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venerdì 20 maggio 2011

AUTO-ORGANIZZAZIONI

More about Auto-organizzazioniDopo “Prede o Ragni (2005), di Alberto De Toni e Luca Comello, e “Viaggio nella Complessità (2007), degli stessi autori, con “Auto-organizzazioni. Il mistero dell'emergenza dal basso nei sistemi fisici, biologici e sociali (2011), di Alberto De Toni, Luca Comello e Ioan Lorenzo, il viaggio nelle lande della Complessità continua, con la stessa passione, lo stesso impegno e lo stile, quanto mai emozionante, dei primi testi.
La prima parola del titolo, “Auto-organizzazione”, è un po’ l’ombrello che de-limita il contenuto di cui si discorre nel testo. Una de-limitazione che, si sa, nel caso dei fenomeni complessi è un po’ impossibile: de-limitare segna i confini, induce a pensare a modelli chiusi. La complessità, invece, parla tanto di ciò che è chiuso, quanto di ciò che aperto. Per esempio: sistemi chiusi per quanto concerne la struttura, e aperti per quanto concerne lo scambio di energia e/o informazione. Quindi il termine ‘Auto-organizzazione’ va accoppiato, nel cammino che accoglie “l’emergenza del divenire”, proprio dalla parola “emergenza”. In particolare, per il cammino che si percorre nel testo, per quella che è generata dal “basso”, categoria di poco prestigio nell’era delle scienze esatte e delle filosofie razional-idealiste, ma estremamente potente per intrufolarsi nel vasto campo dell’esistenza che è il complesso.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché
Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.

Il testo è chiuso da due brevi gioiellini:

La postfazione su auto-organizzazione e nuovi modelli organizzativi” di Emilio Bartezzaghi, professore ordinario di gestione aziendale presso il Politecnico di Milano, che è parola data ad un tecnico e studioso dell’azienda: il quale riprende il filo rosso del discorso del libro e, con un’abilità quanto mai apprezzabile, lo colloca nello spazio di confronto attuale sull’impresa.
Salutiamoci con una fiaba”, di Piera Giacconi. Una fiaba, perché “la realtà non può essere solo condensata in un sistema di equazioni: il complesso, da sempre, va raccontato”. E si sa, la parola è magica. La parola è conoscenza che evolve. Mondi possibili che si realizzano. Leggende che aprono nuovi punti di vista, scorci di lucidità nel complesso che ci circonda.

Mi fermo qui, cogliendo l’occasione di ‘legare’ a questa recensione:

Il primo paragrafo di “Auto-organizzazioni”, dal blog Complessamente di Luca Comello, dove potete trovare anche la quarta di copertina e un link ad un’intervista con Comello.

Un video da vedere a tutto schermo e tutto volume. Meraviglioso.

domenica 27 marzo 2011

UN VIANDANTE DELLA COMPLESSITA'

More about Un viandante della complessitàDopo lunga ricerca, finalmente ho in mano una delle 1000 copie (precisamente la n. 876) della lectio magistralis tenuta da Edgar Morin nell'Aula Magna dell'Università di Messina il 5 marzo 2002 in occasione del conferimento della laurea honoris causa in filosofia e le laudationes pronunziate da Girolamo Cotroneo e Giuseppe Gembillo. Il lavoro è arricchito dalla documentazione fotografica dell'avvenimento.
Andiamo con ordine. La premessa di Annamaria Anselmo racconta, in sintesi, la vicenda in cui è nato il libretto (sono 60 pagine) "Un viandante della complessità. Morin filofoso a Messina", indicando come l'opera sia costituita di tre parti: le laudationes di Girolamo Cotroneo e Giuseppe Gembillo, cui segue la lezione "La mia via alla concezione della complessità" di Edgar Morin.
Le tre sezioni si integrano alla perfezione.

Nella prima, Per Edgar Morin, di Girolamo Cotroneo, il docente illustra come la via che Morin ha seguito per giungere all'idea di complessità non sia stata lineare, quanto un continuo superamento di logiche ed ideologie (tra cui quella politica comunista che lo stesso Morin ricorda nella sua lezione) che incrostavano il raggiungimento di un pensare composto, in grado di rendere conto, attraverso un metodo ("Il Metodo" è, nei suoi sei volumi, una risposta alle 40 pagine de "Il discorso sul Metodo" di Cartesio) che riducesse i riduzionisimi a modalità di conoscenza parziale, reintroducendo, al contrario, il 'vecchissimo sentimento' del filosofo Morin "della relatività della verità e dell'errore e [...] della complementarità delle posizioni contraddittorie".
Si abbandonano le filosofie 'totalitarie', in nome di una visione in cui si alternano "isolotti di certezza e zone di incertezza": il metodo consente di navigare in siffatto ambiente e costruire una strategia del pensiero e dell'azione. La vita di Morin, introduce Cotroneo, è il diverticolato transitare di disciplina in disciplina per giungere al superamento della certezza intesa quale assoluto della conoscenza, non per approdare al relativismo ed alla sua deriva nichilistica, ma per irrobustire la strategia di conoscenza complessa che avanza per approssimazione ed emersione, considerando il sistema e non solo la parte, rielaborando la filosofia come pensiero del legame, e non della scissione ideo-logica, reinterpretando l'uomo non solo come 'sapiens', ma anche come 'demens'.

La seconda sezione è fondamentale: Giuseppe Gembillo, nel suo intervento La filosofia di Edgar Morin, rende una sintesi eccellente del pensiero del filosofo francese, tracciando un quadro della sua filosofia che si fonda su una utilizzazione estesa ed acuta dei testi scritti dallo stesso Morin. Sintesi, dicevo, e non riassunto, perché lo stesso autore esprime chiaramente come riassumere l'opera di un filosofo prolifico e multi-disciplinare quale Morin sarebbe impresa ardua. Ma sintesi di due elementi essenziali a comprendere i punti forti della filosofia moriniana: la ridefinizione di Soggetto ed Oggetto della conoscenza e la ridefinizone del loro rapporto, da un lato; la complessità come Sfida, dall'altro.
Alla ridefinizione di Soggetto conoscente, Morin è giunto attraverso una profonda auto-critica e a un ripensamento del collocamento dell'uomo nell'ambiente. Il percorso del filosofo è lungo. Qui basti ricordare, con le parole di Gembillo, che Morin "ha nello stesso tempo storicizzato e complessificato il Soggetto conoscente, radicandolo fermamente all'interno di un contesto e di un processo, nel quale è, contemporaneamente, produttore e prodotto, creatore e creato, in un rapporto interattivo il cui vero senso risiede nella reciproca relazione tra le parti in causa".
Analogo discorso riguardo all'Oggetto: esso non è l'elemento "semplice, immodificabile, misurabile quantitativamente e formalizzabile in maniera perfetta" come nella scienza classica. L'Oggetto è "evento storico e complesso", una sorta di oggetto-evento alla Prigogine, un sistema aperto che scambia continuamente energia con l'esterno e che, nel farlo, riesce a mantenere il proprio ordine interno al limite del caos. Vive in equilibrio quasi-stabile tra ordine e caos.
Ecco allora che, tentando di individuare un nesso tra Soggetto e Oggetto, come sopra sommariamente definiti, l'unica via è quella della relazione sistemica: un approccio, cioé, che si fonda sull'idea di 'transazione', con cui si intende che la conoscenza si attua solo se Soggetto e Oggetto non si elidono nell'atto del conoscere, come previsto dalla scienza classica, ma si compongono a sistema in termini contestuali e storici. Vuol dire, continuando, che non solo il soggetto verifica le proprie osservazioni, ma integra in esse la propria auto-osservazione, onde non cadere nell'errore della scienza classica che, estrudendo il soggetto nella metafisica del conoscere, con esso gettava l'aspetto 'fisico' e storico che ne influenza la conoscenza. Del resto, il soggetto interviene sempre, con tutto il proprio apparato metodologico-storico-sociale, nella definizione del sistema e, conseguentemente, nella selezione delle sue proprietà osservabili.
La Complessità nell'ordine delle cose cui si perviene non apre la via all'inconoscibile: tutt'altro! Richiede la rifondazione del pensiero e procedere scientifico, oggettivante e totalizzante, la costruzione di una "Scienza Nuova" dotata di un Metodo che possa "articolare ciò che è separato e collegare ciò che è disgiunto" (da Il Metodo, I, p.11). In un'ottica integrale e integrante: la scienza nuova non può e non deve cancellare i processi conoscitivi ereditati dalle epistemologie precedenti. Non bisogna cancellare il metodo tradizionale, perché "il pensiero complesso non rifiuta affatto la chiarezza, l'ordine, il determinismo. Sa semplicemente che sono insufficienti, sa che non si può programmare la scoperta, la conoscenza, né l'azione" (da Introduzione al pensiero complesso, p. 83). In questo senso la Complessità è una sfida: è una sfida ai concetti fondanti la scienza classica, al fine di spingersi oltre, integrandola e riformandola attraverso un metodo che è anche impegno toeretico, etico e pedagogico-formativo, come Edgar Morin ha sempre sottolineato nelle sue opere.

Infine, ecco la Lectio vera e propria. Il titolo è essenziale: "La mia via alla concezione della complessità": nella lezione, Morin ci racconta il cammino che ha fatto per arrivare alla concezione della complessità e del pensiero complesso. Si rivela un cammino tanto auto-biografico, quanto intellettuale incrocio con biografie altrui. E' un cammino anche di una personalità particolare, non conformista, per l'epoca: "io mi sono iscritto all'Università non per prepararmi a un mestiere, ma per soddisfare una curiosità; una curiosità generalizzata sulle questioni umane". Questo rende, almento per me, affascinante il percorso umano e filosofico di Morin. "Che cos'è l'umano, la vita umana, la società umana, il destino umano; e queste domande mi hanno fatto interessare a diverse scienze" (corsivo mio); qui sta il punto di svolta: "diverse" scienze. Per tentare la sfida all'umano, le scienze umanistiche non bastano. Occorre sapere quanto più possibile sulle intime connessioni tra gli elementi naturali. Occorre una prospettiva multi-disciplinare ed integrale: complessa, diremmo oggi. Tornando a Morin, ci racconta di quanto da lui seguito all'Università e di tre lezioni che ne ha tratto e che, nella sua Lectio, chiama: "ironia della storia", "storicizzare lo storico stesso" e "il doppio gioco della storia". Non tolgo il piacere al lettore di scoprire che cosa intenda con queste tre dizioni. Appunto solo che, come è evidente dalle designazioni, la storia non è mai neutra nella via alla complessità. Come non sono neutri altri due temi che ci ricorda Morin: la contraddizione e la morte. Sulla scia di questi, attraverso dubbio metodico, il pensiero si prepara al complesso. E inizia a raccontarsi in libri e opere che, al 2002, data della Lectio, costituiscono un'opera immensa. Un'opera che si è costruita sull'auto-critica, già citata. Morin cerca di scoprire il perché della propria entusiasta adesione al Comunismo e il perché dell'altrettanto intenso allontanamento. Solo introducendo il soggetto conoscente nell'interazione con l'oggetto e le vicende da conoscere, può emergere una soluzione complessa al problema di conoscenza. Morin ha lavorato molto sul suo "io storico", per comprendere oggetti storici. E per attivare quelli che il filosofo chiama "i miei quattro demoni antagonisti-complementari: il dubbio, la fede, la razionalità e la religione", demoni pro-vocatori, nella loro dialettica, di conoscenza. Che nasce dal conflitto. Che si muove tra le isole di certezza e gli arcipelaghi di incertezza. Che ci apre al cammino, ad una situazione in cui la stasi non conosce, in cui muoversi è moto essenziale, anche etico. Perché "Caminante non hay camino, El camino se hace en andar" o, in italiano, "Viandante, non c'è cammino, il cammino nasce nell'andare".

Rimandi ad altre recensioni a testi di Morin, principalmente sotto il profilo educativo e pedagofico, che ho terminato di leggere:


"Oltre l'abisso"
"La testa ben fatta"
"Educare gli educatori"
"Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'età planetaria"
"Le vie della complessità", in La sfida della complessità

domenica 14 novembre 2010

DESIGN ECOSISTEMICO

Ecco invece il link alla recensione del testo, Slow Food Editore, "Design Sistemico. Progettare la sostenibilità produttiva e ambientale", a cura di Luigi Bistagnino, professore ordinario di Disegno Industriale presso la Prima Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Il testo è pregevole tanto per la grafica radiale e cognitivamente evoluta per evidenziare le interconnessioni di processo, quanto perché si rivela un manuale operativo nel senso puro del termine: fornisce indicazioni per operare, per mettersi al lavoro, progettando prodotti ecosostenibili e fonti di ricchezza e di lavoro per il territorio, senza depauperarne la ricchezza intrinseca. Dal modello di produzione lineare a quello complesso, il testo ri-afferma la necessità di nuovi, concreti, operativi, punti di vista, sotto lo sguardo dei quali lo scarto può essere ricco di valore aggiunto ed energia e, quindi, lungi dall'essere fonte di un problema di un processo lineare (lo smaltimento, per esempio) diventa l'input di un processo metabolico complesso, che consente la nascita di nuove attività (si vedano i diversi appunti sui sistemi autopoietici e sulla non linearità in questo blog).
Vale la pena leggerlo, per criticare in modo scientifico tanto gli ecologisti ingenui che rovinano la loro 'sentita' missione con cavolate prive di senso analitico dei problemi, quanto gli strenui oppositori dello sviluppo sostenibile, che vantano, per lo più, evidenze economiche che, in alcuni casi, non reggono l'evidenza empirica (nel testo sono presentati numerosi casi di studio realizzati, con rilevazione dell'EBT -Earning Before Taxation- e i delta di posti lavoro, positivi....).

Link utili:
Corso di Laurea Magistrale in Eco-Design, I° Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Corso di Studi in Disegno Industriale
Sito del libro "Design Ecosistemico"

mercoledì 28 luglio 2010

MACCHINE ED ESSERI VIVENTI

Il testo "Macchine ed esseri viventi. L'autopoiesi e l'organizzazione biologica" (nella edizione Astrolabio Ubaldini, 1972, 1992) dei biologi, neuroscienziati, epistemologi e filosofi cileni Humberto Maturana e Francisco Varela, si prefigge uno scopo chiaro e unico: definire un sistema vivente senza che la definizione dello stesso dipenda da elenchi di proprietà, da descrizioni afferenti a diverse discipline (e, quindi, legate necessariamente al punto di vista di un osservatore delle stesse), da elementi di processo eterodeterminati e via dicendo.
Per ottenere tale (ambizioso) scopo, gli autori, che si riconoscono pur sempre come osservatori, e quindi limitati nella descrizione dalla struttura implicita dei loro sistemi cognitivi, introducono il 'concetto' di autopoiesi, che si fonda esclusivamente sul sistema in quanto tale. Tutto il libretto è concentrato a sganciare l'autopoiesi da ogni altra forma di descrizione del vivente che presuma qualunque proprietà non intrinsecamente determinata entro (e dalla) unità vivente stessa.
In quest'ottica, anche l'evoluzione, l'apprendimento, la formazione sociale e altri fenomeni osservabili, vengono elaborati prima chiarendo sempre il 'concetto' base di autopoiesi, quindi escludendo l'osservatore dall'ambito di influenze definitorie del sistema che non siano autopoietiche, ossia che non considerino lo stesso come una unità che si definisce da sé, sommariamente in questo modo: "Una (unità) macchina autopoietica è una macchina organizzata come sistema di processi di produzione di componenti; tali processi sono collegati tra loro in modo da produrre dei componenti che, a loro volta: 1. generano i processi (relazioni) di produzione che li producono mediante le loro continue interazioni e trasformazioni e 2. costituiscono la macchina come un'entità nello spazio fisico" (pag. 31, op. cit.).
Il criterio distintivo della vita, per il principio autopoietico, è il mantenimento della sua stessa organizzazione. Qualunque sistema che abbia tale caratteristica può, a tutti gli effetti, essere detto vivente, qualora la produzione dei propri elementi di base sia in grado di (ri)produrre ricorsivamente gli elementi che li producono. Insomma, il sistema produce continuamente se stesso.
Senza entrare in ulteriori dettagli, c'è da dire che il testo, nella edizione Astrolabio Ubaldini del 1992, è tradotto bene, con precisione e avvalendosi di un lessico ripetitivo, ma scorrevole, che favorisce il legame coonsequenziale e logico tra i concetti. Fantastica è poi la prefazione di Alejandro Orellana, che prepara il lettore ai concetti proposti nel testo, lo contestualizza storicamente ed evidenzia la rilevanza conoscitiva della fenomenologia del vivente come argomentata dagli autori. Ritroviamo un'altra traduzione ed introduzione all'interno del più ampio testo "Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente", sempre per le edizioni Marsilio, ma 1985, in cui mi pare, tuttavia, che il testo originario risenta di una traduzione meno stringentemente concatenata. Scriverò a breve una  prossima recensione dell'ultimo testo citato.

lunedì 19 luglio 2010

SIMPLICIO, COMPLESSIO E L'INFORMAT(IC)O

Il testo "Complessità 2000", di Silvio Cammarata, informatico e, in questo testo, divulgatore scientifico, tenta una sintesi delle teorie dei sistemi, da questa cercando di introdurre alcuni elementi della logica della complessità.
L'intento è buono, tanto che l'autore dà al suo testo la forma di un dialogo tra l'umanista Simplicio e il sostenitore delle scienze 'hard' Mr. Complessio, in questo riprendendo la forma del dialogo, entro cui, secondo una antica tradizione, si può sviluppare il sapere e la conoscenza.
La realizzazione lascia però perplessi. Infatti, pur dimostrando un'apertura al dialogo inteso come modo di "mettere in comune", tra due o più interlocutori (e così diffondere), un significato negoziato, tuttavia Cammarata non riesce nell'intento di uscire dalla sua (metodo)logica informatica, con la conseguenza che gli esempi, pur chiari e senza dubbio pertinenti, sono quasi sempre legati al mondo dei bit e dei giochi matematico-informatici, lasciando deluso il lettore che vorrebbe spaziare entro "Complessità 2000", che sembrerebbe intendere, almeno nel titolo, un'esposizione a tutto tondo dell'argomento in oggetto. Per questi lettori consiglierei più "Prede e Ragni", di Comello e De Luca o un testo reportistico e, in un certo modo, dialogico, quale "Complessità. Uomini e idee al confine tra ordine e caos" di Waldrop o la raccolta di saggi a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti "La sfida della complessità".

Con questo nulla si toglie al testo di Cammarata che, nella mia percezione, si rivela meno appassionante ed empatico di altri testi sul tema. Utile però per le teorie dei sistemi, in esso ben spiegate e semplificate. Simplicio, in questo, sarà soddisfatto.

Ecco il contenuto dell'opera:

Indice
Dialogo primo - Sistemi
Dialogo secondo - Dinamica dei sistemi
Dialogo terzo - Modelli di sistemi
Dialogo quarto - Sistemi che apprendono
Dialogo quinto - Sistemi che evolvono
Dialogo sesto - Sistemi che si autoproducono
Dialogo settimo - L'azienda come sistema vivente

Qualche altro dato sul testo:
Formato: Illustrato
Pagine: 276
Lingua: Italiano
Editore: Etas
Anno di pubblicazione 1999
Codice EAN: 9788845309434