Profumo di mimosa in ufficio. Colleghe si trovano con un bel mazzo di mimosa sul tavolo, portato da un galantuomo di primissima mattina. Non sono io, quel galantuomo. Perché a me piace vivere ogni giorno, con le donne che conosco, al lavoro, amiche, familiari, come se fosse sempre il giorno della mimosa. Lasciamo stare la retorica: le donne ci rendono uomini, e viceversa, anche se la storia e l'attualità paiono, sotto questo punto di vista, mostrare una certa asimmetria. Io la posso vedere, ma non la sento nel vivere: le donne e gli uomini, con le loro peculiarità, mi piacciono, in quanto esseri umani. Purtroppo il linguaggio tende al maschile. Ma basta poco per rimediare: basta essere libere/i da pre-giudizi, troppo affrettati, troppo affettati.
Comunque ecco che sento alla radio e su "La Repubblica", un breve discorso sulla mimosa dell'allora partigiana e sempre filosofa Teresa Mattei, da cui ricavo alcune cose a me non note. Intanto che la mimosa, in Italia -siamo all'8 marzo 1946- fu simbolo e veicolo visivo della "voglia delle donne di emergere e farsi notare": perché la mimosa? Perché, racconta Teresa Mattei, in Italia, in marzo, "non ci sono i mughetti, ma la mimosa, fiore sgargiante, bello, poco costoso". Un fiore "gentile", adottato in quanto esemplare della gentilezza delle donne. E' un simbolo ancora attuale? Teresa Mattei ci dice che oggi, la mimosa, con la sua carica simbolica e comunicativa, è fonte di "disprezzo da parte della gente sofisticata... ma non da tutta". Questo perché la mimosa è mimetica della "storia delle donne dal punto di vista dell'equiparazione dei diritti". In questo è ancora attuale. E questo mi rende triste, perché se è ancora tanto attuale, e non è solo un gesto di gentilezza, vuol dire che esiste una ideologia radicata che nella donna vede qualcosa di 'eccentrico', di 'eccezionale', da esaltare in giorni come l'8 marzo, quasi a pulizia della coscienza sociale per i restanti 364 giorni dell'anno. Almeno, io la 'credo' così. Per altri spunti, bé, rimando alla Giornata internazionale della donna.
Donne. Uomini. Politiche e politici. Già, perché SpotPolitik, di Giovanna Cosenza, grande donna, accademica e blogger (qui un assaggio del capitolo 5), iniziato ieri e quasi finito oggi, si rileva un lavoro lucido, a tratti piacevolmente ludico, sicuramente istruttivo sul ruolo della comunicazione in politica, come si evince dal titolo, e della comunicazione di genere, in politica e non.
Da un paio di anni (o forse più, non ricordo) seguo (per lo più in modalità passiva o stand-by, causa lavoro et alias) il blog DIS.AMB.IGUANDO della Professoressa Cosenza, e ci trovo quasi sempre logica, profondità, analisi, il tutto mai distinto dal buon senso.
La Professoressa Cosenza, in particolare, oltre alla comunicazione politica, è estremamente attenta a quella di genere (tanto per farla semplice: come la nostra società rappresenta il maschio e la femmina; per un esempio, fai clic qui e poi naviga nel blog, non resterai delusa/o!), nelle diverse forme, commerciali, istituzionali, politiche e non in cui si esprime. Non a caso, prima della giornata mondiale delle donne, ha postato questo link. Il 'prima' non è accessorio. Proprio qui sta il senso dell'azione documentale, espressiva, propositiva, concentrata sulla consapevolezza che il mondo sociale è diviso tendenzialmente a metà (M/F), ma in proporzioni, direbbe un'estetica o un'etica, non del tutto... proporzionate! 'Prima', perché "sarebbe bello che per questo Ottomarzo le cose andassero un po’ diversamente. [...] Che per una volta non toccasse alle donne elencare di tutti i guai causati a questo Paese da un’irriducibile «questione maschile»: il monopolio, come lo chiama Chiara Saraceno, dei posti di potere, l’applicazione di cospicue quote non scritte (tra l’85 e il 100%) a favore degli uomini".
Già, sarebbe bello. E, in effetti, molte aree della rete hanno seguito il tema della 'donna' in società. Peccato, dico io, con le solite modalità (pesco a caso da blog scientifici e dalle testate dei quotidiani italiani): elogio delle donne "scienziate e rivoluzionarie"; elogio della donna "madre e lavoratrice"; elogio presidenziale delle donne "per la crescita"; industriale per le donne "manager"; ricordo ed elogio delle "amiche donne invisibili" e via elogiando.
Secondo me, non ci siamo. Ma quale elogio per questo e per quello?!?! Elogio e basta! Cioè presa d'atto che le donne, con le differenze che questo Cosmo ha dato ai generi dell'Umanità, sono donne, cioè cittadine, cioè, a prescindere dal ruolo investito temporalmente, tanto brave o non brave quanto gli uomini, cittadini anch'essi. Non le 'donne... tututu... in cerca di guai, donne al telefono che non suona mai...' e roba simile, come mille canzoni ci hanno propinato da mezzo secolo e forse anche prima, scusate se non ricordo. Le donne. Punto. Quelle con cui ci accompagniamo ogni giorno e che ci accompagnano ogni giorno. E finisco qui, perché se no, dato il mio habitat culturale, potrei finire per dire le cose che voglio negare, in un eterno paradosso che vuole affermare la normalità dei generi e che, affermandolo, la nega. Donne e uomini, insieme tutte/i: ma vogliamo sottrarci al passato e vivere un giusto futuro?
Blocco appunti per ragionare, cioè -più o meno- parlare, almeno ogni tanto, con la propria mente...
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giovedì 8 marzo 2012
domenica 27 marzo 2011
UN VIANDANTE DELLA COMPLESSITA'
Andiamo con ordine. La premessa di Annamaria Anselmo racconta, in sintesi, la vicenda in cui è nato il libretto (sono 60 pagine) "Un viandante della complessità. Morin filofoso a Messina", indicando come l'opera sia costituita di tre parti: le laudationes di Girolamo Cotroneo e Giuseppe Gembillo, cui segue la lezione "La mia via alla concezione della complessità" di Edgar Morin.
Le tre sezioni si integrano alla perfezione.
Nella prima, Per Edgar Morin, di Girolamo Cotroneo, il docente illustra come la via che Morin ha seguito per giungere all'idea di complessità non sia stata lineare, quanto un continuo superamento di logiche ed ideologie (tra cui quella politica comunista che lo stesso Morin ricorda nella sua lezione) che incrostavano il raggiungimento di un pensare composto, in grado di rendere conto, attraverso un metodo ("Il Metodo" è, nei suoi sei volumi, una risposta alle 40 pagine de "Il discorso sul Metodo" di Cartesio) che riducesse i riduzionisimi a modalità di conoscenza parziale, reintroducendo, al contrario, il 'vecchissimo sentimento' del filosofo Morin "della relatività della verità e dell'errore e [...] della complementarità delle posizioni contraddittorie".
Si abbandonano le filosofie 'totalitarie', in nome di una visione in cui si alternano "isolotti di certezza e zone di incertezza": il metodo consente di navigare in siffatto ambiente e costruire una strategia del pensiero e dell'azione. La vita di Morin, introduce Cotroneo, è il diverticolato transitare di disciplina in disciplina per giungere al superamento della certezza intesa quale assoluto della conoscenza, non per approdare al relativismo ed alla sua deriva nichilistica, ma per irrobustire la strategia di conoscenza complessa che avanza per approssimazione ed emersione, considerando il sistema e non solo la parte, rielaborando la filosofia come pensiero del legame, e non della scissione ideo-logica, reinterpretando l'uomo non solo come 'sapiens', ma anche come 'demens'.
La seconda sezione è fondamentale: Giuseppe Gembillo, nel suo intervento La filosofia di Edgar Morin, rende una sintesi eccellente del pensiero del filosofo francese, tracciando un quadro della sua filosofia che si fonda su una utilizzazione estesa ed acuta dei testi scritti dallo stesso Morin. Sintesi, dicevo, e non riassunto, perché lo stesso autore esprime chiaramente come riassumere l'opera di un filosofo prolifico e multi-disciplinare quale Morin sarebbe impresa ardua. Ma sintesi di due elementi essenziali a comprendere i punti forti della filosofia moriniana: la ridefinizione di Soggetto ed Oggetto della conoscenza e la ridefinizone del loro rapporto, da un lato; la complessità come Sfida, dall'altro.
Alla ridefinizione di Soggetto conoscente, Morin è giunto attraverso una profonda auto-critica e a un ripensamento del collocamento dell'uomo nell'ambiente. Il percorso del filosofo è lungo. Qui basti ricordare, con le parole di Gembillo, che Morin "ha nello stesso tempo storicizzato e complessificato il Soggetto conoscente, radicandolo fermamente all'interno di un contesto e di un processo, nel quale è, contemporaneamente, produttore e prodotto, creatore e creato, in un rapporto interattivo il cui vero senso risiede nella reciproca relazione tra le parti in causa".
Analogo discorso riguardo all'Oggetto: esso non è l'elemento "semplice, immodificabile, misurabile quantitativamente e formalizzabile in maniera perfetta" come nella scienza classica. L'Oggetto è "evento storico e complesso", una sorta di oggetto-evento alla Prigogine, un sistema aperto che scambia continuamente energia con l'esterno e che, nel farlo, riesce a mantenere il proprio ordine interno al limite del caos. Vive in equilibrio quasi-stabile tra ordine e caos.
Ecco allora che, tentando di individuare un nesso tra Soggetto e Oggetto, come sopra sommariamente definiti, l'unica via è quella della relazione sistemica: un approccio, cioé, che si fonda sull'idea di 'transazione', con cui si intende che la conoscenza si attua solo se Soggetto e Oggetto non si elidono nell'atto del conoscere, come previsto dalla scienza classica, ma si compongono a sistema in termini contestuali e storici. Vuol dire, continuando, che non solo il soggetto verifica le proprie osservazioni, ma integra in esse la propria auto-osservazione, onde non cadere nell'errore della scienza classica che, estrudendo il soggetto nella metafisica del conoscere, con esso gettava l'aspetto 'fisico' e storico che ne influenza la conoscenza. Del resto, il soggetto interviene sempre, con tutto il proprio apparato metodologico-storico-sociale, nella definizione del sistema e, conseguentemente, nella selezione delle sue proprietà osservabili.
La Complessità nell'ordine delle cose cui si perviene non apre la via all'inconoscibile: tutt'altro! Richiede la rifondazione del pensiero e procedere scientifico, oggettivante e totalizzante, la costruzione di una "Scienza Nuova" dotata di un Metodo che possa "articolare ciò che è separato e collegare ciò che è disgiunto" (da Il Metodo, I, p.11). In un'ottica integrale e integrante: la scienza nuova non può e non deve cancellare i processi conoscitivi ereditati dalle epistemologie precedenti. Non bisogna cancellare il metodo tradizionale, perché "il pensiero complesso non rifiuta affatto la chiarezza, l'ordine, il determinismo. Sa semplicemente che sono insufficienti, sa che non si può programmare la scoperta, la conoscenza, né l'azione" (da Introduzione al pensiero complesso, p. 83). In questo senso la Complessità è una sfida: è una sfida ai concetti fondanti la scienza classica, al fine di spingersi oltre, integrandola e riformandola attraverso un metodo che è anche impegno toeretico, etico e pedagogico-formativo, come Edgar Morin ha sempre sottolineato nelle sue opere.
Infine, ecco la Lectio vera e propria. Il titolo è essenziale: "La mia via alla concezione della complessità": nella lezione, Morin ci racconta il cammino che ha fatto per arrivare alla concezione della complessità e del pensiero complesso. Si rivela un cammino tanto auto-biografico, quanto intellettuale incrocio con biografie altrui. E' un cammino anche di una personalità particolare, non conformista, per l'epoca: "io mi sono iscritto all'Università non per prepararmi a un mestiere, ma per soddisfare una curiosità; una curiosità generalizzata sulle questioni umane". Questo rende, almento per me, affascinante il percorso umano e filosofico di Morin. "Che cos'è l'umano, la vita umana, la società umana, il destino umano; e queste domande mi hanno fatto interessare a diverse scienze" (corsivo mio); qui sta il punto di svolta: "diverse" scienze. Per tentare la sfida all'umano, le scienze umanistiche non bastano. Occorre sapere quanto più possibile sulle intime connessioni tra gli elementi naturali. Occorre una prospettiva multi-disciplinare ed integrale: complessa, diremmo oggi. Tornando a Morin, ci racconta di quanto da lui seguito all'Università e di tre lezioni che ne ha tratto e che, nella sua Lectio, chiama: "ironia della storia", "storicizzare lo storico stesso" e "il doppio gioco della storia". Non tolgo il piacere al lettore di scoprire che cosa intenda con queste tre dizioni. Appunto solo che, come è evidente dalle designazioni, la storia non è mai neutra nella via alla complessità. Come non sono neutri altri due temi che ci ricorda Morin: la contraddizione e la morte. Sulla scia di questi, attraverso dubbio metodico, il pensiero si prepara al complesso. E inizia a raccontarsi in libri e opere che, al 2002, data della Lectio, costituiscono un'opera immensa. Un'opera che si è costruita sull'auto-critica, già citata. Morin cerca di scoprire il perché della propria entusiasta adesione al Comunismo e il perché dell'altrettanto intenso allontanamento. Solo introducendo il soggetto conoscente nell'interazione con l'oggetto e le vicende da conoscere, può emergere una soluzione complessa al problema di conoscenza. Morin ha lavorato molto sul suo "io storico", per comprendere oggetti storici. E per attivare quelli che il filosofo chiama "i miei quattro demoni antagonisti-complementari: il dubbio, la fede, la razionalità e la religione", demoni pro-vocatori, nella loro dialettica, di conoscenza. Che nasce dal conflitto. Che si muove tra le isole di certezza e gli arcipelaghi di incertezza. Che ci apre al cammino, ad una situazione in cui la stasi non conosce, in cui muoversi è moto essenziale, anche etico. Perché "Caminante non hay camino, El camino se hace en andar" o, in italiano, "Viandante, non c'è cammino, il cammino nasce nell'andare".
Rimandi ad altre recensioni a testi di Morin, principalmente sotto il profilo educativo e pedagofico, che ho terminato di leggere:
"Oltre l'abisso"
"La testa ben fatta"
"Educare gli educatori"
"Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'età planetaria"
"Le vie della complessità", in La sfida della complessità
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venerdì 18 marzo 2011
GLI OTTO PECCATI CAPITALI DELLA NOSTRA CIVILTA'
Come ho scritto nella mia recensione su aNobii, tante sono le edizioni di questo gioiello dell'umanità, quante le recensioni che lo accolgono in ogni dove.
Perché è un dire universale.
Un riflettere globale.
Un senso di responsabilità colossale.
E molto altro ancora.
I contenuti? Ecco che cosa racconta il risvolto del libro:
"In questo limpido libretto del 1973, che ha già avuto un successo strepitoso in Germania e lo sta avendo ora in tutto il mondo, Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina, affronta, nella prospettiva della biologia e dell’etologia, alcuni problemi capitali che si pongono al mondo di oggi. Tali problemi, secondo Lorenz, corrispondono ad altrettanti «peccati capitali», che la civiltà occidentale ha accumulato nella sua evoluzione e che minacciano oggi di ucciderla. La sovrappopolazione, la devastazione della terra, l’indottrinamento coatto, le armi nucleari, l’ostilità e l’indifferenza che si annidano nel corpo della società sono tutti anelli di una stessa catena fatale, prodotta da un atteggiamento incurante e rapace verso la vita. Distesamente e acutamente, con l’occhio lucido dello scienziato e insieme con appassionata partecipazione, Lorenz analizza le cause e i meccanismi di questi e altri peccati, la cui gravità è spesso tanto maggiore in quanto non vengono riconosciuti come tali – e le sue pagine daranno una prova convincente di quale aiuto prezioso possano offrire antiche e nuove scienze, come la biologia e l’etologia, nel tentativo di comprendere processi che coinvolgono oggi la vita di tutti".
Da leggere. E tenere nella mente e nel cuore. Imperdibile.
mercoledì 16 marzo 2011
IL PREZZO DEL LINGUAGGIO
Riporta la quarta di copertina:
"Nella storia dell'evoluzione della specie umana l'avvento del linguaggio ha innescato nell'Homo sapiens una serie di innovazioni rivoluzionarie: la modifica delle sue strutture cerebrali; la nascita del pensiero astratto e, con esso, l'elaborazione di tecnologie, valori, opinioni, credenze; la trasmissione delle informazioni e la loro conservazione nel tempo. Tutto questo, e i comportamenti che ne sono derivati hanno reso l'uomo una specie ecologicamente anomala, una specie in cui il linguaggio ha progressivamente annullato la distanza tra l'evoluzione biologica e l'evoluzione culturale. Muovendo da questi presupposti, gli autori conducono un serrato confronto con le più recenti acquisizioni di tutte le discipline interessate (biologia, ecologia, scienze cognitive, filosofia del linguaggio), per approdare infine a un'ipotesi provocatoria e catastrofica: la sempre più probabile condanna all'estinzione della propria specie è il prezzo culturale che l'uomo paga al linguaggio come prodotto della selezione naturale."
Io ho scritto la mia.
Che il linguaggio sia con tutti noi!
Bisogna solo vedere se :-) oppure :-( !!!
venerdì 3 settembre 2010
I VOLTI DELLA MENZOGNA
...gli indizi dell'inganno nei rapporti interpersonali... di Paul Ekman
Questo testo di Paul Ekman, scritto nel 1985, è un tentativo, sistematico, di divulgare presso il pubblico i risultati allora raggiunti nell'ambito della ricerca sulle espressioni facciali e, per esteso, dei segni distintivi della menzogna.
Il testo sintetizza il quadro teorico alla base dell'approccio pragmatico con cui avvicinarsi agli indizi (potenzialmente) rivelatori della menzogna. Il riconoscere la menzogna è una competenza che si può acquisire, una volta individuato che cosa si deve cercare, ma che, per fornire risultati utili ed attendibili, richiede un intenso esercizio pratico, non essendo così naturale per l'essere umano riconoscere le tecniche, consapevoli o meno, di chi sta mentendo. Quel che si sostiene è quindi che, sapendo che cosa cercare nella voce e nel comportamento non verbale, oltre che verbale, è in parte possibile rilevare gli indizi che rivelano la menzogna.
Come può accadere? In genere, evince Ekman dai suoi studi sulle espressioni e sul comportamento emotivo, quando proviamo emozioni, "ciascuna di esse scatena una sequenza di segnali che le è propria, e che si manifestano nel linguaggio del corpo, nella voce e nelle espressioni del volto". Si tratta di un comune denominatore biologico, relativamente costante tra le diverse popolazioni, soggiacente ad altre manifestazioni improntate alle diversità culturali.
Imparare a riconoscere la menzogna può indurre a due comportamenti importanti: aiutare chi sta male e difendersi da chi tenta di fare o farci del male. Sempre che, osserva Ekman, non diventi un'ossessione!
Un capitolo interessante, tra gli altri, è quello sul poligrafo, o macchina della verità, in cui l'autore evidenzia tutti i limiti di una utilizzazione indiscriminata e non consapevole di che cosa 'legge' lo strumento. In quanto tale, infatti, esso legge, simultaneamente, alcune modificazioni in più indicatori corporei (sudorazione, battito del cuore, tensione muscolare, ...), cioè, di fatto, rileva la presenza di un'emozione o, più genericamente, una alterazione dello stato fisiologico dell'individuo. Questa modificazione, tuttavia, può essere o non essere correlata alla presenza della menzogna: si pensi all'ansia che prova un innocente nel sottoporsi al test del poligrafo; essa è una dimensione esperenziale di disagio reale e il poligrafo la identifica quale tale. Ma potrebbe essere causata dallo stress dovuto al timore di non essere creduto. Per questo è essenziale integrare che cosa ci 'dice' il poligrafo con altri indizi, maggiormente inequivocabili, relativi al mentire. Per evitare che un innocente diventi colpevole... a causa delle proprie normali e sane emozioni!
In fondo al testo, una serie di tabelle molto utili fornisce informazioni dettaglianti i vari casi di relazione/correlazione tra stati emotivi/tendenza alla menzogna/rapporto inquisito-inquisitore, particolarmente pertinenti per formarsi un quadro concettuale solido delle potenzialità e delle limitazioni delle ricerche descritte.
Una nota da tenere bene presente: non crediate, dopo aver letto il libro, di essere più bravi a riconoscere le menzogne... un po' di esercizio ci vuole!
Per fare un buon esercizio pratico, ci si può allenare con F.A.C.E. Training, un sistema di addestramento on-line, non gratuito, che si trova sul sito di Paul Ekman.
A breve seguirà una recensione al testo "Te lo Leggo in Faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste", sempre di Paul Ekman, ma più aggiornato in merito a teoria e metodo.
Questo testo di Paul Ekman, scritto nel 1985, è un tentativo, sistematico, di divulgare presso il pubblico i risultati allora raggiunti nell'ambito della ricerca sulle espressioni facciali e, per esteso, dei segni distintivi della menzogna.
Il testo sintetizza il quadro teorico alla base dell'approccio pragmatico con cui avvicinarsi agli indizi (potenzialmente) rivelatori della menzogna. Il riconoscere la menzogna è una competenza che si può acquisire, una volta individuato che cosa si deve cercare, ma che, per fornire risultati utili ed attendibili, richiede un intenso esercizio pratico, non essendo così naturale per l'essere umano riconoscere le tecniche, consapevoli o meno, di chi sta mentendo. Quel che si sostiene è quindi che, sapendo che cosa cercare nella voce e nel comportamento non verbale, oltre che verbale, è in parte possibile rilevare gli indizi che rivelano la menzogna.
Come può accadere? In genere, evince Ekman dai suoi studi sulle espressioni e sul comportamento emotivo, quando proviamo emozioni, "ciascuna di esse scatena una sequenza di segnali che le è propria, e che si manifestano nel linguaggio del corpo, nella voce e nelle espressioni del volto". Si tratta di un comune denominatore biologico, relativamente costante tra le diverse popolazioni, soggiacente ad altre manifestazioni improntate alle diversità culturali.
Imparare a riconoscere la menzogna può indurre a due comportamenti importanti: aiutare chi sta male e difendersi da chi tenta di fare o farci del male. Sempre che, osserva Ekman, non diventi un'ossessione!
Un capitolo interessante, tra gli altri, è quello sul poligrafo, o macchina della verità, in cui l'autore evidenzia tutti i limiti di una utilizzazione indiscriminata e non consapevole di che cosa 'legge' lo strumento. In quanto tale, infatti, esso legge, simultaneamente, alcune modificazioni in più indicatori corporei (sudorazione, battito del cuore, tensione muscolare, ...), cioè, di fatto, rileva la presenza di un'emozione o, più genericamente, una alterazione dello stato fisiologico dell'individuo. Questa modificazione, tuttavia, può essere o non essere correlata alla presenza della menzogna: si pensi all'ansia che prova un innocente nel sottoporsi al test del poligrafo; essa è una dimensione esperenziale di disagio reale e il poligrafo la identifica quale tale. Ma potrebbe essere causata dallo stress dovuto al timore di non essere creduto. Per questo è essenziale integrare che cosa ci 'dice' il poligrafo con altri indizi, maggiormente inequivocabili, relativi al mentire. Per evitare che un innocente diventi colpevole... a causa delle proprie normali e sane emozioni!
In fondo al testo, una serie di tabelle molto utili fornisce informazioni dettaglianti i vari casi di relazione/correlazione tra stati emotivi/tendenza alla menzogna/rapporto inquisito-inquisitore, particolarmente pertinenti per formarsi un quadro concettuale solido delle potenzialità e delle limitazioni delle ricerche descritte.
Una nota da tenere bene presente: non crediate, dopo aver letto il libro, di essere più bravi a riconoscere le menzogne... un po' di esercizio ci vuole!
Per fare un buon esercizio pratico, ci si può allenare con F.A.C.E. Training, un sistema di addestramento on-line, non gratuito, che si trova sul sito di Paul Ekman.
A breve seguirà una recensione al testo "Te lo Leggo in Faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste", sempre di Paul Ekman, ma più aggiornato in merito a teoria e metodo.
venerdì 20 agosto 2010
NIENTE
... come si vive quando manca tutto: antropologia della povertà estrema ... di Alberto Salza (2009, Editore Sperling & Kupfer, collana Saggi).
E' un libro delicato da raccontare, perché non saprei come farlo senza commettere almeno due tipi di errori gravissimi. Il primo, scadere nella retorica, perché nel libro di Salza di retorica non ce n'è e quando è presente è finalizzata alla diffusione del racconto per, diciamo così, 'i non addetti ai lavori' (cioé chi non ha conoscenze di antropologia). Il secondo, selezionare solo alcune parti, che potrebbero indurre il lettore a formarsi pre-giudizi sul testo prima ancora di leggerlo. Non posso permetterlo. Quindi questo libro va letto, perché ogni recensione non può che proporne una scarna riduzione.
E' un libro che racconta, letteralmente, del 'niente'. Il niente non come categoria antropologica, ma il niente reale, il niente inteso come l'effettiva assenza di acqua, di cibo, di aria pulita, di un 'cesso', di una casa, di un lavoro, della salute, sino al limite della mancanza della vita stessa: morte, fine sofferente.
Il testo è piuttosto rigoroso (anche se in molti punti si lascia andare ad una 'volgarizzazione' delle parole e dei concetti espressi, immagino al fine di ampliare e sensibilizzare un più vasto pubblico dei lettori o, comunque, di aumentarlo), scritto con tutta la forza fisica della parola 'o-scena', che cerca di mettere in scena ciò che non è descrivibile. Per farlo, talvolta l'autore, che ha vissuto ciò che ha scritto, non può che alleggerire l'oscenità con un po' di humour nero e di quel cinismo 'da caserma' con il quale si mette in risalto il niente assoluto di qualche centinaia di milioni di esseri umani.
Si parla di donne e di uomini che non vivono solo nei 'paesi in via di sviluppo', ma anche nei ricchi Stati Uniti o nell'Unione Europea. Questo perché le strutture operanti al fine di investire di 'niente' una parte della popolazione (che va per la maggiore...), prescindono dalla localizzazione geografica, che fornisce semmai il contesto di specializzazione del fenomeno, e si estendono, invece, in tutte le suture più deboli e soggette a cedimento delle società.
Nel testo l'autore non propone speranza, e sottolinea il limite del suo mestiere, l'antropologo ("Il mio lavoro non ha né onore né gloria. Lascia dietro di sé quella che in Vietnam si chiamava cripticamente SNAFU, Situation Normal All Fucked Up, cioè "Situazione normale, tutto a puttane", p. 335), e di tutte le categorie che cercano di inquadrare, per noi che abbiamo 'qualcosa', i termini di povertà e miseria. Anche solo per comunicarli, occorre infatti esprimerli con le sfumate parole delle lingue dei luoghi ove si espandono, siano essi in Africa, Sudamerica, Australia o, essendo l'autore torinese, negli slum nella periferia di Torino.
Credetemi quando dico che trovo difficile sintetizzare in qualche modo questo testo. Come si può sintetizzare ciò che elegge il 'niente' come oggetto di descrizione vissuta, avvicinato, in qualche modo 'assorbito' dall'autore?
Quel che posso fare è cercare di far trasudare, dal testo, alcuni elementi utili affinché esso venga letto: mi rendo conto che non ho altro di più da fare. Niente, tanto per riecheggiare il testo, ma già cascando nella retorica...
Così, il testo è suddiviso in una introduzione, in una (s)conclusione e in due parti centrali.
La prima parte centrale è quella che ci racconta come si misura la povertà, ma come questa stessa misurazione non sia quella con cui le diverse genti individuano il fenomeno che, in questo caso, coincide con le loro vite. E' una parte molto importante per capire la difficoltà di avere a che fare con fenomeni 'al limite', quali la miseria e la povertà. Ma è soprattutto rilevante perché include una sezione in cui l'autore chiarisce "le trappole della povertà", cioé quei meccanismi a circolo vizioso che una volta innescati portano al 'niente' oggetto del testo. E che non si possono disinnescare. Unica possibilità: bé, non finirci dentro. Le "trappole della povertà" sono le autostrade per la miseria. Per citarne alcune, che l'autore esemplifica nel mondo reale, con storie vere, con relazioni documentate (tutto il testo, per ogni capitolo, per ogni affermazione, è documentato, circostanziato, preciso), con esperienze sue proprie, ecco che abbiamo:
-trappola dell'istruzione: i bambini al lavoro;
-trappola dei debiti e delle obbligazioni;
-trappola della sottonutrizione e della malattia;
-trappola della bassa professionalità;
-trappola della fertilità;
-trappola della sussistenza;
-trappola dell'erosione agricola;
-trappola dei beni comuni;
-trappola della criminalità;
-trappola della salute mentale.
La "trappola" è un meccanismo che inghiotte e letteramente finisce per seppellirti 'vivo'. I Paesi Sviluppati adottano "tecniche" per disinnescare tali trappole che però, non entrando viva-mente nella struttura di vita infernale delle stesse e nella ragione di essere (in fine dei conti razionale!) che le alimenta e le perpetua, in genere fanno molto più danno che bene.
Così gli slum, "ventre molle della bestia", si espandono a ritmi esponenziali, circondando ed infiltrandosi nelle città che sono artefatti pieni di punti deboli, perché il loro progetto non è in grado di integrare la devastazione della miseria, se non tamponando di volta in volta i focolai di distruzione che inceneriscono le periferie, soffocano le persone, intossicano le acque. Difficile essere capaci di inventarsi modalità per superare la catastrofe, dovuta anche all'aumento globale della popolazione.
La seconda parte ci racconta la teoria e la pratica del 'niente'.
Per farsi un'idea, basta scorrere i capitoli, introdotti da "Voci" reali (piccoli scorci di contesto) e poi espansi a cercare di descrivere e spiegare che cosa sta succedendo, tanto da noi, quanto nei paesi 'in via di sviluppo':
-Niente cibo;
-Niente acqua;
-Niente casa;
-"No toilet";
-Niente salute;
-Niente istruzione;
-Niente pace;
-Niente donne;
-Niente vecchi e bambini;
-Niente sicurezza;
-Niente diritti;
-Niente sviluppo;
-Niente patria;
-Niente storia;
-Niente sogni: docu-fiction.
La seconda parte, in sintesi, fornisce l'articolazione del 'niente', che però è un 'niente' concreto, tutto fatto di storie, di impasse, di vincoli, di lotta per la sopravvivenza, di errori, di tentativi di rimozione, di crudeltà, di abiezione, di criminalità, di prigionìa, di violenza, amoralità e molto altro ancora, tra cui, per paradosso, anche 'razionalità' diverse, che si scontrano e lasciano cadavederi sul campo o, peggio, corpi vivi degradati e violentati quotidianamente.
Infine, la terza parte: sconclusioni. E' una sezione ricca di spunti di riflessione, in quanto unisce il percorso esperito nelle due parti precedenti al fine di collocarlo sulla scia del futuro possibile (e inevitabile?) della povertà/miseria, futuro che vede la genesi dell'homo nihil, separato da mura le più diverse (cemento, lingua, territorio, socialità, ecc.) dall'homo sapiens. I poveri diventano soggetti di una speciazione, diventano mutanti, a causa delle condizioni di vita in cui sopravvivono e delle conseguenti strategie socio-biologiche che si trovano vincolati ad adottare. "Resilienza o morte", sostiene l'autore, dove la prima è da intendersi come "abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione" di quello esistente, pena il collasso.
Il testo a questo punto esemplifica le relazioni, in-compatibili, di-vergenti, eppure intimamente collegate, tra le modalità della crisi finanziaria globale, inerente l'uomo 'a credito' e le sue tattiche di sopravvivenza, e le modalità locali di resilienza dei poveri 'a debito' perenne in diversi contesti geografici, con una ricca esemplificazione che deriva da ricerche sul campo e da rapporti di diversi studiosi, da un lato, di persone nate e forzate alla vita, con tutte le strategie immaginabili, dall'altro.
A questo punto si è alla sintesi. Che non conclude, come non concludono le parole dei potenti del Pianeta, le strategie anti-povertà che diventano strategie anti-poveri, come non conclude la ricerca sociale, antropologica, medica e umanitaria. Siamo al punto in cui solo i miseri possono concludere, giorno dopo giorno, la loro storia di miseria e adattamento.
Attenzione che qui seguono due punti che ritengo essenziali per questa recensione.
UNO
Io ho raccontato come ho potuto quello che ho letto. Integro con quanto l'editore sinteticamente propone perché, forse, può innescare un po' di più lo stimolo alla lettura sul tema che, forse, non è tanta (se poi questo serva a qualcosa non lo so; credo però che conoscere sia sempre un valore aggiunto).
Riporto dalle note di copertina:
"Come si fa a capire la povertà del mondo di oggi? Basta pensare al sifone del gabinetto (quello all’occidentale, non il semplice buco nel terreno che va per la maggiore nel resto del pianeta): chi sta in alto respira aria pulita e guarda verso il cielo. Chi sta nella strettoia centrale si industria a galleggiare sulla schiuma. Ma chi sta sotto la curva del sifone, per quanti sforzi faccia, non ha modo di risalire.
In altre parole: i poveri sono sempre più poveri. E ciò accade tanto nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, quanto nelle nostre città. Dalla giungla al giardino di casa nostra, il mondo è disseminato di trappole che si chiamano assenza: di cibo, acqua, casa, patria, diritti, istruzione, salute.
Alberto Salza, antropologo irriverente e, in qualità di viaggiatore, grande narratore di storie, per quarant'anni ha vissuto pericolosamente a contatto con la miseria estrema, dalle periferie delle nostre città agli slum delle megalopoli di Africa e Asia. Ne ha ricavato un pugno di teorie e molti taccuini di aneddoti e incontri con personaggi impossibili da dimenticare. Il risultato è questo volume: fra scienza e racconto, humour nero e tragedia, un libro di antropologia che si legge come un reportage e si chiude con una domanda tanto paradossale quanto inquietante. Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? L'homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo anello dell'evoluzione umana?"
E dalla quarta di copertina:
"Il mondo è un laboratorio sporco, ma è tutto quello che ho. Sono un antropologo sul campo e un mercenario dello sviluppo. Mi muovo tra i derelitti, analizzo ecosistemi, mi nutro di carestie, cammino con i nomadi, incontro carovane di armi e guardo dall'altra parte, ho spesso fame, bevo acqua marcia, tocco malati e non dono medicine, faccio finta di essere povero, descrivo 'tribù' inventate da antropologi e politici. Se tutto va bene, non succede nulla, e nessuno si accorge del mio lavoro."
DUE
Credo che sia essenziale soffermarsi sullo stile e su alcuni contenuti presenti nel testo di Salza. Ritengo, infatti, che il libro in sé sia stato progettato per diffondere presso un ampio pubblico di lettori, grazie ad una campagna di esposizione piuttosto forte, un po' più di consapevolezza sull'eco-socio-sistema Uomo, inteso su scala planetaria e in termini più estesi di quanto non si faccia normalmente in altri testi di antropologia maggiormente 'tecnici'. Sotto questo punto di vista, rilevo un'ottica di "utilità della diffusione di conoscenza", non forse tanto per l'Editore, che è giustamente orientato al profitto, ma forse per l'autore e comunque, questo è ciò che conta, per il lettore. Ho tuttavia riflettuto con attenzione su una recensione, postata su aNobii, molto dura e critica, ma ben circostanzata e, ritengo, saggia, di una lettrice (amante dell'antropologia e, in questo, 'ispirata' da una conferenza di Salza), dal titolo molto efficace: "scoprirsi piacioni a 65 anni". Credo che sia da leggere insieme a questa, perché un pensiero complesso, adatto al mondo di oggi, deve impegnarsi (e secondo me esiste un vero e proprio dovere in tal senso) a comprendere il maggiore numero di lati di un discorso che altri, come in questo caso la lettrice di antropologia 'Mariposaenuvole', hanno reso possibile evidenziare. E' importante perché amplia la possibilità critica del lettore generalista (ma non solo, dovrebbe valere anche per il lettore 'professionista', ammesso che esista...), che legge, per esempio per la prima volta, un racconto fondato su studi sulla povertà sotto il profilo antropologico, inserito in un testo di divulgazione. Il link al testo su aNobii è il seguente, poi potete scorrere le recensioni e trovare quella di "Mariposaenuvole": http://www.anobii.com/books/Niente/9788820046620/017363ebea8b6cd008/
E' un libro delicato da raccontare, perché non saprei come farlo senza commettere almeno due tipi di errori gravissimi. Il primo, scadere nella retorica, perché nel libro di Salza di retorica non ce n'è e quando è presente è finalizzata alla diffusione del racconto per, diciamo così, 'i non addetti ai lavori' (cioé chi non ha conoscenze di antropologia). Il secondo, selezionare solo alcune parti, che potrebbero indurre il lettore a formarsi pre-giudizi sul testo prima ancora di leggerlo. Non posso permetterlo. Quindi questo libro va letto, perché ogni recensione non può che proporne una scarna riduzione.
E' un libro che racconta, letteralmente, del 'niente'. Il niente non come categoria antropologica, ma il niente reale, il niente inteso come l'effettiva assenza di acqua, di cibo, di aria pulita, di un 'cesso', di una casa, di un lavoro, della salute, sino al limite della mancanza della vita stessa: morte, fine sofferente.
Il testo è piuttosto rigoroso (anche se in molti punti si lascia andare ad una 'volgarizzazione' delle parole e dei concetti espressi, immagino al fine di ampliare e sensibilizzare un più vasto pubblico dei lettori o, comunque, di aumentarlo), scritto con tutta la forza fisica della parola 'o-scena', che cerca di mettere in scena ciò che non è descrivibile. Per farlo, talvolta l'autore, che ha vissuto ciò che ha scritto, non può che alleggerire l'oscenità con un po' di humour nero e di quel cinismo 'da caserma' con il quale si mette in risalto il niente assoluto di qualche centinaia di milioni di esseri umani.
Si parla di donne e di uomini che non vivono solo nei 'paesi in via di sviluppo', ma anche nei ricchi Stati Uniti o nell'Unione Europea. Questo perché le strutture operanti al fine di investire di 'niente' una parte della popolazione (che va per la maggiore...), prescindono dalla localizzazione geografica, che fornisce semmai il contesto di specializzazione del fenomeno, e si estendono, invece, in tutte le suture più deboli e soggette a cedimento delle società.
Nel testo l'autore non propone speranza, e sottolinea il limite del suo mestiere, l'antropologo ("Il mio lavoro non ha né onore né gloria. Lascia dietro di sé quella che in Vietnam si chiamava cripticamente SNAFU, Situation Normal All Fucked Up, cioè "Situazione normale, tutto a puttane", p. 335), e di tutte le categorie che cercano di inquadrare, per noi che abbiamo 'qualcosa', i termini di povertà e miseria. Anche solo per comunicarli, occorre infatti esprimerli con le sfumate parole delle lingue dei luoghi ove si espandono, siano essi in Africa, Sudamerica, Australia o, essendo l'autore torinese, negli slum nella periferia di Torino.
Credetemi quando dico che trovo difficile sintetizzare in qualche modo questo testo. Come si può sintetizzare ciò che elegge il 'niente' come oggetto di descrizione vissuta, avvicinato, in qualche modo 'assorbito' dall'autore?
Quel che posso fare è cercare di far trasudare, dal testo, alcuni elementi utili affinché esso venga letto: mi rendo conto che non ho altro di più da fare. Niente, tanto per riecheggiare il testo, ma già cascando nella retorica...
Così, il testo è suddiviso in una introduzione, in una (s)conclusione e in due parti centrali.
La prima parte centrale è quella che ci racconta come si misura la povertà, ma come questa stessa misurazione non sia quella con cui le diverse genti individuano il fenomeno che, in questo caso, coincide con le loro vite. E' una parte molto importante per capire la difficoltà di avere a che fare con fenomeni 'al limite', quali la miseria e la povertà. Ma è soprattutto rilevante perché include una sezione in cui l'autore chiarisce "le trappole della povertà", cioé quei meccanismi a circolo vizioso che una volta innescati portano al 'niente' oggetto del testo. E che non si possono disinnescare. Unica possibilità: bé, non finirci dentro. Le "trappole della povertà" sono le autostrade per la miseria. Per citarne alcune, che l'autore esemplifica nel mondo reale, con storie vere, con relazioni documentate (tutto il testo, per ogni capitolo, per ogni affermazione, è documentato, circostanziato, preciso), con esperienze sue proprie, ecco che abbiamo:
-trappola dell'istruzione: i bambini al lavoro;
-trappola dei debiti e delle obbligazioni;
-trappola della sottonutrizione e della malattia;
-trappola della bassa professionalità;
-trappola della fertilità;
-trappola della sussistenza;
-trappola dell'erosione agricola;
-trappola dei beni comuni;
-trappola della criminalità;
-trappola della salute mentale.
La "trappola" è un meccanismo che inghiotte e letteramente finisce per seppellirti 'vivo'. I Paesi Sviluppati adottano "tecniche" per disinnescare tali trappole che però, non entrando viva-mente nella struttura di vita infernale delle stesse e nella ragione di essere (in fine dei conti razionale!) che le alimenta e le perpetua, in genere fanno molto più danno che bene.
Così gli slum, "ventre molle della bestia", si espandono a ritmi esponenziali, circondando ed infiltrandosi nelle città che sono artefatti pieni di punti deboli, perché il loro progetto non è in grado di integrare la devastazione della miseria, se non tamponando di volta in volta i focolai di distruzione che inceneriscono le periferie, soffocano le persone, intossicano le acque. Difficile essere capaci di inventarsi modalità per superare la catastrofe, dovuta anche all'aumento globale della popolazione.
La seconda parte ci racconta la teoria e la pratica del 'niente'.
Per farsi un'idea, basta scorrere i capitoli, introdotti da "Voci" reali (piccoli scorci di contesto) e poi espansi a cercare di descrivere e spiegare che cosa sta succedendo, tanto da noi, quanto nei paesi 'in via di sviluppo':
-Niente cibo;
-Niente acqua;
-Niente casa;
-"No toilet";
-Niente salute;
-Niente istruzione;
-Niente pace;
-Niente donne;
-Niente vecchi e bambini;
-Niente sicurezza;
-Niente diritti;
-Niente sviluppo;
-Niente patria;
-Niente storia;
-Niente sogni: docu-fiction.
La seconda parte, in sintesi, fornisce l'articolazione del 'niente', che però è un 'niente' concreto, tutto fatto di storie, di impasse, di vincoli, di lotta per la sopravvivenza, di errori, di tentativi di rimozione, di crudeltà, di abiezione, di criminalità, di prigionìa, di violenza, amoralità e molto altro ancora, tra cui, per paradosso, anche 'razionalità' diverse, che si scontrano e lasciano cadavederi sul campo o, peggio, corpi vivi degradati e violentati quotidianamente.
Infine, la terza parte: sconclusioni. E' una sezione ricca di spunti di riflessione, in quanto unisce il percorso esperito nelle due parti precedenti al fine di collocarlo sulla scia del futuro possibile (e inevitabile?) della povertà/miseria, futuro che vede la genesi dell'homo nihil, separato da mura le più diverse (cemento, lingua, territorio, socialità, ecc.) dall'homo sapiens. I poveri diventano soggetti di una speciazione, diventano mutanti, a causa delle condizioni di vita in cui sopravvivono e delle conseguenti strategie socio-biologiche che si trovano vincolati ad adottare. "Resilienza o morte", sostiene l'autore, dove la prima è da intendersi come "abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione" di quello esistente, pena il collasso.
Il testo a questo punto esemplifica le relazioni, in-compatibili, di-vergenti, eppure intimamente collegate, tra le modalità della crisi finanziaria globale, inerente l'uomo 'a credito' e le sue tattiche di sopravvivenza, e le modalità locali di resilienza dei poveri 'a debito' perenne in diversi contesti geografici, con una ricca esemplificazione che deriva da ricerche sul campo e da rapporti di diversi studiosi, da un lato, di persone nate e forzate alla vita, con tutte le strategie immaginabili, dall'altro.
A questo punto si è alla sintesi. Che non conclude, come non concludono le parole dei potenti del Pianeta, le strategie anti-povertà che diventano strategie anti-poveri, come non conclude la ricerca sociale, antropologica, medica e umanitaria. Siamo al punto in cui solo i miseri possono concludere, giorno dopo giorno, la loro storia di miseria e adattamento.
Attenzione che qui seguono due punti che ritengo essenziali per questa recensione.
UNO
Io ho raccontato come ho potuto quello che ho letto. Integro con quanto l'editore sinteticamente propone perché, forse, può innescare un po' di più lo stimolo alla lettura sul tema che, forse, non è tanta (se poi questo serva a qualcosa non lo so; credo però che conoscere sia sempre un valore aggiunto).
Riporto dalle note di copertina:
"Come si fa a capire la povertà del mondo di oggi? Basta pensare al sifone del gabinetto (quello all’occidentale, non il semplice buco nel terreno che va per la maggiore nel resto del pianeta): chi sta in alto respira aria pulita e guarda verso il cielo. Chi sta nella strettoia centrale si industria a galleggiare sulla schiuma. Ma chi sta sotto la curva del sifone, per quanti sforzi faccia, non ha modo di risalire.
In altre parole: i poveri sono sempre più poveri. E ciò accade tanto nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, quanto nelle nostre città. Dalla giungla al giardino di casa nostra, il mondo è disseminato di trappole che si chiamano assenza: di cibo, acqua, casa, patria, diritti, istruzione, salute.
Alberto Salza, antropologo irriverente e, in qualità di viaggiatore, grande narratore di storie, per quarant'anni ha vissuto pericolosamente a contatto con la miseria estrema, dalle periferie delle nostre città agli slum delle megalopoli di Africa e Asia. Ne ha ricavato un pugno di teorie e molti taccuini di aneddoti e incontri con personaggi impossibili da dimenticare. Il risultato è questo volume: fra scienza e racconto, humour nero e tragedia, un libro di antropologia che si legge come un reportage e si chiude con una domanda tanto paradossale quanto inquietante. Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? L'homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo anello dell'evoluzione umana?"
E dalla quarta di copertina:
"Il mondo è un laboratorio sporco, ma è tutto quello che ho. Sono un antropologo sul campo e un mercenario dello sviluppo. Mi muovo tra i derelitti, analizzo ecosistemi, mi nutro di carestie, cammino con i nomadi, incontro carovane di armi e guardo dall'altra parte, ho spesso fame, bevo acqua marcia, tocco malati e non dono medicine, faccio finta di essere povero, descrivo 'tribù' inventate da antropologi e politici. Se tutto va bene, non succede nulla, e nessuno si accorge del mio lavoro."
DUE
Credo che sia essenziale soffermarsi sullo stile e su alcuni contenuti presenti nel testo di Salza. Ritengo, infatti, che il libro in sé sia stato progettato per diffondere presso un ampio pubblico di lettori, grazie ad una campagna di esposizione piuttosto forte, un po' più di consapevolezza sull'eco-socio-sistema Uomo, inteso su scala planetaria e in termini più estesi di quanto non si faccia normalmente in altri testi di antropologia maggiormente 'tecnici'. Sotto questo punto di vista, rilevo un'ottica di "utilità della diffusione di conoscenza", non forse tanto per l'Editore, che è giustamente orientato al profitto, ma forse per l'autore e comunque, questo è ciò che conta, per il lettore. Ho tuttavia riflettuto con attenzione su una recensione, postata su aNobii, molto dura e critica, ma ben circostanzata e, ritengo, saggia, di una lettrice (amante dell'antropologia e, in questo, 'ispirata' da una conferenza di Salza), dal titolo molto efficace: "scoprirsi piacioni a 65 anni". Credo che sia da leggere insieme a questa, perché un pensiero complesso, adatto al mondo di oggi, deve impegnarsi (e secondo me esiste un vero e proprio dovere in tal senso) a comprendere il maggiore numero di lati di un discorso che altri, come in questo caso la lettrice di antropologia 'Mariposaenuvole', hanno reso possibile evidenziare. E' importante perché amplia la possibilità critica del lettore generalista (ma non solo, dovrebbe valere anche per il lettore 'professionista', ammesso che esista...), che legge, per esempio per la prima volta, un racconto fondato su studi sulla povertà sotto il profilo antropologico, inserito in un testo di divulgazione. Il link al testo su aNobii è il seguente, poi potete scorrere le recensioni e trovare quella di "Mariposaenuvole": http://www.anobii.com/books/Niente/9788820046620/017363ebea8b6cd008/
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giovedì 5 agosto 2010
AUTOPOIESI E COGNIZIONE (E UN PO' DI BUONA VOLONTA'...)
... La realizzazione del vivente... di Maturana Humberto e Varela Francisco, Editore Marsilio (ristampa 2008).Intanto il libro dei due biologi, neuroscienziati, epistemiologi e filosofi cileni contiene due testi, anzi tre: l'Introduzione di Humberto Maturana, che è una vera e propria dichiarazione di intenti e responsabilità nei riguardi dei due saggi che seguono, e del nuovo approccio da questi individuato nell'ambito delle scienze biologiche; Biologia della Cognizione, edizione del 1970, che è un testo di biologia,che inizia ad introdurre le fondamenta del concetto che, nel saggio successivo, verrà battezzato 'autopoiesi', vero e proprio fulcro di tutti i testi; L'Organizzazione del vivente, edizione del 1973, qui introdotta da una perspicace prefazione di Stafford Beer, ma edizione che, sempre per Marsilio, si trova anche a se stante, con il titolo Macchine ed esseri viventi e con la illuminante prefazione di Alejandro Orellana, recensita altrove in questo blog.
Si tratta di testi difficili e la cui lettura richiede molta concentrazione, perché sono scritti con un linguaggio 'poietico', nel senso di Roman Jakobson, atto a definire con assoluto rigore il concetto, l'autopoiesi, relativo alla possibilità stessa del vivente.
Nell'introduzione al primo saggio, si pone subito il problema della conoscenza: essa, in quanto esperienza, è personale e, quindi, non può essere trasferita; ciò che si crede trasferibile, in realtà, è sempre un qualcosa creato dall'ascoltatore. "Così la cognizione, come funzione biologica, è tale che la risposta alla domanda 'Che cos'è la cognizione?' deve sorgere dal capire la conoscenza ed il conoscitore attraverso la capacità di conoscere di quest'ultimo". Detto questo, il testo procedere a chiarire che cos'è la
cognizione come funzione e come processo. Il testo non usa un lessico complesso, tutt'altro. E' la struttura del discorso che è complessa, ma non per questo inavvicinabile. Ci vuole pazienza. Così, nel primo saggio, tentanto di dirla con una frase, quel che Maturana dimostra è che le relazioni basiche del vivente si nutrono di 'organizzazione circolare' e 'auto-referenzialità', costituendo unità chiuse fondamentali, anche se in grado, entro certi limiti, di reagire alle pressioni ambientali mantenendo costante o ripristinando la propria organizzazione interna. E, cosa essenziale per procedere al secondo saggio, l'autore dimostra come in ogni dominio di cognizione il contenuto della cognizione è la cognizione stessa o, detto altrimenti, "tutto ciò che è detto è detto da un osservatore" e, con un richiamo a Wittgenstein , "quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere".
Nel secondo saggio ecco che emerge la definizione della realtà dell'autopoiesi, intesa come il criterio distintivo della vita, che si può tradurre nella capacità di mantenimento della sua stessa organizzazione. Qualunque sistema che abbia tale caratteristica può, a tutti gli effetti, essere detto vivente, qualora la produzione dei propri elementi di base sia in grado di (ri)produrre ricorsivamente gli elementi che li producono. Insomma, il sistema, per essere vivente, produce continuamente se stesso, anche sotto (un certo livello di) pressioni ambientali esterne o modificazioni interne (mutazioni, alterazioni chimiche, ecc.).
Il testo dispiega bene il concetto complesso, non complicato (una definizione di complesso si trova in questa recensione), che, dall'epistemologia alla psicologia, dalla gnoseologia all'etica, dalla biologia all'intelligenza artificiale, si è espanso attraversando le discipline degli ultimi quaranta anni.
Per concludere, così scriveva L'Indice (n.8, 1985) recensendo il testo nell'edizione dello stesso anno:
"Al centro sta la riscoperta della relazione, la ricerca di una sintesi che non sia la pura e semplice somma di competenze specialistiche, ma che includa la dinamica continua delle interazioni. Ciò significa che, all'interno di una relazione, cioè di un sistema con un'organizzazione propria, ogni proprietà misurabile della struttura si modifica continuamente attraverso una serie di adattamenti, così da cambiare anche in modo radicale, ma non scompare mai. In altri termini, la stessa cosa può diventare irriconoscibile se la si osserva di nuovo. Ciò sposta l'osservatore dal centro ad una semplice componente del sistema ed esclude che qualsiasi descrizione dei fenomeni sia obiettiva: essa appartiene sempre al dominio di descrizione di chi osserva ed ha senso solo in un contesto determinato".
Due note e una curiosità
Prima nota: le prefazioni sono a mio avviso essenziali non solo per comprendere il contesto in cui è nata l'opera ma, soprattutto, per potere intuire quanto radicale e gravida di conseguente questo sforzo teorico sia stato per diverse discipline (a partire dalla biologia dei sistemi viventi).
Seconda nota: la traduzione del secondo saggio (Biologia della Cognizione) di Alejandro Orellana, edizione 1972 (ISBN: 9788834010617) mi sembra molto più chiara, precisa e comprensibile della traduzione dall'inglese di Alessandra Stragapede, edizione 1985, riedita 2008 (ISBN: 9788831747783).
La curiosità: le prefazioni al testo sono a firma di Giorgio De Michelis, che risulta docente di informatica all'Università Milano-Bicocca, anche se, andando sul sito dell'Editore Marsilio, alla sezione del testo in oggetto, la prefazione risulta a cura dell'ex-ministro e docente di chimica Gianni De Michelis.
Ora, va bene che il punto G segnala sempre dei problemi di identificazione, e così forse anche il G punto, ma addirittura scambiare nome nelle firme di un testo, o sul sito della casa editrice, bé, sarebbe meglio evitarlo.
P.S.: tanto per mitigare (non togliere) i dubbi, le prefazioni dovrebbero essere di Giorgio De Michelis, anche se un'ipotesi potrebbe basarsi sul fatto che De Michelis, il Gianni, abbia come nome pure il Giorgio. Mah. Lascio a voi risolvere l'arcano...:-)
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