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martedì 22 novembre 2016

Siamo arrivati al punto che... DI AUTO SRL -VIA MARIE CURIE 1 - 10073 CIRIÈ - TORINO - TO

In Italia siamo arrivati al punto che, al momento di ritirare un'automobile, dopo normale cambio gomme invernali e manutenzione, il responsabile del concessionario possa fare in sequenza, di fronte al cliente e poi contro il cliente le seguenti azioni:
- insulti una propria dipendente di fronte al cliente, impedendole di compiere il proprio lavoro (emettere fattura)
- dopo che il cliente ha fatto notare che ci si può comportare con più moderazione, il responsabile del concessionario:
  1. insulti ulteriormente il proprio personale
  2. insulti il cliente (il sottoscritto) che non si è fatto i ca##i suoi
  3. chieda al cliente il numero di cell per mandare un CV alla concorrenza, visto che la casa madre (che gli dà lavoro!) è incompetente (cioè: vendi auto di quella casa madre e di fronte al cliente dici che è una schifezza e che sono babbioni che non gli fanno chiudere i conti... mah, vedete voi)
  4. insulti il cliente che è, dal suo punto di vista, un "fottuto dipendente pubblico"
  5. insulti il cliente che "ha una bocca solo per parlare a vanvera"
  6. non ascolti quanto il cliente ha da dire e gli chiuda (davvero!!!) in faccia una porta (di quelle pesanti, a prova di botta, non so se si intende)
  7. quando il cliente, irritato, lo manda a fare in c##o, il gerente ritorni "quasi" per dargli un pugno, ma si fermi all'ultimo pensando (forse) alle conseguenze
- se ne vada mandando di nuovo a quel paese il cliente...


Ora, signore e signori, dove può accadere un agire così "fuor di sesto"?
In Italia: solo qui.
Poi il cliente provvede a segnalare la cosa alla casa madre straniera (sollecita, attenta e cortese) e si apre un dossier.
Come finirà?
Non lo so. Il cliente non vuole soldi, non vuole vendetta, non vuole nulla se non il rispetto delle persone e della giustizia che, nella figura di questo gerente della DI AUTO SRL di Via Marie Curie 1 di Ciriè, sono state tutte e simultaneamente calpestate.


mercoledì 4 aprile 2012

GIOCHI DI POTERE

"Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente" (Kane, Quarto Potere)
"Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" (Howard Beale, Quinto Potere)
"Insomma: e se Internet rischiasse in qualche caso di trasformarsi in una specie di 'Sesto potere', ancora più potente del Quarto di Orson Welles e del Quinto di Sidney Lumet?" (Alessandro Gilioli, L'Espresso, 2007
Non sono certo del Quarto e del Quinto, ma sul Sesto Potere non ho dubbi: la sua potenza è proporzionale alla dose di realismo con cui viene espresso dalla gente. Perché ci vuole la gente, quella reale, che si attivi ed eserciti nel mondo reale i clic del Sesto Potere. Altrimenti si riduce ad un abito, che mal si adatta alla realtà su cui si vuole, con le parole, incidere. Ammesso poi che le parole possano emendare porzioni del reale. Limitiamoci a constatare che quelle 'scomode' sono parole che producono reazioni nel reale. Producono l'agire delle persone vere. Perché tendenzialmente si avvicinano a pro-porre una verità che, ancora adesso, a parte per qualche nichilista post-moderno, induce a ragionare sul vero e sul falso di quanto detto o scritto, a porre dubbi e domande, a cercare una articolazione che verifichi o falsifichi la proposizione scritta. Certo, non ogni proposizione scritta. Solo quella che in sé tocca 'code di paglia' reali. Le quali, tendenzialmente, il Potere -diciamo quello semanticamente più tendente al 'Quarto'- deve circoscrivere o, ancora meglio, sopprimere, tacitare, rendere silenti. S-mentire mentendo.
Epperò. Ci sta un però. Anzi tre 'però'. Il Potere, infatti, non consiste (solo) nel far pensare in un certo modo la gente. Neanche nel far passare qualcuno "pazzo profeta dell'etere (del 'wifi', della 'cloud'...)", al fine di relegare le parole della realtà nel mondo lontano e confuso della follia, cioè di un testo senza-senso o di un senso in- e im-proprio per il Potere. E non è neppure "persuasione occulta e manipolazione dei cervelli", sibilo di Internet nelle orecchie del Mondo.
Il Potere, che si attiva solo quando la parola si avvicina ad una realtà pensata e temuta, in quanto reale, è piuttosto un sinonimo di quello che un tempo (forse ancora oggi, ma con meno pregnanza) è stato il peccato capitale per eccellenza: la Superbia. La Superbia, quella che è "originata comunemente dalla presenza di due personalità critiche: apparenza e violenza, esagerata stima di sé e dei propri meriti (reali o presunti), manifestata con un continuo senso di superiorità verso gli altri" (cito da Albanesi.it). Senso di superiorità che si deve esercitare quale imperativo morale del superbo, apparente affermazione di un'etica del dovere dei singoli inferiori nei confronti di enti(tà) superiori, cui tutto, o gran parte, è dovuto.


Da qui non occorre molto per capire che al Potere, che si è immedesimato con la Superbia, arrogandosi il diritto assoluto di dire, di fare parola, di registrare violazioni, supposte tali, del reale inferiore, anch'esso pre-supposto oggetto di s-mentimento, l'unica vera parola e azione che si deve opporre, nell'agire individuale, è il Coraggio.

Bel discorso. Peccato che:


"Come dice Don Abbondio, 
se uno il coraggio non ce l’ha, 
non se lo può dare".


mercoledì 13 luglio 2011

PER CAMBIARE DAVVERO. Elezioni, partiti, partecipazione

Il presidente onorario (Gustavo Zagrebelsky) di LeG si appella al Parlamento nella soluzione di una semplice legge di due articoli, che cancelli il Porcellum e ripristini il Mattarellum. Tra le altre cose, l'ex presidente sottolinea la preoccupazione di un caos costituzionale collegato alla possibilità che più di due ipotesi referendarie ottengano la maggioranza dei voti. Vede nel provvisorio ritorno al Mattarellum anche l'occasione di ovviare al distacco tra elettori e partiti.
Leggi l'appello e, se ci credi, sottoscrivilo e condividi!

domenica 24 aprile 2011

I CASI DEL DR. HOUSE

More about I casi del Dr. HouseAndrew Holtz, giornalista scientifico, con una formazione in fisica ed in scienze della comunicazione, in questo bel libro illustra il grado di contatto con la realtà della serie televisiva "Dr. House - Medical Division". 
Si tratta di un vero e proprio reportage sull'attività tipica di una reale clinica statunitense, messa a confronto con quella che il mitico Dr. House esercita a capo di una squadra di medicina diagnostica presso il fittizio (ma non troppo, a dire il vero...) ospedale universitario Princeton-Plainsboro Teaching Hospital, nel New Jersey. 
Il libro è bello (anche se non entusiasmante), perché in esso incontriamo i 'casi' televisivi di House ri-collocati nell'ambito delle possibilità reali che accadano e delle modalità reali con cui si può affrontarli. La peculiarità del testo sta nel cogliere lo spunto da più episodi televisivi e, grazie alle interviste ad esperti e tecnici praticanti nei campi medici più diversi, ri-fletterli alla luce delle conoscenze e dei trattamenti attuali. 
Il bello è questo: non è che i casi del Dr. House siano, in genere, incredibili o impossibili. E' piuttosto la dinamica dell'evento, dell'analisi e della soluzione del caso ad essere oggetto di correzione, spiegazione e divulgazione rigorosa verso il lettore. I casi del Dr. House, nella maggior parte, non sono fantascientifici. Sono, di fatto, "piegati" alle necessità di una fiction televisiva, con tutta la deviazione-contrazione procedurale e temporale del caso. 
Per esempio, i protocolli da seguire sono spesso assai diversi da quelli di House, tanto rispetto alla medicina, quanto alla legge... Così come i tempi per i test o per la rilevazione dei sintomi, naturalmente rimodellati in TV per condensare la suspence del telespettatore in poco più di 45 minuti. 
Questo è un punto. 
Ma il testo offre molto di più! Infatti si prefigge di spiegare come avviene oggi l'esercizio della medicina diagnostica, negli Stati Uniti, quali sono le pratiche per una diagnosi, per rilevare l'eziologia di una malattia, per effettuare una corretta diagnosi differenziale, per testare nuovi farmaci e via dicendo. L'autore ha la grande capacità di interloquire da un lato con il testo televisivo, dall'altro con il con-testo medico odierno, al fine di illustrare al lettore come funzionino gli elementi alla base di un ricovero, quali euristiche si utilizzino per circoscrivere la malattia, quale possa essere il rapporto paziente-medico, in che modo gli strumenti elettronici possano venire in aiuto all'équipe medica, quale sia il funzionamento del sistema assicurativo (statunitense), le logiche di mercato su cui si fonda il rapporto tra case farmaceutiche ed istituti, ... insomma si registra una vasta rielaborazione della serie televisiva per distillare un discorso ad essa 'analogico', ma reale. 
Il testo vero e proprio è arricchito di una serie cospicua di schede su concetti o pratiche che dovremmo conoscere, per vivere meglio il rapporto con l'ospedale e con il nostro benessere (qualche scheda: Sincopi, Oltre lo stetoscopio?, La malattia del sonno, Fantasmi, Questioni di sguardi...). In ogni scheda troviamo un elemento di un episodio (prima e seconda serie) raccontato e identificato nel rapporto che potrebbe avere con ognuno di noi: sono schede interessanti, perché intrigano, informando il lettore di quanto può esserci (o storicamente esserci stato) dietro prassi anomale o malattie mai sentite nominare. O di quanto può essere essenziale un sintomo apparentemente banale ma, se ben contestualizzato, indispensabile per intersezioni conoscitive ed indagini specifiche. 
Insomma, "I casi del Dr. House" fa parte di quella amplissima letteratura che si è sviluppata intorno al Dr. più famoso al mondo, protagonista assoluto di una serie a cui Andrew Holtz, nel caso specifico, domanda "Ma sarà tutto vero?".
Leggere per avere la risposta! :-)

lunedì 31 gennaio 2011

AGENDA DIGITALE



 
"100 giorni per redarre proposte organiche per un’Agenda Digitale per l’Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo Paese, operano in prima linea su questo tema".

Aderisci all'appello!

venerdì 20 agosto 2010

NIENTE

... come si vive quando manca tutto: antropologia della povertà estrema ... di Alberto Salza (2009, Editore Sperling & Kupfer, collana Saggi).
E' un libro delicato da raccontare, perché non saprei come farlo senza commettere almeno due tipi di errori gravissimi. Il primo, scadere nella retorica, perché nel libro di Salza di retorica non ce n'è e quando è presente è finalizzata alla diffusione del racconto per, diciamo così, 'i non addetti ai lavori' (cioé chi non ha conoscenze di antropologia). Il secondo, selezionare solo alcune parti, che potrebbero indurre il lettore a formarsi pre-giudizi sul testo prima ancora di leggerlo. Non posso permetterlo. Quindi questo libro va letto, perché ogni recensione non può che proporne una scarna riduzione.
E' un libro che racconta, letteralmente, del 'niente'. Il niente non come categoria antropologica, ma il niente reale, il niente inteso come  l'effettiva assenza di acqua, di cibo, di aria pulita, di un 'cesso', di una casa, di un lavoro, della salute, sino al limite della mancanza della vita stessa: morte, fine sofferente.
Il testo è piuttosto rigoroso (anche se in molti punti si lascia andare ad  una 'volgarizzazione' delle parole e dei concetti espressi, immagino al fine di ampliare e sensibilizzare un più vasto pubblico dei lettori o, comunque, di aumentarlo), scritto con tutta la forza fisica della parola 'o-scena', che cerca di mettere in scena ciò che non è descrivibile. Per farlo, talvolta l'autore, che ha vissuto ciò che ha scritto, non può che alleggerire l'oscenità con un po' di humour nero e di quel cinismo 'da caserma' con il quale si mette in risalto il niente assoluto di qualche centinaia di milioni di esseri umani.

Si parla di donne e di uomini che non vivono solo nei 'paesi in via di sviluppo', ma anche nei ricchi Stati Uniti o nell'Unione Europea. Questo perché le strutture operanti al fine di investire di 'niente' una parte della popolazione (che va per la maggiore...), prescindono dalla localizzazione geografica, che fornisce semmai il contesto di specializzazione del fenomeno, e si estendono, invece, in tutte le suture più deboli e soggette a cedimento delle società.
Nel testo l'autore non propone speranza, e sottolinea il limite del suo mestiere, l'antropologo ("Il mio lavoro non ha né onore né gloria. Lascia dietro di sé quella che in Vietnam si chiamava cripticamente SNAFU, Situation Normal All Fucked Up, cioè "Situazione normale, tutto a puttane", p. 335), e di tutte le categorie che cercano di inquadrare, per noi che abbiamo 'qualcosa', i termini di povertà e miseria. Anche solo per comunicarli, occorre infatti esprimerli con le sfumate parole delle lingue dei luoghi ove si espandono, siano essi in Africa, Sudamerica, Australia o, essendo l'autore torinese, negli slum nella periferia di Torino.
Credetemi quando dico che trovo difficile sintetizzare in qualche modo questo testo. Come si può sintetizzare ciò che elegge il 'niente' come oggetto di descrizione vissuta, avvicinato, in qualche modo 'assorbito' dall'autore?
Quel che posso fare è cercare di far trasudare, dal testo, alcuni elementi utili affinché esso venga letto: mi rendo conto che non ho altro di più da fare. Niente, tanto per riecheggiare il testo, ma già cascando nella retorica...
Così, il testo è suddiviso in una introduzione, in una (s)conclusione e in due parti centrali.

La prima parte centrale è quella che ci racconta come si misura la povertà,  ma come questa stessa misurazione non sia quella con cui le diverse genti individuano il fenomeno che, in questo caso, coincide con le loro vite. E' una parte molto importante per capire la difficoltà di avere a che fare con fenomeni 'al limite', quali la miseria e la povertà. Ma è soprattutto rilevante perché include una sezione in cui l'autore chiarisce "le trappole della povertà", cioé quei meccanismi a circolo vizioso che una volta innescati portano al 'niente' oggetto del testo. E che non si possono disinnescare. Unica possibilità: bé, non finirci dentro. Le "trappole della povertà" sono le autostrade per la miseria. Per citarne alcune, che l'autore esemplifica nel mondo reale, con storie vere, con relazioni documentate (tutto il testo, per ogni capitolo, per ogni affermazione, è documentato, circostanziato, preciso), con esperienze sue proprie, ecco che abbiamo:
-trappola dell'istruzione: i bambini al lavoro;
-trappola dei debiti e delle obbligazioni;
-trappola della sottonutrizione e della malattia;
-trappola della bassa professionalità;
-trappola della fertilità;
-trappola della sussistenza;
-trappola dell'erosione agricola;
-trappola dei beni comuni;
-trappola della criminalità;
-trappola della salute mentale.
La "trappola" è un meccanismo che inghiotte e letteramente finisce per seppellirti 'vivo'. I Paesi Sviluppati adottano "tecniche" per disinnescare tali trappole che però, non entrando viva-mente nella struttura di vita infernale delle stesse e nella ragione di essere (in fine dei conti razionale!) che le alimenta e le perpetua, in genere fanno molto più danno che bene.
Così gli slum, "ventre molle della bestia", si espandono a ritmi esponenziali, circondando ed infiltrandosi nelle città che sono artefatti pieni di punti deboli, perché il loro progetto non è in grado di integrare la devastazione della miseria, se non tamponando di volta in volta i focolai di distruzione che inceneriscono le periferie, soffocano le persone, intossicano le acque. Difficile essere capaci di inventarsi modalità per superare la catastrofe, dovuta anche all'aumento globale della popolazione.

La seconda parte ci racconta la teoria e la pratica del 'niente'.
Per farsi un'idea, basta scorrere i capitoli, introdotti da "Voci" reali (piccoli scorci di contesto) e poi espansi a cercare di descrivere e spiegare che cosa sta succedendo, tanto da noi, quanto nei paesi 'in via di sviluppo':
-Niente cibo;
-Niente acqua;
-Niente casa;
-"No toilet";
-Niente salute;
-Niente istruzione;
-Niente pace;
-Niente donne;
-Niente vecchi e bambini;
-Niente sicurezza;
-Niente diritti;
-Niente sviluppo;
-Niente patria;
-Niente storia;
-Niente sogni: docu-fiction.
La seconda parte, in sintesi, fornisce l'articolazione del 'niente', che però è un 'niente' concreto, tutto fatto di storie, di impasse, di vincoli, di lotta per la sopravvivenza, di errori, di tentativi di rimozione, di crudeltà, di abiezione, di criminalità, di prigionìa, di violenza, amoralità e molto altro ancora, tra cui, per paradosso, anche 'razionalità' diverse, che si scontrano e lasciano cadavederi sul campo o, peggio, corpi vivi degradati e violentati quotidianamente.

Infine, la terza parte: sconclusioni. E' una sezione ricca di spunti di riflessione, in quanto unisce il percorso esperito nelle due parti precedenti al fine di collocarlo sulla scia del futuro possibile (e inevitabile?) della povertà/miseria, futuro che vede la genesi dell'homo nihil, separato da mura le più diverse (cemento, lingua, territorio, socialità, ecc.) dall'homo sapiens. I poveri diventano soggetti di una speciazione, diventano mutanti, a causa delle condizioni di vita in cui sopravvivono e delle conseguenti strategie socio-biologiche che si trovano vincolati ad adottare. "Resilienza o morte", sostiene l'autore, dove la prima è da intendersi come "abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione" di quello esistente, pena il collasso.
Il testo a questo punto esemplifica le relazioni, in-compatibili, di-vergenti, eppure intimamente collegate, tra le modalità della crisi finanziaria globale, inerente l'uomo 'a credito' e le sue tattiche di sopravvivenza, e le modalità locali di resilienza dei poveri 'a debito' perenne in diversi contesti geografici, con una ricca esemplificazione che deriva da ricerche sul campo e da rapporti di diversi studiosi, da un lato, di persone nate e forzate alla vita, con tutte le strategie immaginabili, dall'altro.
A questo punto si è alla sintesi. Che non conclude, come non concludono le parole dei potenti del Pianeta, le strategie anti-povertà che diventano strategie anti-poveri, come non conclude la ricerca sociale, antropologica, medica e umanitaria. Siamo al punto in cui solo i miseri possono concludere, giorno dopo giorno, la loro storia di miseria e adattamento.

Attenzione che qui seguono due punti che ritengo essenziali per questa recensione.

UNO
Io ho raccontato come ho potuto quello che ho letto. Integro con quanto l'editore sinteticamente propone perché, forse, può innescare un po' di più lo stimolo alla lettura sul tema che, forse, non è tanta (se poi questo serva a qualcosa non lo so; credo però che conoscere sia sempre un valore aggiunto).

Riporto dalle note di copertina:
"Come si fa a capire la povertà del mondo di oggi? Basta pensare al sifone del gabinetto (quello all’occidentale, non il semplice buco nel terreno che va per la maggiore nel resto del pianeta): chi sta in alto respira aria pulita e guarda verso il cielo. Chi sta nella strettoia centrale si industria a galleggiare sulla schiuma. Ma chi sta sotto la curva del sifone, per quanti sforzi faccia, non ha modo di risalire.

In altre parole: i poveri sono sempre più poveri. E ciò accade tanto nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, quanto nelle nostre città. Dalla giungla al giardino di casa nostra, il mondo è disseminato di trappole che si chiamano assenza: di cibo, acqua, casa, patria, diritti, istruzione, salute.

Alberto Salza, antropologo irriverente e, in qualità di viaggiatore, grande narratore di storie, per quarant'anni ha vissuto pericolosamente a contatto con la miseria estrema, dalle periferie delle nostre città agli slum delle megalopoli di Africa e Asia. Ne ha ricavato un pugno di teorie e molti taccuini di aneddoti e incontri con personaggi impossibili da dimenticare. Il risultato è questo volume: fra scienza e racconto, humour nero e tragedia, un libro di antropologia che si legge come un reportage e si chiude con una domanda tanto paradossale quanto inquietante. Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? L'homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo anello dell'evoluzione umana?"

E dalla quarta di copertina:
"Il mondo è un laboratorio sporco, ma è tutto quello che ho. Sono un antropologo sul campo e un mercenario dello sviluppo. Mi muovo tra i derelitti, analizzo ecosistemi, mi nutro di carestie, cammino con i nomadi, incontro carovane di armi e guardo dall'altra parte, ho spesso fame, bevo acqua marcia, tocco malati e non dono medicine, faccio finta di essere povero, descrivo 'tribù' inventate da antropologi e politici. Se tutto va bene, non succede nulla, e nessuno si accorge del mio lavoro."

DUE
Credo che sia essenziale soffermarsi sullo stile e su alcuni contenuti presenti nel testo di Salza. Ritengo, infatti, che il libro in sé sia stato progettato per diffondere presso un ampio pubblico di lettori, grazie ad una campagna di esposizione piuttosto forte, un po' più di consapevolezza sull'eco-socio-sistema Uomo, inteso su scala planetaria e in termini più estesi di quanto non si faccia normalmente in altri testi di antropologia maggiormente 'tecnici'. Sotto questo punto di vista, rilevo un'ottica di "utilità della diffusione di conoscenza", non forse tanto per l'Editore, che è giustamente orientato al profitto, ma forse per l'autore e comunque, questo è ciò che conta, per il lettore. Ho tuttavia riflettuto con attenzione su una recensione, postata su aNobii, molto dura e critica, ma ben circostanzata e, ritengo, saggia,  di una lettrice (amante dell'antropologia e, in questo, 'ispirata' da una conferenza di Salza), dal titolo molto efficace: "scoprirsi piacioni a 65 anni". Credo che sia da leggere insieme a questa, perché un pensiero complesso, adatto al mondo di oggi, deve impegnarsi (e secondo me esiste un vero e proprio dovere in tal senso) a comprendere il maggiore numero di lati di un discorso che altri, come in questo caso la lettrice di antropologia 'Mariposaenuvole', hanno reso possibile evidenziare. E' importante perché amplia la possibilità critica del lettore generalista (ma non solo, dovrebbe valere anche per il lettore 'professionista', ammesso che esista...), che legge, per esempio per la prima volta, un racconto fondato su studi sulla povertà sotto il profilo antropologico, inserito in un testo di divulgazione. Il link al testo su aNobii è il seguente, poi potete scorrere le recensioni e trovare quella di "Mariposaenuvole":  http://www.anobii.com/books/Niente/9788820046620/017363ebea8b6cd008/

martedì 17 agosto 2010

LE FONDAZIONI

... nascita e gestione ... di Davide Guzzi.
Quello di Davide Guzzi è essenzialmente un manuale introduttivo al tema, in sé amplissimo, delle Fondazioni. E' un manuale sintetico per inquadrare in modo semplice le fondazioni negli istituti del nostro diritto e per individuarne le peculiarità (di fatto legate allo 'scopo' per cui una fondazione esiste).
Il manuale si suddivide in due sezioni:

1 - creare una fondazione
2 - gestire una fondazione
Nella prima parte, l'autore propone un breve excursus storico sull'origine  delle fondazioni, sul terzo settore in generale, sulle tipologie di istituti a quest'ultimo collegati, fornendo alcuni cenni al concetto di filantropia, all'ambiente in cui si sviluppa, per poi concentrarsi sugli atti pratici per costituire una fondazione.
Nella seconda parte ci si sofferma sugli strumenti che una fondazione può adottare per sopravvivere e raggiungere i propri scopi statutari. E' un manuale introduttivo, ripeto, pertanto si fanno cenni alle principali strategie gestionali, al ruolo del patrimonio e sua utilizzazione/conservazione, alle molteplici organizzazioni possibili per la fondazione, in rapporto ai diversi stakeholder o shareholders con cui si confronta. Una parte interessante, perché semplificata al massimo, è quella su contabilità e budget che, in chiave comparativa con le imprese for profit, specifica il senso dei differenti approcci contabili che nel tempo le organizzazioni not for profit, e tra queste le fondazioni, hanno assunto. Infine si introduce una sezione sul fund raising e sul marketing not for profit, che però prescinde dal contesto attuale dei nuovi media e della emergente società della conoscenza.
Di fatto, questo è l'ennesimo aggiornamento (sesta edizione) di un manuale che ha scopi operativi e pratici e che in nessun modo pretende di offire qualcosa di più delle essenziali nozioni giuridiche e fiscali, organizzative ed ambientali, necessarie per approcciarsi, in modo chiaro, al tema delle fondazioni. Peraltro alcuni spunti interessanti ed acuti sull'opportunità o meno di alcune scelte emergono nelle note a pié pagina.

Il testo si legge in mezza giornata, è lessicamente semplice anche nel trattare argomenti tipicamente espressi in gergo tecnico/burocratico (un pregio), è abbastanza aggiornato (anche se ci sono lacune qua e là dovute ad una non attenta rilettura di tutto il materiale).

Quel che non sopporto, non tollero e che mi esaspera di questo testo e di altri testi della stessa casa editrice (con cui ho una certa familiarità, avendone parecchi che mi sono serviti per contabilità, bilancio, principi contabili, partita doppia, economia aziendale, tanto per citare alcuni settori e non tutti), è l'immane numero di errori tipografici ed ortografici (per lo meno, in questo, non grammaticali, come invece in altri della stessa collana) disseminati per tutto il testo, specie nelle note. Ne ho contati più di 170 per 269 pagine, poi mi sono veramente stufato. Basterebbe una rilettura prima di mandare in stampa per evitare note disperse, periodi ripetuti (il cut&copy di Word!), parole monche, accenti sbagliati, e una accozzaglia di fastidiosissimi refusi editoriali.
Per chi come me, in testi sempre acquistati originali, ha investito ormai circa 20 anni di risorse, e per tutti i lettori cui, da parte dell'editore, si chiede il rispetto che in pratica consiste nel non fotocopiare, una MINIMA lettura prima di mandare in stampa i testi è il sine qua non per un rapporto fiduciario comune. Punto. 

N.B.: vero, potrei non acquistare altri testi da questo editore o fotocopiarli, ma non è questo il punto. Gli autori sono infatti competenti e ben spiegata è in genere la materia oggetto dei testi, il che dovrebbe stimolare l'editore a migliorare anche il, chiamiamolo così?, "dettaglio"...proverò a contattarli per segnalare la cosa.