisman, di per sé già ammirevole, non si esaurisce nell’analizzare i fenomeni passati e nell’integrarli in una ipotesi futura: esso mira a stimolare la curiosità del lettore, di colui che, mentre legge, prende a prestito parte di Gaia, parte della vita che il Pianeta offre, al fine di rendere più vicino il mondo della vita a colui che, leggendo, forse non ha mai avuto vere occasioni di visitarlo nelle sue più diverse espressioni. E si rivolge al lettore per spiegare, in termini semplici, ma sempre rigorosi, che cosa avviene a seguito dei piccoli (o grandi) gesti quotidiani che usiamo fare entro Gaia: dall’uso del combustibile e dei sacchetti di plastica, alla conservazione del cibo con i nostri elettrodomestici “a gas nobili”, all’emissione di scarti “a lunga conservazione” quali i metalli pesanti, all’affollamento elettromagnetico, all’immissione di anidride carbonica nell’aria e ad una quantità di altre cose cui non ci capita mai di pensare in termini di nostra co-abitazione con l’ambiente.
Ora, si badi bene! Precisiamolo: “Il mondo senza di noi” non è un manuale di ecologia, intesa quale propaganda per la conservazione dell’ambiente. È un racconto. Un racconto, scientificamente fondato, sull’ecosistema in cui siamo immersi e su come questo ecosistema potrebbe reagire alla nostra dipartita. È un uovo delle meraviglie, le cui sorprese sono ad ogni paragrafo almeno per chi, come il sottoscritto, non ha conoscenze universali sulla miriade di fenomeni e reazioni che ci passano sotto il naso ogni giorno. E che passeranno sotto il naso di chi ci sarà, una volta noi esclusi, in modalità prevedibili nel limite di quanto osserviamo oggi ed abbiamo osservato ieri.
Affascinante pensare a che cosa potrebbe accadere (ed in quanto tempo) alle nostre città, proiettandone il futuro sulle più iconiche per noi, quali New York o Londra o Roma. Ammaliante scrutare il fondale degli oceani, dove forme di vita al pari di rifiuti donatori di morte si avvicenderanno, evolvendosi in forme forse già state o forse mai. Curioso il mondo senza fattorie e trattori, dove colture in competizione si sfideranno per conquistare gli spazi da noi lasciati liberi e incolti. Inauditi canti dei volatili, quando, non essendo più soggetti alla nostra interferenza, canteranno di percorsi e stormi nuovi. O lasceranno anch’essi il posto a nuove specie, che ora sono in potenza, ma che, senza di noi, potrebbero (ri-)emergere sul Pianeta. Abbandono dei nostri vincoli materiali (ponti, dighe, laghi artificiali, condotti fognari, gallerie, tunnel sottomarini, metropolitane…) per mancata manutenzione e nuovi passaggi per animali vecchi e nuovi, nuovo ri-disegno di confini, ri-plasmarsi di territori. Eredità di lunga data per le quali valgono ipotesi le più diverse (scorie radioattive, liquami velenosi, agenti chimici di laboratorio). Assenza di guerre, almeno a livello umano. Fine dei segnali, almeno quelli inviati nel cosmo dalla mole di emettitori da noi impiantati un po’ ovunque. La nostra conoscenza: compressa in montagne secondo codici che chissà, dopo di noi, chi potrà o vorrà decodificare…
Inutile continuare un’elencazione che non rende ragione né dei contenuti del prezioso documento, né, in particolare, della bellezza con cui sono stati elaborati. Il testo parla a chi vorrà ascoltarlo.
E, di fatto, ha già parlato, letteralmente, attraverso un documentario che, proprio da questo testo, ha avuto origine. Si tratta dell’omonimo Il mondo senza di noi. Cosa accadrebbe se l’uomo scomparisse dalla Terra?”.   Il documentario è assai intrigante e, pur semplificando un po’ dovendo ‘stare’ nei 90’ di un DVD, è abbastanza fedele al testo di Weisman.
Ecco il trailer su YouTube:


Ecco, invece, il sito ufficiale del libro (in inglese) The world without us (bella la sezione Multimedia, che contiene anche collegamenti ai siti di cui si parla nel testo) e il link alla versione inglese di Wikipedia, voce The World Without Us, molto ricca.

Alcuni link sull’argomento trattato nel libro e un appunto.

Da questi pochi link citati, si può notare come il testo di divulgazione  scientifica sia talvolta visto come un testo di scienza (un esperimento mentale), talvolta come un testo ‘best seller’ (a sostegno della vivacità culturale statunitense), talaltra come un testo di cultura spettacolare (catastrophe book basato su dati scientifici).
Il testo di Weisman è tutte queste cose assieme ma, soprattutto, è uno dei diversi prototipi testuali di informazione scientifica su larga scala che, confido, sempre di più si diffonderanno nella cosiddetta “società della conoscenza”, contribuendo a ridurre il cultural divide che ne è parte integrante.

E se un giorno l'umanità scomparisse? La Terra la dimenticherebbe in fretta”, La Repubblica, Scienza e Tecnologia, 12 ottobre 2006
Ecco il mondo senza di noi, andrà in rovina e poi rinascerà”, La Repubblica, Spettacoli e Cultura, 11 marzo 2008
La Terra senza l'uomo”, recensione del testo sul sito “Le Scienze”, settembre 2008
Il mondo senza di noi”, recensioni e commenti su aNobii

In rete, come sempre, migliaia di altri riferimenti. Spazio ai naviganti!

venerdì 20 maggio 2011

AUTO-ORGANIZZAZIONI

More about Auto-organizzazioniDopo “Prede o Ragni (2005), di Alberto De Toni e Luca Comello, e “Viaggio nella Complessità (2007), degli stessi autori, con “Auto-organizzazioni. Il mistero dell'emergenza dal basso nei sistemi fisici, biologici e sociali (2011), di Alberto De Toni, Luca Comello e Ioan Lorenzo, il viaggio nelle lande della Complessità continua, con la stessa passione, lo stesso impegno e lo stile, quanto mai emozionante, dei primi testi.
La prima parola del titolo, “Auto-organizzazione”, è un po’ l’ombrello che de-limita il contenuto di cui si discorre nel testo. Una de-limitazione che, si sa, nel caso dei fenomeni complessi è un po’ impossibile: de-limitare segna i confini, induce a pensare a modelli chiusi. La complessità, invece, parla tanto di ciò che è chiuso, quanto di ciò che aperto. Per esempio: sistemi chiusi per quanto concerne la struttura, e aperti per quanto concerne lo scambio di energia e/o informazione. Quindi il termine ‘Auto-organizzazione’ va accoppiato, nel cammino che accoglie “l’emergenza del divenire”, proprio dalla parola “emergenza”. In particolare, per il cammino che si percorre nel testo, per quella che è generata dal “basso”, categoria di poco prestigio nell’era delle scienze esatte e delle filosofie razional-idealiste, ma estremamente potente per intrufolarsi nel vasto campo dell’esistenza che è il complesso.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché
Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.

Il testo è chiuso da due brevi gioiellini:

La postfazione su auto-organizzazione e nuovi modelli organizzativi” di Emilio Bartezzaghi, professore ordinario di gestione aziendale presso il Politecnico di Milano, che è parola data ad un tecnico e studioso dell’azienda: il quale riprende il filo rosso del discorso del libro e, con un’abilità quanto mai apprezzabile, lo colloca nello spazio di confronto attuale sull’impresa.
Salutiamoci con una fiaba”, di Piera Giacconi. Una fiaba, perché “la realtà non può essere solo condensata in un sistema di equazioni: il complesso, da sempre, va raccontato”. E si sa, la parola è magica. La parola è conoscenza che evolve. Mondi possibili che si realizzano. Leggende che aprono nuovi punti di vista, scorci di lucidità nel complesso che ci circonda.

Mi fermo qui, cogliendo l’occasione di ‘legare’ a questa recensione:

Il primo paragrafo di “Auto-organizzazioni”, dal blog Complessamente di Luca Comello, dove potete trovare anche la quarta di copertina e un link ad un’intervista con Comello.

Un video da vedere a tutto schermo e tutto volume. Meraviglioso.