Islanda.
Un mondo a parte.
Una terra speciale.
Due visioni a confronto. Di colori, spazi e movimenti.
Enjoy!
Blocco appunti per ragionare, cioè -più o meno- parlare, almeno ogni tanto, con la propria mente...
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giovedì 2 febbraio 2017
sabato 11 agosto 2012
RUSSITALIANS 2012!
Dopo il meraviglioso viaggio tra Svezia, Norvegia e Danimarca, ecco, a seguire, un altrettanto intrigante ed istruttivo viaggio nella Federazione Russa, tra San Pietroburgo, Mosca e le città dell'Anello d'Oro!Il viaggio è stato intenso e, in parte, anche faticoso: ma ne è valsa la pena, sia per quanto visto con gli occhi, sia per quanto appreso con l'occhio della mente. Perché, mi sento qui di dire, per quanto visto, esistono tante 'Russie', unite dal filo rosso di una storia che semplice non è.
Il materiale raccolto in itinere è in via di reperimento e organizzazione. Operazione lunga, ma piacevole, perché, come già detto per la Scandinavia, consente di ripercorrere i sentieri seguiti e di (ri)collocarli in memoria: la nostra personale e quella digitale di cui oggi possiamo avvalerci!
Su Flickr, nell'album che ora si chiama "Scanditalians2012 & Russitalians2012!", sono appena nati due nuovi set di fotografie, ricchi di una variopinta quantità di scatti realizzati qua e là, nelle diverse tappe del tour.
Un set è denominato: San Pietroburgo e dintorni... Russia 2012!
L'altro si chiama: Mosca, l'Anello d'Oro e dintorni... Russia 2012!
Nel secondo set c'è qualche ripetizione... ma, come detto, i lavori sono in corso: i commenti alle fotografie sono assai ben accetti...
E qua e là, tra una guglia e l'altra, ci siamo noi, il gruppo dei Russitalians 2012! :-)
Questo, per iniziare con qualche assaggio fotografico... Poi, come tipicamente avviene giocando con i mattoncini del Lego, chissà che il nostro castello dei ricordi non si ampli, a mezzo di video, fotomontaggi e... di quel che sarà!
A presto!
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mercoledì 4 luglio 2012
SCANDITALIANS 2012!
Eccomi qui a postare su questo blog qualche link ad un bellissimo viaggio tra Svezia, Norvegia e Danimarca...
Un viaggio con altre persone simpatiche e piacevoli con cui si è deciso di condividere una etichetta... una sorta di traccia nel ricordo del tempo passato insieme. Sta nel titolo del post: 'Scanditalians 2012'!
Il materiale è in via di reperimento e organizzazione. Operazione lunga, ma piacevole, perché consente di ripercorrere i sentieri seguiti e di (ri)collocarli in memoria: la nostra personale e quella digitale di cui oggi possiamo avvalerci!
Ecco allora che su Flickr, scanditalians2012, è appena nato un set di fotografie ricco di una variopinta quantità di scatti realizzata con diversi dispositivi, diverse risoluzioni, immagini in movimento o statiche! Alcune sono un po' sfocate, altre sono meravigliose cartoline, alcune riguardano la natura selvaggia, altre ritraggono scorci di splendide città...
E qua e là ci siamo noi, il gruppo degli Scanditalians 2012! :-)
A presto!
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mercoledì 28 marzo 2012
LA VITA DEGLI ALTRI
Ha scritto quel mediocre che risponde al nome di Carlos Ruiz Zafón:
"L'invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato. Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro".
Che i cretini non latrino mai a me, perché la mia anima è la loro!
Che l'Invidia roda il mio cuore! Ad Ella lo dono, quale magnifico sacrificio di quanto più Umano è in me!
Perché l'Invidia è svalutata, laddove Essa è Nutrice e Motrice del Mondo!
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venerdì 3 giugno 2011
ODIO GLI INDIFFERENTI
L’opuscolo “Odio gli indifferenti” riporta una selezione di alcuni frammenti di testi di Antonio Gramsci, estratti dall’edizione degli scritti dell’autore curata da Sergio Caprioglio (studioso dell'antifascismo italiano e torinese) per Giulio Einaudi Editore titolata “La città futura. Scritti 1917-1918 (ed. 1982), integrati con il brano “Gli operai della FIAT”, incluso nella raccolta “Socialismo e Fascismo”, sempre Giulio Einaudi Editore (1996) e, in appendice, con il discorso al Camera del 16 maggio 1925, pubblicato sul numero 117 dell’“Unità” del 23 maggio 1925.
I testi qui raccolti hanno la potenza della narrazione universale, in quanto rivolta da un lato all’essere umano, al quid che qualifica l’uomo, dall’altro all’esser-ci in quanto uomini concreti, persone, vite vissute. È una narrazione universale, anche se ad ogni riga nega la sua universalità, qualora essa dovesse identificarsi nell’idealismo o nell’ideologia. Nessun idealismo e nessuna ideologia nelle parole di Gramsci che, impugnando e stringendo con forza il linguaggio, lo schiaccia verso la realtà viva, concreta, contestuale dell’agire degli uomini nella loro vita quotidiana. “È necessario potersi rappresentare concretamente […] questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere. Se non si possiede questa forza di drammatizzazione della vita, non si possono intuire i provvedimenti generali e particolari che armonizzino le necessità della vita con le disponibilità dello Stato” (p. 7, corsivi miei). Oppure, parlando delle scelte di guerra dell’Italia, “le autorità italiane, quelle governative, quelle provinciali, quelle cittadine [...] non sono riuscite ad armonizzare la realtà, perché sono state incapaci di armonizzare prima, nel pensiero, gli elementi della realtà stessa. Esse ignorano la realtà, ignorano l'Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo. Sono dei dilettanti: non hanno alcuna simpatia per gli uomini. Sono retori pieni di sentimentalismo, non uomini che sentono concretamente. Obbligano a soffrire inutilmente nel tempo stesso che sciolgono degli inni alati alla virtù, alla forza di sacrificio del cittadino italiano” (p. 8, corsivi miei). Gramsci impegna il linguaggio immergendolo nella viva realtà delle cose: non a caso le espressioni sono corpose, materiali, pastose. Egli ci parla della “folla, in quanto è composta di singoli, non in quanto è popolo, idolo delle democrazie. [Le autorità] amano l’idolo, fanno soffrire il singolo individuo” (p.8, corsivi miei). E ancora, sul termine ‘demagogia’: “noi continuiamo a dare alla parola il suo vecchio significato, e continuiamo ad applicarla ai demagoghi, cioè a quelli che si servono di sgambetti logici per apparire nel vero, che falsano scientemente i fatti per apparire i trionfatori, che per ubriacarsi della vittoria di un istante sono insinceri o affrettati” (p. 11). Insomma, per Gramsci il linguaggio solido e denso di significato denotativo (la connotazione può veicolare corruzione) è essenziale per “mettersi in azione”, perché è con esso che si può pensare e ragionare e quindi comprendere e scegliere. Sostiene lo scrittore: “Amico mio, ci ripetiamo sconsolatamente, il tuo era l'uovo di Colombo. Ebbene, non mi importa di essere lo scopritore dell'uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l'intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare” (p. 19, corsivi miei). Ecco alcuni altri esempi di scelte lessicali che rendono ragione di quanto detto in merito alla sostanzialità dell’esprimersi: “nutrirsi, sudare, le panetterie, lo zucchero, la medicina, il vermouth, ‘pescicani’ (i fornitori militari di armi); la giardiniera plebea è sempre la minestra più nutriente e più appetitosa; larghe cucchiaiate; uomini gagliardi e ricchi di succhi gastrici che contengono nella forza della loro volontà e dei loro muscoli l'avvenire, ecc.”.
Ora, se gli scritti di Gramsci sono espressione di una forma ragionata ed attenta al reale, che più volte prende distanza dall’ideologia di partito e dalla retorica (ecco perché il messaggio di Gramsci è molto spesso universale, in quanto fondato sul buon senso e su una accurata osservazione del contesto), i contenuti rappresentano, di fatto, una poderosa intrusione nella storia dell’individuo Gramsci, osservatore acuto e portavoce d’azione del disagio italiano. Della sua epoca, certo. E, per alcune costanti che rientrano nel processo storico e nella cultura dei popoli (o, se vogliamo, delle nazioni), anche della nostra epoca contemporanea. Non a caso la selezione di scritti appare in questo turbolento inizio millennio…
La peculiarità di questo discorso attuale consiste, però, nella sua pro-attività: comprendere non basta. La comprensione deve tradursi in comunicazione con il prossimo ed in azione per tutti. Il pensiero disgiunto dall’azione, per Gramsci, non esiste. Esemplare ne è il famoso passo “Indifferenti” (si può facilmente leggere in rete, per esempio qui) come riportato in "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80, scritto da Gramsci l'11 febbraio 1917. È questo un pezzo che è la base o, perlomeno, si rivela essere una pietra sostanziale del pensiero passionale gramsciano, mai scisso dall'agire. Perché per Gramsci la riflessione non è automaticamente azione. Potrebbe rivelarsi solo un pericoloso gioco intellettuale. Quando la riflessione produce azione, coordina le passioni degli uomini, di quelli che prendono parte alle cose, che parteggiano, che sono partigiani, ecco, solo a quel punto l'intellettuale si chiama "uomo".
Gramsci, nei suoi scritti, parteggia sempre. Non in quanto aderente ad un Partito istituzionale. Ma in quanto aderente ad un modus vivendi che dovrebbe risvegliare l’italiano intorpidito dalla facile propaganda e dalla ancora più acquietante (ed inquietante) delega del potere senza controllo, deresponsabilizzazione espressa al massimo grado. Un modus vivendi che non preclude, perché profondamente umano, l’odio (“Odio gli indifferenti”, non a caso), ma che poi, per trasformarsi in azione viva, ricca di “amore” e non solo di “passione”, deve lasciare spazio all’intelligenza. Come ben illustra David Bidussa nell’introduzione, occorre “l’intelligenza per cogliere i molti malesseri della società italiana, quelli che ancora oggi sono irrisolti: la nullità della classe politica; il trasformismo; l’assenza del senso dell’istituzione parlamentare nella coscienza pubblica; il conflitto politica-magistratura; la scuola; gli scandali; la dimensione astratta della libertà nella vita politica; il «perbenismo». Intelligenza, tuttavia, non significa solo «essere puntuti», ma anche scavare nelle parole arroganti dell’avversario e costringerlo, appunto, con l’intelligenza, sulla difensiva”, perché, riporta Bidussa, “la politica non è mai solo forza, è anche autorevolezza. E l’autorevolezza dei «senza potere» si chiama intelligenza. Persino quando si è puniti per la propria intelligenza. E il proprio coraggio”.
Gramsci fa del coraggio la ragione del vivere. Che lo condurrà a scontrarsi con Mussolini in Parlamento, dove tutta sua sarà la vittoria comunicativa, etica e anche politica. Non a caso subirà l’espulsione, come tutte le voci intelligenti che il regime fascista tenterà di mettere a tacere. Non a caso finirà in carcere. E continuerà a scrivere, per agire. Perché non basta scrivere per raccontare e lamentarsi, anzi, “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. […] Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime” (pp. 5,6 corsivi miei).
Mi sembra quindi condivisibile e quindi estendibile, a mo’ di chiusura e raccordo con l’inizio della recensione, quanto scritto nella prefazione al testo: “A un primo sguardo, si potrebbe far rientrare questi scritti di Gramsci nella rubrica «l’Italia com’è oggi non ci piace» […]”, laddove in Gramsci si ritrova “l’adesione alla politica più che il fascino per l’antipolitica, ma anche la determinazione di parlare di una realtà concreta, di comprenderne i meccanismi. Non solo di lamentarsi. In questi scritti c’è il Paese Italia, come scriveva, inascoltato […] Ruggiero Romano. Il Paese Italia, non la nazione italiana: le cose minute, i comportamenti, i caratteri, l’alimentazione, la retorica, i tic che si hanno, le parole che si usano, le consuetudini con cui si organizza la vita associata. Una realtà che sollecita l’indagine sulla vita reale non la costruzione di proiezioni ideologiche”.
Materiali utili
I testi qui raccolti hanno la potenza della narrazione universale, in quanto rivolta da un lato all’essere umano, al quid che qualifica l’uomo, dall’altro all’esser-ci in quanto uomini concreti, persone, vite vissute. È una narrazione universale, anche se ad ogni riga nega la sua universalità, qualora essa dovesse identificarsi nell’idealismo o nell’ideologia. Nessun idealismo e nessuna ideologia nelle parole di Gramsci che, impugnando e stringendo con forza il linguaggio, lo schiaccia verso la realtà viva, concreta, contestuale dell’agire degli uomini nella loro vita quotidiana. “È necessario potersi rappresentare concretamente […] questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere. Se non si possiede questa forza di drammatizzazione della vita, non si possono intuire i provvedimenti generali e particolari che armonizzino le necessità della vita con le disponibilità dello Stato” (p. 7, corsivi miei). Oppure, parlando delle scelte di guerra dell’Italia, “le autorità italiane, quelle governative, quelle provinciali, quelle cittadine [...] non sono riuscite ad armonizzare la realtà, perché sono state incapaci di armonizzare prima, nel pensiero, gli elementi della realtà stessa. Esse ignorano la realtà, ignorano l'Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo. Sono dei dilettanti: non hanno alcuna simpatia per gli uomini. Sono retori pieni di sentimentalismo, non uomini che sentono concretamente. Obbligano a soffrire inutilmente nel tempo stesso che sciolgono degli inni alati alla virtù, alla forza di sacrificio del cittadino italiano” (p. 8, corsivi miei). Gramsci impegna il linguaggio immergendolo nella viva realtà delle cose: non a caso le espressioni sono corpose, materiali, pastose. Egli ci parla della “folla, in quanto è composta di singoli, non in quanto è popolo, idolo delle democrazie. [Le autorità] amano l’idolo, fanno soffrire il singolo individuo” (p.8, corsivi miei). E ancora, sul termine ‘demagogia’: “noi continuiamo a dare alla parola il suo vecchio significato, e continuiamo ad applicarla ai demagoghi, cioè a quelli che si servono di sgambetti logici per apparire nel vero, che falsano scientemente i fatti per apparire i trionfatori, che per ubriacarsi della vittoria di un istante sono insinceri o affrettati” (p. 11). Insomma, per Gramsci il linguaggio solido e denso di significato denotativo (la connotazione può veicolare corruzione) è essenziale per “mettersi in azione”, perché è con esso che si può pensare e ragionare e quindi comprendere e scegliere. Sostiene lo scrittore: “Amico mio, ci ripetiamo sconsolatamente, il tuo era l'uovo di Colombo. Ebbene, non mi importa di essere lo scopritore dell'uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l'intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare” (p. 19, corsivi miei). Ecco alcuni altri esempi di scelte lessicali che rendono ragione di quanto detto in merito alla sostanzialità dell’esprimersi: “nutrirsi, sudare, le panetterie, lo zucchero, la medicina, il vermouth, ‘pescicani’ (i fornitori militari di armi); la giardiniera plebea è sempre la minestra più nutriente e più appetitosa; larghe cucchiaiate; uomini gagliardi e ricchi di succhi gastrici che contengono nella forza della loro volontà e dei loro muscoli l'avvenire, ecc.”.
Ora, se gli scritti di Gramsci sono espressione di una forma ragionata ed attenta al reale, che più volte prende distanza dall’ideologia di partito e dalla retorica (ecco perché il messaggio di Gramsci è molto spesso universale, in quanto fondato sul buon senso e su una accurata osservazione del contesto), i contenuti rappresentano, di fatto, una poderosa intrusione nella storia dell’individuo Gramsci, osservatore acuto e portavoce d’azione del disagio italiano. Della sua epoca, certo. E, per alcune costanti che rientrano nel processo storico e nella cultura dei popoli (o, se vogliamo, delle nazioni), anche della nostra epoca contemporanea. Non a caso la selezione di scritti appare in questo turbolento inizio millennio…
La peculiarità di questo discorso attuale consiste, però, nella sua pro-attività: comprendere non basta. La comprensione deve tradursi in comunicazione con il prossimo ed in azione per tutti. Il pensiero disgiunto dall’azione, per Gramsci, non esiste. Esemplare ne è il famoso passo “Indifferenti” (si può facilmente leggere in rete, per esempio qui) come riportato in "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80, scritto da Gramsci l'11 febbraio 1917. È questo un pezzo che è la base o, perlomeno, si rivela essere una pietra sostanziale del pensiero passionale gramsciano, mai scisso dall'agire. Perché per Gramsci la riflessione non è automaticamente azione. Potrebbe rivelarsi solo un pericoloso gioco intellettuale. Quando la riflessione produce azione, coordina le passioni degli uomini, di quelli che prendono parte alle cose, che parteggiano, che sono partigiani, ecco, solo a quel punto l'intellettuale si chiama "uomo".
Gramsci, nei suoi scritti, parteggia sempre. Non in quanto aderente ad un Partito istituzionale. Ma in quanto aderente ad un modus vivendi che dovrebbe risvegliare l’italiano intorpidito dalla facile propaganda e dalla ancora più acquietante (ed inquietante) delega del potere senza controllo, deresponsabilizzazione espressa al massimo grado. Un modus vivendi che non preclude, perché profondamente umano, l’odio (“Odio gli indifferenti”, non a caso), ma che poi, per trasformarsi in azione viva, ricca di “amore” e non solo di “passione”, deve lasciare spazio all’intelligenza. Come ben illustra David Bidussa nell’introduzione, occorre “l’intelligenza per cogliere i molti malesseri della società italiana, quelli che ancora oggi sono irrisolti: la nullità della classe politica; il trasformismo; l’assenza del senso dell’istituzione parlamentare nella coscienza pubblica; il conflitto politica-magistratura; la scuola; gli scandali; la dimensione astratta della libertà nella vita politica; il «perbenismo». Intelligenza, tuttavia, non significa solo «essere puntuti», ma anche scavare nelle parole arroganti dell’avversario e costringerlo, appunto, con l’intelligenza, sulla difensiva”, perché, riporta Bidussa, “la politica non è mai solo forza, è anche autorevolezza. E l’autorevolezza dei «senza potere» si chiama intelligenza. Persino quando si è puniti per la propria intelligenza. E il proprio coraggio”.
Gramsci fa del coraggio la ragione del vivere. Che lo condurrà a scontrarsi con Mussolini in Parlamento, dove tutta sua sarà la vittoria comunicativa, etica e anche politica. Non a caso subirà l’espulsione, come tutte le voci intelligenti che il regime fascista tenterà di mettere a tacere. Non a caso finirà in carcere. E continuerà a scrivere, per agire. Perché non basta scrivere per raccontare e lamentarsi, anzi, “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. […] Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime” (pp. 5,6 corsivi miei).
Mi sembra quindi condivisibile e quindi estendibile, a mo’ di chiusura e raccordo con l’inizio della recensione, quanto scritto nella prefazione al testo: “A un primo sguardo, si potrebbe far rientrare questi scritti di Gramsci nella rubrica «l’Italia com’è oggi non ci piace» […]”, laddove in Gramsci si ritrova “l’adesione alla politica più che il fascino per l’antipolitica, ma anche la determinazione di parlare di una realtà concreta, di comprenderne i meccanismi. Non solo di lamentarsi. In questi scritti c’è il Paese Italia, come scriveva, inascoltato […] Ruggiero Romano. Il Paese Italia, non la nazione italiana: le cose minute, i comportamenti, i caratteri, l’alimentazione, la retorica, i tic che si hanno, le parole che si usano, le consuetudini con cui si organizza la vita associata. Una realtà che sollecita l’indagine sulla vita reale non la costruzione di proiezioni ideologiche”.
Materiali utili
Presso il sito dell’editore Chiarelettere si può sfogliare un estratto del libro e ascoltare l’intervista a Davide Bidussa, che ha redatto la nitida prefazione al libro.
Presso il sito http://www.antoniogramsci.com/ si possono reperire alcuni estratti tra le pagine più belle e significative di Gramsci, in una sorta di "aggiornamento permanente" che include contributi di studiosi gramsciani, oltre a commenti e sintesi di semplici estimatori (dalla home del sito).
Presso il sito http://www.antoniogramsci.com/ si possono reperire alcuni estratti tra le pagine più belle e significative di Gramsci, in una sorta di "aggiornamento permanente" che include contributi di studiosi gramsciani, oltre a commenti e sintesi di semplici estimatori (dalla home del sito).
Letture correlate e/o suggerite:
“Indignatevi!”, Hessel Stéphane, 2011, ADD Editore
“Codice in evoluzione: al di là dei furbi e dei fessi”, mia riflessione sul Codice degli Italiani
“Indignatevi!”, Hessel Stéphane, 2011, ADD Editore
“Codice in evoluzione: al di là dei furbi e dei fessi”,
sabato 14 maggio 2011
CODICE IN EVOLUZIONE - AL DI LA' DEI FURBI E DEI FESSI
Dal sito CioRantolo, ecco il "Codice della vita italiana", Capitolo I:
‘Dei furbi e dei fessi’ [Giuseppe Prezzolini]:
1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.
3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.
5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.
6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.
7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.
12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.
13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.
14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.
15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.
16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
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‘Dei furbi e dei fessi’ [Giuseppe Prezzolini]:
1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.
3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.
5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.
6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.
7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.
12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.
13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.
14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.
15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.
16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
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Ho citato qui il pezzo del Codice che non voglio leggere mai più.
E non voglio leggere mai più frasi di italiani rassegnati e che si auto-convincono a generalizzare dicendo "Eh, sì, proprio così!", "Giusto! L'Italia è così, non c'è nulla da fare!", "Quanto ha ragione!" et similia, contribuendo a formare una sorta di previsione che si auto-realizza proprio in quanto la si diffonde.
E crea un clima. Un respiro. Che si fa soffocamento.
E non voglio leggere mai più frasi di italiani rassegnati e che si auto-convincono a generalizzare dicendo "Eh, sì, proprio così!", "Giusto! L'Italia è così, non c'è nulla da fare!", "Quanto ha ragione!" et similia, contribuendo a formare una sorta di previsione che si auto-realizza proprio in quanto la si diffonde.
E crea un clima. Un respiro. Che si fa soffocamento.
Repetita diabolica non juvant.
Ora è tempo di imparare a parlare della realtà in modo diverso, più critico.
Non inducendo, dal comportamento evidente di alcuni, un comportamento necessariamente indegno di tutti.
Non inducendo, dal comportamento evidente di alcuni, un comportamento necessariamente indegno di tutti.
Ora si tratta di riscrivere il Codice della vita italiana,
perché in Italia ci sono tanti differenti e intelligenti,
a fianco di tanti indifferenti e furbi.
E' ora di parlare della prima categoria, perché della seconda si è già propagandato abbastanza.
La seconda è addirittura diventata l'etichetta del made-in-italy sociale italiano.
perché in Italia ci sono tanti differenti e intelligenti,
a fianco di tanti indifferenti e furbi.
E' ora di parlare della prima categoria, perché della seconda si è già propagandato abbastanza.
La seconda è addirittura diventata l'etichetta del made-in-italy sociale italiano.
Ora è tempo per un nuovo made-in-italy, per un nuovo Codice.
Proponiamoci di scriverlo!
Proponiamoci di scriverlo!
Facciamo nostro questo messaggio di differenziazione.
Diffondiamolo.
Come i furbi diffondono il loro di omologazione e di indifferenza.
Perché non vogliamo essere complici dei furbi.
Perché il loro messaggio non parla di noi.
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sabato 7 maggio 2011
LIMIT
E, invece, "Limit" è semplicemente stupefacente. Dimostra una padronanza della tecnica narrativa fuori della norma, pari solo alla travolgente forza espressiva di pochi autori di metà Ottocento. La trama è (s)coinvolgente, ricca di suspence, di infiniti nodi che si slacciano e si riallacciano, in una splendente ghirlanda di circostanze collocate poco più in là del 2010 e, quindi, costituenti un punto di lancio tra ciò che ci circonda e ha fatto la nostra storia e ciò che, sotto certe possibilità, può declinare l'immediato futuro.
Certo, è narrazione creativa, quindi, se il punto di aggancio del testo sta nel nostro reale, il testo stesso poi si sgancia in scenari possibili. Possibili però non basta: anche vero-simili.
Si taccia l'autore, in molte recensioni, di avere ammassato una serie di preconcetti ideando un miscuglio ad alto impatto ma, nei fatti, banale.
Non concordo manco un poco su questo punto. Infatti, come ogni grande scrittore, Schatzing ha elaborato una serie di fonti e di informazioni a dir poco esorbitante. Il testo "emerge", perché l'autore ha studiato, di persona e con l'aiuto diretto di esperti nei campi più disparati, tutto quanto poteva servire a fare del fanta-romanzo, un romanzo dei nostri giorni.
Un romanzo che fa riflettere, pone quesiti di ordine etico individuale e sociale, espone in che direzioni la scienza potrebbe andare, ma non da sola. Accompagnata dalle dinamiche geo-politiche del settore petrolifero, dalle strutture dei grandi agglomerati industriali, dalle previsioni per il futuro e il mercato delle energie alternative. Il tutto considerando le moderne e future comunicazioni a mezzo di reti o ambienti virtuali, gli studi sulla popolazione, sulla sua distribuzione, sull'architettura e la pianificazione urbanistica, naturalmente ogni elemento incastonato nelle economie reali di inizio Millennio (Cina, Stati Uniti, Europa, Africa, stati dell'Ex-URSS, e così via). Si conosce, inoltre, la logica di lavoro e di vita dei mercenari, delle agenzie di sicurezza private, dei servizi segreti deviati, delle nuove armi e delle nuove posizioni assunte da chi una volta poteva lavorare per l'esercito della propria Nazione. Ora e nel futuro, invece, secondo potenziali altre logiche.
Insomma, un lavoro immenso sta dietro l'emergere del romanzo. Che si staglia come un organismo narrativo straordinariamente intra-connesso e al contempo aperto all'integrazione del lettore.
Vero, l'edizione italiana è di ben 1370 pagine, ma di certo questo non è un 'limite', semmai uno stimolo, per immergersi con l'autore in un thriller maledettamente attuale (scrivo il 7 maggio 2011, e il prezzo della benzina ha registrato in Italia un nuovo picco) e rivelatore.
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sabato 9 aprile 2011
INDIGNATEVI!
Mia Premessa per circoscrive il senso dell’indignazione.
Indignare, dal latino “in-dignàri”, significa affermare il contrario di "stimare degno". Si "stima degno", "dicevole", ciò che si trova di "ap-prezzabile" nel comportamento altrui. Pertanto è indegno quel che non si "ap-prezza", ossia che perde, agli occhi di chi giudica, il proprio valore, non solo in senso monetario, ovviamente, data la polisemia del termine "valore".
Questa è una premessa indispensabile. È infatti evidente che si apprezza ciò che accade "con merito": non a caso, il merito e l'onore devono essere "guadagnati" (occorre dare loro un prezzo, "ap-prezzarli"). E, di conseguenza, l'in-dignazione deve emergere ogniqualvolta un qualcosa di indegno viene, "in-giustamente", "ap-prezzato": dotato di valore che non possiede. L'in-dignazione risulta sinonimo di "giustizia", laddove l'essere giusto è commisurato all'essere degno di un valore riconosciuto tale e non regalato o generato invalidando altri valori. Mi indigno se vedo una ingiustizia, in quanto la stessa non è degna di rispetto, avendo violato il senso stesso di valore. Se non ci si indigna più, allora tutto è "giusto" ed accettabile: lo scontro di valori opposti si fonde nell'apatia valoriale. Indifferenza al valore. Indifferenza al senso. In-sensibilità. E l’indifferenza, come sostiene l’autore di “Indignatevi!”, è ‘il peggiore degli atteggiamenti’, perché 'è una delle componenti essenziali dell’umano, senza di che non si dà ‘la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue’.
Questa è una premessa indispensabile. È infatti evidente che si apprezza ciò che accade "con merito": non a caso, il merito e l'onore devono essere "guadagnati" (occorre dare loro un prezzo, "ap-prezzarli"). E, di conseguenza, l'in-dignazione deve emergere ogniqualvolta un qualcosa di indegno viene, "in-giustamente", "ap-prezzato": dotato di valore che non possiede. L'in-dignazione risulta sinonimo di "giustizia", laddove l'essere giusto è commisurato all'essere degno di un valore riconosciuto tale e non regalato o generato invalidando altri valori. Mi indigno se vedo una ingiustizia, in quanto la stessa non è degna di rispetto, avendo violato il senso stesso di valore. Se non ci si indigna più, allora tutto è "giusto" ed accettabile: lo scontro di valori opposti si fonde nell'apatia valoriale. Indifferenza al valore. Indifferenza al senso. In-sensibilità. E l’indifferenza, come sostiene l’autore di “Indignatevi!”, è ‘il peggiore degli atteggiamenti’, perché 'è una delle componenti essenziali dell’umano, senza di che non si dà ‘la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue’.
Che cosa vuole dirci, dunque, Stéphane Hessel, a ’93 anni’, nel suo pamphlet "Indigniamoci!"?
Firmatario dell’“Appello dei Resistenti alle giovani generazioni”, pronunciato a Parigi alla Casa dell’America Latina l’8 marzo 2004, diplomatico e capogabinetto di Henri Laugier, quest’ultimo Segretario della Commissione dei Diritti dell’Uomo, Hessel, dopo una lunga esperienza nella Resistenza francese del CNR, si trova impegnato nei lavori volti all'elaborazione della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.
Firmatario dell’“Appello dei Resistenti alle giovani generazioni”, pronunciato a Parigi alla Casa dell’America Latina l’8 marzo 2004, diplomatico e capogabinetto di Henri Laugier, quest’ultimo Segretario della Commissione dei Diritti dell’Uomo, Hessel, dopo una lunga esperienza nella Resistenza francese del CNR, si trova impegnato nei lavori volti all'elaborazione della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.
È una esperienza formante che, cumulata con le tante altre esperienze “formanti” della sua vita, definisce la logica di impegno sociale e civile che viene riproposta, in estrema sintesi, in “Indignatevi!”. Sì, perché “Indignatevi!” raccoglie, in una trentina di pagine (le altre riportano il citato Appello del 2004 e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), i punti fermi che l’autore considera essenziale trasmettere, soprattutto alle giovani generazioni. Crollo dei sistemi di welfare state, espandersi del potere finanziario, guerre e migrazioni della povertà cui le Nazioni Unite e l’Europa non reagiscono come da loro mandato, la perversione dei media… il motore per non passare tutto sotto anestetizzante silenzio è, per l’autore, l’indignazione. L’indignazione ha consentito la Resistenza, ma Hessel ben sa che di tempo ne è passato e, incontrando nelle classi i ragazzi di oggi, è lucido nell’affermare: “voi non avete le ragioni evidenti che avevamo noi per decidere di agire”. Questa consapevolezza storica è il fulcro potente che regge la mozione di indignazione promossa nelle poche pagine del pamphlet. All’epoca della Seconda grande guerra, per alcuni, l’impegno civile e l’indignazione per ciò che accadeva intorno era quasi scontato o, comunque, riconoscibile. Oggi, nel nuovo Millennio, non è più così semplice: gli eventi sono ovattati e gli stimoli moltiplicati. La giustizia, come collegato dell’indignazione, può presentarsi come elemento confuso. Del resto, scrive l’autore, “il nostro è un mondo vasto, del quale intuiamo la non indipendenza. Viviamo in un contesto di interconnettività senza precedenti. […] esistono cose intollerabili. Per accorgersene occorre affinare lo sguardo, scavare. Ai giovani io dico: cercate e troverete”. Alcuni esempi illustrano la via alla ricerca e alla reazione indignata. E le modalità cui fare fronte a mali evidenti dei nostri decenni.
Dal canto suo, Hessel, di origine ebrea, si muove molto criticamente verso il governo israeliano e gli atti disumani ed omicidi nei confronti dei palestinesi. Narra della violenza e la comprende, per giungere alla conclusione che la non violenza (attuata in modo concreto e visibile) potrebbe essere la via migliore, nel lungo periodo. Ma Hessen non è Gandhi, non è un idealista: conviene sul fatto che il terrorismo, da ambo i lati di un conflitto, “è una forma di esasperazione. E che questa esasperazione è un termine negativo. Non bisognerebbe esa-sperare, bensì sperare. L’esasperazione è un rifiuto della speranza. La si può comprendere, […] quasi è naturale, ma non per questo accettare”. Hessen si congeda con un invito all’insurrezione pacifica e con la speranza. Una speranza indignata. Perché altrimenti essa è suono vuoto e preclude ogni azione, nell’attesa di un salvatore. Che poi magari si presenterà come il prossimo dittatore.
Dal canto suo, Hessel, di origine ebrea, si muove molto criticamente verso il governo israeliano e gli atti disumani ed omicidi nei confronti dei palestinesi. Narra della violenza e la comprende, per giungere alla conclusione che la non violenza (attuata in modo concreto e visibile) potrebbe essere la via migliore, nel lungo periodo. Ma Hessen non è Gandhi, non è un idealista: conviene sul fatto che il terrorismo, da ambo i lati di un conflitto, “è una forma di esasperazione. E che questa esasperazione è un termine negativo. Non bisognerebbe esa-sperare, bensì sperare. L’esasperazione è un rifiuto della speranza. La si può comprendere, […] quasi è naturale, ma non per questo accettare”. Hessen si congeda con un invito all’insurrezione pacifica e con la speranza. Una speranza indignata. Perché altrimenti essa è suono vuoto e preclude ogni azione, nell’attesa di un salvatore. Che poi magari si presenterà come il prossimo dittatore.
venerdì 18 febbraio 2011
YouTube - ROBERTO BENIGNI - SANREMO 2011 - QUARTA PARTE
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Prima che venga oscurato, come per il 2009 e 2010...
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