Islanda.
Un mondo a parte.
Una terra speciale.
Due visioni a confronto. Di colori, spazi e movimenti.
Enjoy!
Blocco appunti per ragionare, cioè -più o meno- parlare, almeno ogni tanto, con la propria mente...
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giovedì 2 febbraio 2017
martedì 22 novembre 2016
Siamo arrivati al punto che... DI AUTO SRL -VIA MARIE CURIE 1 - 10073 CIRIÈ - TORINO - TO
In Italia siamo arrivati al punto che, al momento di ritirare un'automobile, dopo normale cambio gomme invernali e manutenzione, il responsabile del concessionario possa fare in sequenza, di fronte al cliente e poi contro il cliente le seguenti azioni:
- insulti una propria dipendente di fronte al cliente, impedendole di compiere il proprio lavoro (emettere fattura)
- dopo che il cliente ha fatto notare che ci si può comportare con più moderazione, il responsabile del concessionario:
- insulti ulteriormente il proprio personale
- insulti il cliente (il sottoscritto) che non si è fatto i ca##i suoi
- chieda al cliente il numero di cell per mandare un CV alla concorrenza, visto che la casa madre (che gli dà lavoro!) è incompetente (cioè: vendi auto di quella casa madre e di fronte al cliente dici che è una schifezza e che sono babbioni che non gli fanno chiudere i conti... mah, vedete voi)
- insulti il cliente che è, dal suo punto di vista, un "fottuto dipendente pubblico"
- insulti il cliente che "ha una bocca solo per parlare a vanvera"
- non ascolti quanto il cliente ha da dire e gli chiuda (davvero!!!) in faccia una porta (di quelle pesanti, a prova di botta, non so se si intende)
- quando il cliente, irritato, lo manda a fare in c##o, il gerente ritorni "quasi" per dargli un pugno, ma si fermi all'ultimo pensando (forse) alle conseguenze
- se ne vada mandando di nuovo a quel paese il cliente...
Ora, signore e signori, dove può accadere un agire così "fuor di sesto"?
In Italia: solo qui.
Poi il cliente provvede a segnalare la cosa alla casa madre straniera (sollecita, attenta e cortese) e si apre un dossier.
Come finirà?
Non lo so. Il cliente non vuole soldi, non vuole vendetta, non vuole nulla se non il rispetto delle persone e della giustizia che, nella figura di questo gerente della DI AUTO SRL di Via Marie Curie 1 di Ciriè, sono state tutte e simultaneamente calpestate.
martedì 23 ottobre 2012
DANIELA BERIA: PROFESSIONE ARTISTA (TRA L'ALTRO)
Ebbene sì, questo post è un(a) pro-post(a) di avvicinamento al mondo artistico e non solo di mia sorella, Daniela Beria.
Questo perché la forma, il tratto, il colore sono elementi espressivi di realtà e mondi possibili altrettanto potenti e semiologicamente ricchi, di quelli testuali cui, in genere, io mi riferisco in questo blog.
Il vegetale e l'animale afferiscono alla categoria del reale: al di là di ogni semiosi, essi vivono nella rappresentazione quali fenomeni osservabili e visibili e, solo in un secondo tempo, simbolici.
Non so che cosa un artista colga (in) o voglia trasmettere (in) ciò che rappresenta con il tratto grafico. Nel mio piccolo, penso che il movente sia una passione in parte innata, in parte coltivata, che rende ragione della personalità di una donna o di un uomo. Atto di comunicazione, dunque. E di espressione, inoltre.
Comunicazione, perché mette in comune con gli altri un prodotto della propra percezione.
Espressione, perché si spreme, letteralmente, dalla parte più intima della persona. E si protende all'esterno, ai nostri occhi, in primis; in generale ai nostri sensi, in un'ottica sinsemica.
Espressione, perché si spreme, letteralmente, dalla parte più intima della persona. E si protende all'esterno, ai nostri occhi, in primis; in generale ai nostri sensi, in un'ottica sinsemica.
Comunicazione ed espressione sono atti reali che da sempre mi affascinano, nelle loro diverse manifestazioni.
Per questo rimando agli atti comunicativi ed espressivi di mia sorella, in modo tale che questi possano intersecarsi con le esperienze più diverse, dibattersi e scontrarsi nel mondo degli oggetti reali rappresentati o inventati, affiliarsi o congedarsi da stimoli artistici di provenienza esterna: in altre parole, e concludo, confrontarsi con ciò che sta al di là di ogni soggettività e, nel confronto, arricchire ogni parte.
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venerdì 20 aprile 2012
ETIMO-LOGICANDO COLLEGA(MENTI)
Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, consultabile on-line, alla voce 'collega' (il sostantivo, non il verbo appiccicoso, per intendersi) ci sta:
Lat. "Collèga" da "Collígere", riunire, raccogliere insieme, composto di ‘com’=’cum’, insieme, e ‘Lègere’, raccogliere, radunare. - Compagno in alcun ufficio o nell'esercizio di qualche nobile professione.
Ora, l'etimologia è chiara: il collega è un tizio o una tizia con cui sei stato raccolto insieme o fisicamente, in un luogo, tipo un'ufficio; o, in senso lato, in un gruppo anche non fisicamente uni-collocato che esercita una qualche nobile professione.
Nobile, perché una volta il professionista aveva anche di questo, per noi un po’ logoro, aggettivo, che ora appare quasi uno sberleffo autoironico inserito da un diavoletto monello nella definizione di collega.
Prendiamo un dizionario più recente, che so, l'Hoepli. Ecco qui:
Collega - [col-lè-ga] - s.m. e f. (pl. m. -ghi, f. -ghe) - 1 Chi esercita la medesima professione o arte o mestiere: siamo colleghi; onorevoli colleghi .2 Compagno di lavoro, spec. dello stesso.
Già sparisce il nobile aggettivo. Grottescamente un'eco risuona nell'esempio proposto dal dizionario: 'onorevoli' colleghi, che, in genere, è l'appellativo utilizzato dal presidente di Camera o Senato per richiamare (al)l'attenzione (de)i nostri italici rappresentanti. Che, dati i tempi, nobili non lo sono più; onorevoli, bé, diciamo non nel senso etimologico del termine. Forse in un altro senso, quello della legge dell'onore che si rispetta nella malavita rispettabile. Ma questi sono dettagli.
Torniamo al nostro collega di partenza.
Bene.
Il collegamento che si ha con il collega, naturalmente, non è un rapporto naturale (può diventare sentimentale, ma è un'altra, complicata, faccenda). Si tratta, piuttosto, di un rapporto presidiato dal lavoro o professione in cui si è colleghi. E', per dir così, naturalmente artificiale. Già da qui si può inferire che la base del rapporto con il collega è l'assenza di una base di collegamento che si presenti diversa dalla finalità del lavoro e della professione, base che consiste nell’ottenere qualcosa in cambio della propria opera. Tipo -ma non generalizziamo troppo- uno stipendio o il pagamento di una parcella o anche cose quali la gratificazione e via astraendo, che però sono meno, come dire, basilari, che so, rispetto ad una solida base stipendiale.
Il collegamento che si ha con il collega è quindi un collegamento derivato (o indiretto), cioè che proviene e nasce dall'esigenza di una cosa più ampia che si chiama organizzazione o società o roba simile. In cui i colleghi, di diverso livello, sono collegati con te da basi diverse ancora, tipo quelle dei pianerottoli a scendere o a salire, che sono, per dir così, una rappresentazione di una gerarchia collegata da saliscendi.
Possiamo chiamare colleghi i colleghi che si collegano a noi con collegamenti a gerarchie diverse? Sicuramente sì, da un lato, in quanto la gerarchia non preclude il collegamento. Che avviene, naturalmente, saliscendendo piani diversi, nello spazio e nella logica relazionale. No, dall'altro lato, se vogliamo limitare la definizione a chi esegue attività simili alle nostre, poste cioè 'sullo stesso piano'.
Alla base di tutti i collegamenti citati, non naturali, resta comunque la finalità di ciò che, appunto, accomuna i diversi colleghi: e cioè il prestito di qualcosa di sé per ottenere (un collegamento con) un mezzo economico in grado di garantire, in primis, la sussistenza; in secundis, bé, tante altre cose.
Dunque, se il collegamento è di tipo finalistico, verso un principio unificatore che sta nella sussistenza, quello tra colleghi potrebbe essere diverso da un collegamento collaborativo? Bé, no, da un certo punto di vista, perché la sussistenza serve a (quasi) tutti. Sì, da un altro punto di vista, perché, oltre alla sussistenza, un collega vuole possedere questo, un altro desidera quest'altro, un terzo si differenzia ancora in termini di scopo. Il collegamento, in questo senso, non può che essere identificato anche come competitivo.
La naturalità del collegamento tra colleghi si riduce quindi al primo etimo esaminato (in sé non finalistico, perché, naturalmente, si può essere colleghi nel fare nulla…): l'essere stati messi insieme per realizzare una attività più o meno collegata. Il collega è un collegato, cioè, nel collegamento, è in parte un soggetto passivo. Cioè è scelto e poi collegato: raramente può scegliere il collegamento e la collocazione. Ed è meglio così, perché, in caso contrario, gli scopi diversi di ognuno eserciterebbero una forza centrifuga tale da rendere impossibile ed impensabile ogni collegamento, ogni organizzazione cooptativa o, se va bene, collaborativa, in ogni caso produttiva.
Per questo non ci dobbiamo aspettare “il mondo” dai colleghi. Sono come noi, pezzi di esistenza che si intersecano con il nostro pezzo di esistenza, in un certo luogo (materiale o virtuale) e per un certo tempo (per noi esseri umani, per fortuna, mai infinito!).
L'intersezione, buona o cattiva che sia, nobile o meno che sia, onorevole o disdicevole che si presenti, è una associazione di scopo (non mi richiamo qui al senso sociologico del termine, in quanto precludo, in questo discorso, una coscienza comune, collegata), una associazione fondamentalmente etero-diretta dallo scopo sussistenziale o, più largamente, esistenziale di una struttura che ‘sta intorno’.
Se sono eterodiretto, mica ci sta che debba io auto-dirigermi verso il prossimo, eliminando tutte le disparità e differenze. Si mira all'accordo, al collegamento mediamente produttivo, alla concatenazione di attività preferibilmente non ignobili. Attenzione! Non si tratta di compromesso. Si tratta di collegamento con la realtà. Non è un granché, lo so, ma la vita stessa non è (nel maggiore dei casi) un granchè.
E poi, diciamocelo, nel mondo del collegamento eterodiretto, è vero, alcuni sono colleghi.
Ma altri sono anche amici o amiche: scusate se è poco!
Ma altri sono anche amici o amiche: scusate se è poco!
domenica 24 luglio 2011
She's Alive... Beautiful... Finite... Hurting... Worth Dying for.
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domenica 17 luglio 2011
INSIDE JOB
Il film/documentario illustra i fatti agghiaccianti che si celano dietro la crisi economica del 2008. Il crack finanziario globale di oltre 20 trilioni di dollari che è costato il posto di lavoro e la casa a milioni di persone e che ha messo in pericolo la stabilità economica di paesi industrializzati, dagli Stati Uniti All'Islanda, dalla Cina alla Grecia.
Per capire come sono stati costruiti i derivati, i sub-prime, le collateralized debt obligation... insomma, tutte quelle "armi (finanziarie) di distruzione di massa" che hanno arricchito i potenti e gettato nella povertà il 99% della popolazione. Non solo statunitense.
Per capire come una regolazione seria sia indispensabile per evitare collassi economico-sociali collettivi.
Per illustrare quanto sia rischioso privatizzare senza "paracadute".
Per individuare i responsabili. Che resteranno forse impuniti, ma che è bene identificare, almeno per evitare di metterci nelle loro mani di nostra volontà.
La nostra vita è troppo importante per lasciarla a supponenti cinici guru della finanza spericolata.
Il film su IMDB.
Director:
Charles FergusonWriters:
Chad Beck, Charles Ferguson, Adam BoltStars:
Matt Damon, William Ackman and Daniel AlpertAcquistabile (zona 2) su BOL Italia
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mercoledì 13 luglio 2011
PER CAMBIARE DAVVERO. Elezioni, partiti, partecipazione
Il presidente onorario (Gustavo Zagrebelsky) di LeG si appella al Parlamento nella soluzione di una semplice legge di due articoli, che cancelli il Porcellum e ripristini il Mattarellum. Tra le altre cose, l'ex presidente sottolinea la preoccupazione di un caos costituzionale collegato alla possibilità che più di due ipotesi referendarie ottengano la maggioranza dei voti. Vede nel provvisorio ritorno al Mattarellum anche l'occasione di ovviare al distacco tra elettori e partiti.
Leggi l'appello e, se ci credi, sottoscrivilo e condividi!
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venerdì 27 maggio 2011
IL MONDO SENZA DI NOI
Solo così ci si rende pienamente conto che, per parlare del futuro del Pianeta, occorre conoscerne quanto meglio il passato, ridando così piena dignità e significato alle scienze, da alcuni considerare ‘leggere’, quali gli studi di antropologia, etnologia, paleontologia, archeologia, geologia, geografia umana e storica, architettura dei beni culturali… che, spesso, sono oggetto di dibattito, se non, in alcuni casi, proprio di scherno, nell’epoca attuale. Nel testo di Weisman che, ricordo, ha conseguito laurea e master in Letteratura presso la Northwestern University, è Professore Associato in Giornalismo e Studi Latino-Americani dell'Università di Arizona (dove conduce un programma annuale di campo in campo del giornalismo internazionale) e che, nella sua carriera, ha insegnato scrittura e giornalismo al Prescott College (Arizona) e al Williams College (Massachuttes), queste discipline sono legate, in un intreccio indissolubile, con la fisica, la matematica, la chimica, la biologia, l'astronomia, la geografia terrestre, le scienze della terra…, insomma, quelle forme di scienza ‘pesante’, che trovano in genere un terreno fertile e meno ostico presso il mondo della ricerca, in quanto maggiormente legate (almeno questa è la vulgata) alla tecnologia e, quindi, al mercato (cfr. La natura della tecnologia, Brian Arthur, 2010).
Weisman, che dimostra di conoscere molto bene la professione di giornalista scientifico (cfr il blog: Il giornalismo scientifico in Italia e nel mondo), nei ringraziamenti finali ci fa comprendere quante interviste, letture, suggerimenti, inchieste, viaggi, ha dovuto organizzare per predisporre il materiale alla base del testo. E questo è già complicato. Riuscire poi a tessere una tela che organizzi, in una trama lucente e in un racconto scientificamente solido e fanta-scientificamente avvincente tale materiale, bé, è da maestro, risultato di una passione e di una volontà vigorosa e potente.
L’esercizio intellettuale e professionale di Weisman, di per sé già ammirevole, non si esaurisce nell’analizzare i fenomeni passati e nell’integrarli in una ipotesi futura: esso mira a stimolare la curiosità del lettore, di colui che, mentre legge, prende a prestito parte di Gaia, parte della vita che il Pianeta offre, al fine di rendere più vicino il mondo della vita a colui che, leggendo, forse non ha mai avuto vere occasioni di visitarlo nelle sue più diverse espressioni. E si rivolge al lettore per spiegare, in termini semplici, ma sempre rigorosi, che cosa avviene a seguito dei piccoli (o grandi) gesti quotidiani che usiamo fare entro Gaia: dall’uso del combustibile e dei sacchetti di plastica, alla conservazione del cibo con i nostri elettrodomestici “a gas nobili”, all’emissione di scarti “a lunga conservazione” quali i metalli pesanti, all’affollamento elettromagnetico, all’immissione di anidride carbonica nell’aria e ad una quantità di altre cose cui non ci capita mai di pensare in termini di nostra co-abitazione con l’ambiente.
Ora, si badi bene! Precisiamolo: “Il mondo senza di noi” non è un manuale di ecologia, intesa quale propaganda per la conservazione dell’ambiente. È un racconto. Un racconto, scientificamente fondato, sull’ecosistema in cui siamo immersi e su come questo ecosistema potrebbe reagire alla nostra dipartita. È un uovo delle meraviglie, le cui sorprese sono ad ogni paragrafo almeno per chi, come il sottoscritto, non ha conoscenze universali sulla miriade di fenomeni e reazioni che ci passano sotto il naso ogni giorno. E che passeranno sotto il naso di chi ci sarà, una volta noi esclusi, in modalità prevedibili nel limite di quanto osserviamo oggi ed abbiamo osservato ieri.
Affascinante pensare a che cosa potrebbe accadere (ed in quanto tempo) alle nostre città, proiettandone il futuro sulle più iconiche per noi, quali New York o Londra o Roma. Ammaliante scrutare il fondale degli oceani, dove forme di vita al pari di rifiuti donatori di morte si avvicenderanno, evolvendosi in forme forse già state o forse mai. Curioso il mondo senza fattorie e trattori, dove colture in competizione si sfideranno per conquistare gli spazi da noi lasciati liberi e incolti. Inauditi canti dei volatili, quando, non essendo più soggetti alla nostra interferenza, canteranno di percorsi e stormi nuovi. O lasceranno anch’essi il posto a nuove specie, che ora sono in potenza, ma che, senza di noi, potrebbero (ri-)emergere sul Pianeta. Abbandono dei nostri vincoli materiali (ponti, dighe, laghi artificiali, condotti fognari, gallerie, tunnel sottomarini, metropolitane…) per mancata manutenzione e nuovi passaggi per animali vecchi e nuovi, nuovo ri-disegno di confini, ri-plasmarsi di territori. Eredità di lunga data per le quali valgono ipotesi le più diverse (scorie radioattive, liquami velenosi, agenti chimici di laboratorio). Assenza di guerre, almeno a livello umano. Fine dei segnali, almeno quelli inviati nel cosmo dalla mole di emettitori da noi impiantati un po’ ovunque. La nostra conoscenza: compressa in montagne secondo codici che chissà, dopo di noi, chi potrà o vorrà decodificare…
Inutile continuare un’elencazione che non rende ragione né dei contenuti del prezioso documento, né, in particolare, della bellezza con cui sono stati elaborati. Il testo parla a chi vorrà ascoltarlo.
E, di fatto, ha già parlato, letteralmente, attraverso un documentario che, proprio da questo testo, ha avuto origine. Si tratta dell’omonimo “Il mondo senza di noi. Cosa accadrebbe se l’uomo scomparisse dalla Terra?”. Il documentario è assai intrigante e, pur semplificando un po’ dovendo ‘stare’ nei 90’ di un DVD, è abbastanza fedele al testo di Weisman.
Ecco il trailer su YouTube:
L’esercizio intellettuale e professionale di Weisman, di per sé già ammirevole, non si esaurisce nell’analizzare i fenomeni passati e nell’integrarli in una ipotesi futura: esso mira a stimolare la curiosità del lettore, di colui che, mentre legge, prende a prestito parte di Gaia, parte della vita che il Pianeta offre, al fine di rendere più vicino il mondo della vita a colui che, leggendo, forse non ha mai avuto vere occasioni di visitarlo nelle sue più diverse espressioni. E si rivolge al lettore per spiegare, in termini semplici, ma sempre rigorosi, che cosa avviene a seguito dei piccoli (o grandi) gesti quotidiani che usiamo fare entro Gaia: dall’uso del combustibile e dei sacchetti di plastica, alla conservazione del cibo con i nostri elettrodomestici “a gas nobili”, all’emissione di scarti “a lunga conservazione” quali i metalli pesanti, all’affollamento elettromagnetico, all’immissione di anidride carbonica nell’aria e ad una quantità di altre cose cui non ci capita mai di pensare in termini di nostra co-abitazione con l’ambiente.
Ora, si badi bene! Precisiamolo: “Il mondo senza di noi” non è un manuale di ecologia, intesa quale propaganda per la conservazione dell’ambiente. È un racconto. Un racconto, scientificamente fondato, sull’ecosistema in cui siamo immersi e su come questo ecosistema potrebbe reagire alla nostra dipartita. È un uovo delle meraviglie, le cui sorprese sono ad ogni paragrafo almeno per chi, come il sottoscritto, non ha conoscenze universali sulla miriade di fenomeni e reazioni che ci passano sotto il naso ogni giorno. E che passeranno sotto il naso di chi ci sarà, una volta noi esclusi, in modalità prevedibili nel limite di quanto osserviamo oggi ed abbiamo osservato ieri.
Affascinante pensare a che cosa potrebbe accadere (ed in quanto tempo) alle nostre città, proiettandone il futuro sulle più iconiche per noi, quali New York o Londra o Roma. Ammaliante scrutare il fondale degli oceani, dove forme di vita al pari di rifiuti donatori di morte si avvicenderanno, evolvendosi in forme forse già state o forse mai. Curioso il mondo senza fattorie e trattori, dove colture in competizione si sfideranno per conquistare gli spazi da noi lasciati liberi e incolti. Inauditi canti dei volatili, quando, non essendo più soggetti alla nostra interferenza, canteranno di percorsi e stormi nuovi. O lasceranno anch’essi il posto a nuove specie, che ora sono in potenza, ma che, senza di noi, potrebbero (ri-)emergere sul Pianeta. Abbandono dei nostri vincoli materiali (ponti, dighe, laghi artificiali, condotti fognari, gallerie, tunnel sottomarini, metropolitane…) per mancata manutenzione e nuovi passaggi per animali vecchi e nuovi, nuovo ri-disegno di confini, ri-plasmarsi di territori. Eredità di lunga data per le quali valgono ipotesi le più diverse (scorie radioattive, liquami velenosi, agenti chimici di laboratorio). Assenza di guerre, almeno a livello umano. Fine dei segnali, almeno quelli inviati nel cosmo dalla mole di emettitori da noi impiantati un po’ ovunque. La nostra conoscenza: compressa in montagne secondo codici che chissà, dopo di noi, chi potrà o vorrà decodificare…
Inutile continuare un’elencazione che non rende ragione né dei contenuti del prezioso documento, né, in particolare, della bellezza con cui sono stati elaborati. Il testo parla a chi vorrà ascoltarlo.
E, di fatto, ha già parlato, letteralmente, attraverso un documentario che, proprio da questo testo, ha avuto origine. Si tratta dell’omonimo “Il mondo senza di noi. Cosa accadrebbe se l’uomo scomparisse dalla Terra?”. Il documentario è assai intrigante e, pur semplificando un po’ dovendo ‘stare’ nei 90’ di un DVD, è abbastanza fedele al testo di Weisman.
Ecco il trailer su YouTube:
Ecco, invece, il sito ufficiale del libro (in inglese) The world without us (bella la sezione Multimedia, che contiene anche collegamenti ai siti di cui si parla nel testo) e il link alla versione inglese di Wikipedia, voce The World Without Us, molto ricca.
Alcuni link sull’argomento trattato nel libro e un appunto.
Da questi pochi link citati, si può notare come il testo di divulgazione scientifica sia talvolta visto come un testo di scienza (un esperimento mentale), talvolta come un testo ‘best seller’ (a sostegno della vivacità culturale statunitense), talaltra come un testo di cultura spettacolare (catastrophe book basato su dati scientifici).
Il testo di Weisman è tutte queste cose assieme ma, soprattutto, è uno dei diversi prototipi testuali di informazione scientifica su larga scala che, confido, sempre di più si diffonderanno nella cosiddetta “società della conoscenza”, contribuendo a ridurre il cultural divide che ne è parte integrante.
“Ecco il mondo senza di noi, andrà in rovina e poi rinascerà”, La Repubblica, Spettacoli e Cultura, 11 marzo 2008
“La Terra senza l'uomo”, recensione del testo sul sito “Le Scienze”, settembre 2008
“Il mondo senza di noi”, recensioni e commenti su aNobii
In rete, come sempre, migliaia di altri riferimenti. Spazio ai naviganti!
venerdì 20 maggio 2011
AUTO-ORGANIZZAZIONI
La prima parola del titolo, “Auto-organizzazione”, è un po’ l’ombrello che de-limita il contenuto di cui si discorre nel testo. Una de-limitazione che, si sa, nel caso dei fenomeni complessi è un po’ impossibile: de-limitare segna i confini, induce a pensare a modelli chiusi. La complessità, invece, parla tanto di ciò che è chiuso, quanto di ciò che aperto. Per esempio: sistemi chiusi per quanto concerne la struttura, e aperti per quanto concerne lo scambio di energia e/o informazione. Quindi il termine ‘Auto-organizzazione’ va accoppiato, nel cammino che accoglie “l’emergenza del divenire”, proprio dalla parola “emergenza”. In particolare, per il cammino che si percorre nel testo, per quella che è generata dal “basso”, categoria di poco prestigio nell’era delle scienze esatte e delle filosofie razional-idealiste, ma estremamente potente per intrufolarsi nel vasto campo dell’esistenza che è il complesso.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché “Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.
Il testo, nello specifico, ampliando ed al contempo continuando la scia dei precedenti, si concentra su quanto può emergere, dal basso, in tre livelli di sistema: quello fisico, quello biologico e quello sociale. Sempre prestando particolare cura ad evitare verità assolute e facili semplificazioni: la verità può anche esistere, ma ciò che conta è abbracciare la straordinaria creatività della natura, in cui auto-organizzazione, unita a rottura di simmetria e a processi di preadattamento/exattamento, possono essere gli impulsi decisivi che spiegano come si possa giungere a punti critici di instabilità, nei diversi sistemi, fisici, biologi e sociali, a partire dai quali può emergere l’ordine.
Abbandonare i sentieri noti è la prima azione per visitare il mondo che emerge dal basso. E il libro in questo ci accompagna. Con uno stile, citavo all’inizio, che trovo bellissimo: il racconto, puntuato, ora accelerato ora rallentato, molte frasi nominali, discorsi con i grandi del passato e del presente e con il lettore, tante volte interpellato, chiamato, portato di fronte alle meraviglie ora dell’emergenza, ora dell’auto-organizzazione, ora delle strutture biologiche e sociali, dalla voce piena di passione ed ammaliante, quasi il canto di una sirena, degli autori. E con un apparato grafico che non è da meno: innovativo, diverso, sfruttante la potenza dell’immagine, che racconta il raccontato, nonché ricco di schemi, innovativi anche quelli, che mostrano come il tutto sia in relazione, e con le parti e con se stesso. Infine, perché “Auto-organizzazioni” è anche un manuale di riferimento, con tabelle sintetiche, collocate in fondo ad ogni capitolo, “antico appiglio” per noi figli della scrittura lineare, “una riduzione di ricchezza, certo, compensata […] dalla sicurezza della stabilità”, intersezioni tra esempi presentati e le loro caratteristiche e declinazioni. Giusto per non perdere la bussola. Per continuare.
Si è scritto: un manuale di riferimento. Destinato a chi? Bé, destinato intanto a tutti coloro che vogliono iniziarsi ai principi che paiono essere costanti nei fenomeni complessi. Perché noi cerchiamo il costante nei fenomeni, per comprenderli, per non rimanre s-paesati, dis-locati. E poi destinato ai manager o ai funzionari delle imprese che, sulla scia di una pletora di paradigmi aziendali, si trovano ora, forse, spiazzati di fronte al cambiamento, qualitativamente diverso, dinamicamente articolato e più veloce. Acquisire il senso dell’auto-organizzazione, del bottom-up, integrato con il top-down (con un po’ più del primo che del secondo), può aprire un futuro affascinante per le imprese che vogliono vivere, competere, affermarsi o adattarsi al mondo complesso di oggi e, presumibilmente, di domani.
Ben consapevoli, sia chiaro, che quanto vale per il livello fisico e quello biologico, non può essere trasposto così come è, senza mediazioni e modificazioni, al livello sociale, che è di una complessità diversa, forse superiore. Occorre allora, allenatisi nella fisica e nella biologia dell’emergenza, avvalersi di questi nuovi strumenti conoscitivi non attraverso la mera trasposizione, ma a mezzo di una loro interpretazione al livello sociale. Non omologia, quanto analogia, scrivono gli autori.
Da celle di Bénard, laser, orologi chimici, ipercicli... verso i misso miceti, il DNA, le reti neurali, e i comportamenti degli insetti ‘sociali’ quali api, formiche, termiti, e gli stormi… sino a discutere di autocoscienza, storia, tattiche di guerra, scale free networks (tanto in internet quanto, in generale, dove ci sono hub, come quelli degli aeroporti), reti di saperi, mercati, terrorismo, agglomerati urbani… società: more is different. Ed è una sfida.
Una sfida che ha tante declinazioni. Una di esse è la sfida alla gerarchia, eredità aristotelica dominante per secoli nell’organizzazione della conoscenza, nell’etica e nella cultura aziendale. Sfidare la gerarchia è promuovere strutture alternative. Che del complesso abbiano la consapevolezza e dell’auto-organizzazione l’anima. Conosci te stesso. Ascolta i poeti. Non irrigidirti in schemi pre-concetti. Perché la complessità abbraccia tutti noi.
Non bisogna scoraggiarsi: “Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah complessità. Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. Qui sta il punto. Qui l’azione, che è sempre anche, indissolubilmente, ricerca.
Il testo è chiuso da due brevi gioiellini:
“La postfazione su auto-organizzazione e nuovi modelli organizzativi” di Emilio Bartezzaghi, professore ordinario di gestione aziendale presso il Politecnico di Milano, che è parola data ad un tecnico e studioso dell’azienda: il quale riprende il filo rosso del discorso del libro e, con un’abilità quanto mai apprezzabile, lo colloca nello spazio di confronto attuale sull’impresa.
“Salutiamoci con una fiaba”, di Piera Giacconi. Una fiaba, perché “la realtà non può essere solo condensata in un sistema di equazioni: il complesso, da sempre, va raccontato”. E si sa, la parola è magica. La parola è conoscenza che evolve. Mondi possibili che si realizzano. Leggende che aprono nuovi punti di vista, scorci di lucidità nel complesso che ci circonda.
Mi fermo qui, cogliendo l’occasione di ‘legare’ a questa recensione:
Il primo paragrafo di “Auto-organizzazioni”, dal blog Complessamente di Luca Comello, dove potete trovare anche la quarta di copertina e un link ad un’intervista con Comello.
Un video da vedere a tutto schermo e tutto volume. Meraviglioso.
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sabato 14 maggio 2011
CODICE IN EVOLUZIONE - AL DI LA' DEI FURBI E DEI FESSI
Dal sito CioRantolo, ecco il "Codice della vita italiana", Capitolo I:
‘Dei furbi e dei fessi’ [Giuseppe Prezzolini]:
1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.
3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.
5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.
6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.
7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.
12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.
13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.
14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.
15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.
16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
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‘Dei furbi e dei fessi’ [Giuseppe Prezzolini]:
1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.
3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.
5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.
6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.
7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.
12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.
13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.
14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.
15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.
16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
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Ho citato qui il pezzo del Codice che non voglio leggere mai più.
E non voglio leggere mai più frasi di italiani rassegnati e che si auto-convincono a generalizzare dicendo "Eh, sì, proprio così!", "Giusto! L'Italia è così, non c'è nulla da fare!", "Quanto ha ragione!" et similia, contribuendo a formare una sorta di previsione che si auto-realizza proprio in quanto la si diffonde.
E crea un clima. Un respiro. Che si fa soffocamento.
E non voglio leggere mai più frasi di italiani rassegnati e che si auto-convincono a generalizzare dicendo "Eh, sì, proprio così!", "Giusto! L'Italia è così, non c'è nulla da fare!", "Quanto ha ragione!" et similia, contribuendo a formare una sorta di previsione che si auto-realizza proprio in quanto la si diffonde.
E crea un clima. Un respiro. Che si fa soffocamento.
Repetita diabolica non juvant.
Ora è tempo di imparare a parlare della realtà in modo diverso, più critico.
Non inducendo, dal comportamento evidente di alcuni, un comportamento necessariamente indegno di tutti.
Non inducendo, dal comportamento evidente di alcuni, un comportamento necessariamente indegno di tutti.
Ora si tratta di riscrivere il Codice della vita italiana,
perché in Italia ci sono tanti differenti e intelligenti,
a fianco di tanti indifferenti e furbi.
E' ora di parlare della prima categoria, perché della seconda si è già propagandato abbastanza.
La seconda è addirittura diventata l'etichetta del made-in-italy sociale italiano.
perché in Italia ci sono tanti differenti e intelligenti,
a fianco di tanti indifferenti e furbi.
E' ora di parlare della prima categoria, perché della seconda si è già propagandato abbastanza.
La seconda è addirittura diventata l'etichetta del made-in-italy sociale italiano.
Ora è tempo per un nuovo made-in-italy, per un nuovo Codice.
Proponiamoci di scriverlo!
Proponiamoci di scriverlo!
Facciamo nostro questo messaggio di differenziazione.
Diffondiamolo.
Come i furbi diffondono il loro di omologazione e di indifferenza.
Perché non vogliamo essere complici dei furbi.
Perché il loro messaggio non parla di noi.
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sabato 7 maggio 2011
LIMIT
E, invece, "Limit" è semplicemente stupefacente. Dimostra una padronanza della tecnica narrativa fuori della norma, pari solo alla travolgente forza espressiva di pochi autori di metà Ottocento. La trama è (s)coinvolgente, ricca di suspence, di infiniti nodi che si slacciano e si riallacciano, in una splendente ghirlanda di circostanze collocate poco più in là del 2010 e, quindi, costituenti un punto di lancio tra ciò che ci circonda e ha fatto la nostra storia e ciò che, sotto certe possibilità, può declinare l'immediato futuro.
Certo, è narrazione creativa, quindi, se il punto di aggancio del testo sta nel nostro reale, il testo stesso poi si sgancia in scenari possibili. Possibili però non basta: anche vero-simili.
Si taccia l'autore, in molte recensioni, di avere ammassato una serie di preconcetti ideando un miscuglio ad alto impatto ma, nei fatti, banale.
Non concordo manco un poco su questo punto. Infatti, come ogni grande scrittore, Schatzing ha elaborato una serie di fonti e di informazioni a dir poco esorbitante. Il testo "emerge", perché l'autore ha studiato, di persona e con l'aiuto diretto di esperti nei campi più disparati, tutto quanto poteva servire a fare del fanta-romanzo, un romanzo dei nostri giorni.
Un romanzo che fa riflettere, pone quesiti di ordine etico individuale e sociale, espone in che direzioni la scienza potrebbe andare, ma non da sola. Accompagnata dalle dinamiche geo-politiche del settore petrolifero, dalle strutture dei grandi agglomerati industriali, dalle previsioni per il futuro e il mercato delle energie alternative. Il tutto considerando le moderne e future comunicazioni a mezzo di reti o ambienti virtuali, gli studi sulla popolazione, sulla sua distribuzione, sull'architettura e la pianificazione urbanistica, naturalmente ogni elemento incastonato nelle economie reali di inizio Millennio (Cina, Stati Uniti, Europa, Africa, stati dell'Ex-URSS, e così via). Si conosce, inoltre, la logica di lavoro e di vita dei mercenari, delle agenzie di sicurezza private, dei servizi segreti deviati, delle nuove armi e delle nuove posizioni assunte da chi una volta poteva lavorare per l'esercito della propria Nazione. Ora e nel futuro, invece, secondo potenziali altre logiche.
Insomma, un lavoro immenso sta dietro l'emergere del romanzo. Che si staglia come un organismo narrativo straordinariamente intra-connesso e al contempo aperto all'integrazione del lettore.
Vero, l'edizione italiana è di ben 1370 pagine, ma di certo questo non è un 'limite', semmai uno stimolo, per immergersi con l'autore in un thriller maledettamente attuale (scrivo il 7 maggio 2011, e il prezzo della benzina ha registrato in Italia un nuovo picco) e rivelatore.
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venerdì 15 aprile 2011
LA TRAMA LUCENTE
Trama: l’etimo del nome veicola il senso di “passare al di là”, “andare oltre”, nonché “formare una tela”, spesso celante punti oscuri (non a caso si dice: “tramava dietro le sue spalle”); nondimeno, la trama è il punto di accesso al complesso, inteso come intreccio di più parti legate tra di loro e dipendenti l’una dall’altra. Con la trama, entriamo dunque nel regno della complessità.
Quella di Anna Maria Testa è però una trama lucente. Quindi che illumina, che mette in risalto elementi altrimenti imbrigliati nella rete di relazioni, dove risultano poco identificabili, intuibili e comprensibili.
“La trama lucente” è il tentativo di andare oltre l’insieme di nozioni che la storia ci ha lasciato sulla natura (e la psiche) dell’uomo, al fine di individuare, nel complesso tessuto della psicologia umana, il filo rosso che, qualora esistente, districa la creatività. Creatività che, nella prospettiva dell’autrice, per essere tale deve possedere alcune proprietà essenziali: portare a qualcosa di nuovo, di buono e di utile. Non a caso Anna Maria Testa titola il suo sito NeU, che sta per "Nuovo e Utile", teorie e pratiche della creatività.
Già, perché la creatività è figlia della volontà di agire e, al contempo, è intessuta di un mondo di teorie e di studi che può essere utile (e magari anche nuovo…) conoscere. Un volo sulla storia della creatività è quindi l’incipit del testo che, letteralmente, mappa una mole consistente di teorie, esperimenti, dati e aneddoti lungo secoli di storia, la quale ha riconosciuto ufficialmente la creatività solo di recente, a livello di frame, pur essendo questa stata oggetto di riflessione sin dagli albori dell’emergenza della specie che si definisce sapiens. Insomma, la storia di un’idea che non c’era è quanto l’autrice propone con maestria: suo compito è infatti non solo raccogliere e selezionare teorie e pratiche, il che, di per sé, è già un lungo lavoro. La parte consistente dell’opera è, infatti, collegare quanto raccolto, far brillare il tessuto di reciproche relazioni sincroniche e diacroniche che, della creatività, hanno fatto un oggetto assai complesso e sfaccettato.
Ora, mi si permetta un’osservazione: il lavoro di tessitura è venuto molto bene, perché il testo scorre con quell’impulso lieve eppure intenso che rende gradevolissima la lettura e molto comprensibile il nesso, o meglio, i nessi tra gli elementi del puzzle creativo. Unica pecca è che, nel tessere la tela, il tessuto non è nuovo (vi ricordate il binomio nuovo e utile…). Non è nuovo perché attinge dagli elementi di studio più noti e più comuni, specie per quanto concerne la psicologia sociale e della creatività, propri di un lettore di media cultura. In effetti, nulla che l’autrice ha scritto è stato per me “nuovo” (se escludiamo considerazioni sulla sua autobiografia). Dall’altra, invece, tutto quanto scritto è stato per me molto utile, in quanto ha consolidato legami reticolari (cognitivi ed affettivi) che, pur se già noti e, nella vita quotidiana, utilizzati, è stato interessante rincontrare così coerentemente riorganizzati.
Ecco, diciamo che il testo è un grande apparato organizzativo: se si coglie questo aspetto, merita la lode. Basta guardare alla struttura: che cos’è la creatività, perché ci appartiene, come funziona.
Che cos’è la creatività: definiamo a larghe maglie il concetto, ammesso che la creatività, quale concetto, funzioni in modo adeguato, dato i limiti del linguaggio verbale. E chiariamo che è plurale: ci sono tante creatività. Ecco perché tante teorie, esperimenti, personaggi, curiosità, indovinelli, aneddoti, e quant’altro da rendere felice il lettore curioso.
Perché ci appartiene: che cosa ci rende, scrive l’autrice, bestialmente creativi? La mente, l’intelligenza, il talento: che cosa sono e, se sono, sono solo per il sapiens o esistono in altro? La creatività, quanto è legata alla biologia, alle neuroscienze, e da lì all’evoluzione, e poi alle teorie della mente, passando per il contesto storico e sociale, vincolo ed essenza stessa per definire qualcosa "creativo"? In questa parte, si vola, dalla testa di homo sapiens, a quella dei nostri coabitanti, si attraversano culture, si sfiorano individui e tratti personali. Con una unica precauzione nel volo: il rispetto, che è essenza della comprensione del e nel mondo creativo.
Come funziona: credo che qui AnnaMaria Testa si sia divertita un sacco! Cercare di spiegare come funziona la parte di sé che ci rende vivi, deve essere stata una esperienza affascinante. E il racconto ne risente in positivo. Tante cose da ricordare per tracciare una delle possibili trame. Tanti nodi da sciogliere per imbrogliarli in nuovi modi. Le trappole, i test, le tecniche che può incontrare chi si interessa di creatività. Che, in quanto processo, si può vedere sotto molti punti di vista. Alcuni li vedrete a fondo di questa recensione. Miliardi di altri li vediamo ogni giorno intorno a noi.
Che cos’è la creatività: definiamo a larghe maglie il concetto, ammesso che la creatività, quale concetto, funzioni in modo adeguato, dato i limiti del linguaggio verbale. E chiariamo che è plurale: ci sono tante creatività. Ecco perché tante teorie, esperimenti, personaggi, curiosità, indovinelli, aneddoti, e quant’altro da rendere felice il lettore curioso.
Perché ci appartiene: che cosa ci rende, scrive l’autrice, bestialmente creativi? La mente, l’intelligenza, il talento: che cosa sono e, se sono, sono solo per il sapiens o esistono in altro? La creatività, quanto è legata alla biologia, alle neuroscienze, e da lì all’evoluzione, e poi alle teorie della mente, passando per il contesto storico e sociale, vincolo ed essenza stessa per definire qualcosa "creativo"? In questa parte, si vola, dalla testa di homo sapiens, a quella dei nostri coabitanti, si attraversano culture, si sfiorano individui e tratti personali. Con una unica precauzione nel volo: il rispetto, che è essenza della comprensione del e nel mondo creativo.
Come funziona: credo che qui AnnaMaria Testa si sia divertita un sacco! Cercare di spiegare come funziona la parte di sé che ci rende vivi, deve essere stata una esperienza affascinante. E il racconto ne risente in positivo. Tante cose da ricordare per tracciare una delle possibili trame. Tanti nodi da sciogliere per imbrogliarli in nuovi modi. Le trappole, i test, le tecniche che può incontrare chi si interessa di creatività. Che, in quanto processo, si può vedere sotto molti punti di vista. Alcuni li vedrete a fondo di questa recensione. Miliardi di altri li vediamo ogni giorno intorno a noi.
Ecco, una recensione a questo testo io la fermo qui. Non perché non ci sia una quantità di altri modi per continuare. E di materiali da cui partire per lanciare un lampo sul vasto territorio del testo. Piuttosto per un’altra ragione: provate a mettervi di fronte a uno specchio indossando un tessuto lucente. Ognuno si vedrebbe a suo modo. Ognuno coglierebbe particolari del vestito diversi e diversa importanza attribuirebbe ad essi, in relazione al proprio vissuto. Ognuno deciderebbe come farsi aggiustare il vestito. O lo farebbe, mentalmente o materialmente, da sé. Non ci possiamo fare nulla: siamo creativi. E che si nasca, o lo si diventi, non conta poi molto.
Avevo promesso qualche espressione del processo creativo. Ecco qualche meta-testo su “La Trama Lucente”:
Non possono mancare le mappe mentali di Roberta Buzzacchino, che puoi trovare sul suo “mappe_mentali_blog”.
Una sul capitolo 14 “La creatività come processo”:
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa.html
Una sul capitolo 14 “La creatività come processo”:
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa.html
e una sulla genesi de “La trama lucente”:
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa-2.html
http://mappementaliblog.blogspot.com/2010/11/creativita-luminosa-2.html
Non può mancare neanche la bella recensione di Giovanna Cosenza, sul suo blog “DIS.AMB.IGUANDO”:
http://giovannacosenza.wordpress.com/2010/06/16/la-trama-lucente/
E… perché no, ecco un’intervista all’autrice sul sito Lipperatura di Loredana Lipperini:
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/09/08/annamaria-testa-e-la-creativita/
Perché, in fondo, la creatività è Reticolare!
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sabato 8 gennaio 2011
AS WE MAY THINK
... e iniziò un po' tutto da lì. Mi ricordo che impiegai un po' a trovare il libro che includeva l'intervento di Vannevar Bush citato nel post.
Poi lo trovai, di seconda mano.
E il testo, a cura di Kahn P., Nyce J. (ed.), "Da Memex a Hypertext. Vannevar Bush e la macchina della mente", Padova, Franco Muzzio Editore, 1992, che include l'articolo "As we may think", mi colpì quanto un fulmine a ciel sereno. Studiavo tanto e mi avvalevo di tanto materiale. Per questo fui affascinato da una domanda, precisa, essenziale, prioritaria: "come possiamo orientarci in mezzo all'enorme quantità di informazioni e di conoscenze che la nostra società produce?".
Vero, è roba antica, nel mondo delle reti. Ma è sempre attuale, nonostante gli sforzi fatti nell'ottica di un web semantico e di strumenti di ricerca intelligenti. Per me questa "roba" costituisce ancora uno dei motivi fondamentali dello studio delle reti, tanto più adesso, in un momento in cui gli user-generated-content stanno riempendo esponenzialmente gli spazi sociali che le reti mettono a disposizione e la velocità del 'link' potenziato di strumenti quali Twitter, Digg, FriendFeed e gli altri aggregatori ci stanno nuovamente 'impantanando'.
La nostra lotta neghentropica contro l'information overload della rete continua ad essere in corso. Come Bush aveva previsto. Neghentropia richiede tanta energia, per evitare di disperdere in energia in-utilizzata ed in-utilizzabile gli sforzi di tanti co-autori e collaboratori della rete.
Ogni giorno mi sento sempre più stanco a seguire i temi che mi interessano. Perché, se non hai un lavoro in rete o sulla rete declinato, lo sforzo che puoi condividere nell'azione neghentropica segue una curva sempre meno efficiente.
Sento il bisogno di un nuovo "Memex" visionario, che dia energia mentale per non disperdermi, per non impantanarmi, definitivamente, nell'informazione.
Lo spunto di questo post mattutino mi è giunto da due stimoli: uno interiore, e cioé la stanchezza di navigare in troppa informazione, di leggere troppi libri e la sensazione di tenere in me sempre meno; la seconda da Wired di gennaio 2011 che, nella pagina di LogOut, riporta una sequenza del pensiero di Bush, che allego qui sotto, perché, a mio vedere, molto bella (fate clic per non strabuzzarvi gli occhi).
Poi lo trovai, di seconda mano.
E il testo, a cura di Kahn P., Nyce J. (ed.), "Da Memex a Hypertext. Vannevar Bush e la macchina della mente", Padova, Franco Muzzio Editore, 1992, che include l'articolo "As we may think", mi colpì quanto un fulmine a ciel sereno. Studiavo tanto e mi avvalevo di tanto materiale. Per questo fui affascinato da una domanda, precisa, essenziale, prioritaria: "come possiamo orientarci in mezzo all'enorme quantità di informazioni e di conoscenze che la nostra società produce?".
Vero, è roba antica, nel mondo delle reti. Ma è sempre attuale, nonostante gli sforzi fatti nell'ottica di un web semantico e di strumenti di ricerca intelligenti. Per me questa "roba" costituisce ancora uno dei motivi fondamentali dello studio delle reti, tanto più adesso, in un momento in cui gli user-generated-content stanno riempendo esponenzialmente gli spazi sociali che le reti mettono a disposizione e la velocità del 'link' potenziato di strumenti quali Twitter, Digg, FriendFeed e gli altri aggregatori ci stanno nuovamente 'impantanando'.
La nostra lotta neghentropica contro l'information overload della rete continua ad essere in corso. Come Bush aveva previsto. Neghentropia richiede tanta energia, per evitare di disperdere in energia in-utilizzata ed in-utilizzabile gli sforzi di tanti co-autori e collaboratori della rete.
Ogni giorno mi sento sempre più stanco a seguire i temi che mi interessano. Perché, se non hai un lavoro in rete o sulla rete declinato, lo sforzo che puoi condividere nell'azione neghentropica segue una curva sempre meno efficiente.
Sento il bisogno di un nuovo "Memex" visionario, che dia energia mentale per non disperdermi, per non impantanarmi, definitivamente, nell'informazione.
Lo spunto di questo post mattutino mi è giunto da due stimoli: uno interiore, e cioé la stanchezza di navigare in troppa informazione, di leggere troppi libri e la sensazione di tenere in me sempre meno; la seconda da Wired di gennaio 2011 che, nella pagina di LogOut, riporta una sequenza del pensiero di Bush, che allego qui sotto, perché, a mio vedere, molto bella (fate clic per non strabuzzarvi gli occhi).
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lunedì 15 novembre 2010
ARENAWAYS - UN SALUTO AFFETTUOSO
Partiti oggi 15 novembre 2010 i primi due treni della neo-nata Arenaways: per una TO-MI o MI-TO alternativa.
Sembra una alternativa davvero convincente, pur nei limiti ad oggi slealmente presenti nel fattore concorrenza.
Vedremo. Proviamo il cambiamento, o smettiamo di lamentarci di Trenitalia che, tanto per pareggiare l'asimmetria concorrenziale almeno in questo testo, sicuramente non linko.
Sembra una alternativa davvero convincente, pur nei limiti ad oggi slealmente presenti nel fattore concorrenza.
Vedremo. Proviamo il cambiamento, o smettiamo di lamentarci di Trenitalia che, tanto per pareggiare l'asimmetria concorrenziale almeno in questo testo, sicuramente non linko.
domenica 14 novembre 2010
DESIGN ECOSISTEMICO
Ecco invece il link alla recensione del testo, Slow Food Editore, "Design Sistemico. Progettare la sostenibilità produttiva e ambientale", a cura di Luigi Bistagnino, professore ordinario di Disegno Industriale presso la Prima Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Il testo è pregevole tanto per la grafica radiale e cognitivamente evoluta per evidenziare le interconnessioni di processo, quanto perché si rivela un manuale operativo nel senso puro del termine: fornisce indicazioni per operare, per mettersi al lavoro, progettando prodotti ecosostenibili e fonti di ricchezza e di lavoro per il territorio, senza depauperarne la ricchezza intrinseca. Dal modello di produzione lineare a quello complesso, il testo ri-afferma la necessità di nuovi, concreti, operativi, punti di vista, sotto lo sguardo dei quali lo scarto può essere ricco di valore aggiunto ed energia e, quindi, lungi dall'essere fonte di un problema di un processo lineare (lo smaltimento, per esempio) diventa l'input di un processo metabolico complesso, che consente la nascita di nuove attività (si vedano i diversi appunti sui sistemi autopoietici e sulla non linearità in questo blog).
Vale la pena leggerlo, per criticare in modo scientifico tanto gli ecologisti ingenui che rovinano la loro 'sentita' missione con cavolate prive di senso analitico dei problemi, quanto gli strenui oppositori dello sviluppo sostenibile, che vantano, per lo più, evidenze economiche che, in alcuni casi, non reggono l'evidenza empirica (nel testo sono presentati numerosi casi di studio realizzati, con rilevazione dell'EBT -Earning Before Taxation- e i delta di posti lavoro, positivi....).
Link utili:
Corso di Laurea Magistrale in Eco-Design, I° Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Corso di Studi in Disegno Industriale
Sito del libro "Design Ecosistemico"
Vale la pena leggerlo, per criticare in modo scientifico tanto gli ecologisti ingenui che rovinano la loro 'sentita' missione con cavolate prive di senso analitico dei problemi, quanto gli strenui oppositori dello sviluppo sostenibile, che vantano, per lo più, evidenze economiche che, in alcuni casi, non reggono l'evidenza empirica (nel testo sono presentati numerosi casi di studio realizzati, con rilevazione dell'EBT -Earning Before Taxation- e i delta di posti lavoro, positivi....).
Link utili:
Corso di Laurea Magistrale in Eco-Design, I° Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Corso di Studi in Disegno Industriale
Sito del libro "Design Ecosistemico"
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mercoledì 28 luglio 2010
MACCHINE ED ESSERI VIVENTI
Il testo "Macchine ed esseri viventi. L'autopoiesi e l'organizzazione biologica" (nella edizione Astrolabio Ubaldini, 1972, 1992) dei biologi, neuroscienziati, epistemologi e filosofi cileni Humberto Maturana e Francisco Varela, si prefigge uno scopo chiaro e unico: definire un sistema vivente senza che la definizione dello stesso dipenda da elenchi di proprietà, da descrizioni afferenti a diverse discipline (e, quindi, legate necessariamente al punto di vista di un osservatore delle stesse), da elementi di processo eterodeterminati e via dicendo.
Per ottenere tale (ambizioso) scopo, gli autori, che si riconoscono pur sempre come osservatori, e quindi limitati nella descrizione dalla struttura implicita dei loro sistemi cognitivi, introducono il 'concetto' di autopoiesi, che si fonda esclusivamente sul sistema in quanto tale. Tutto il libretto è concentrato a sganciare l'autopoiesi da ogni altra forma di descrizione del vivente che presuma qualunque proprietà non intrinsecamente determinata entro (e dalla) unità vivente stessa.
Per ottenere tale (ambizioso) scopo, gli autori, che si riconoscono pur sempre come osservatori, e quindi limitati nella descrizione dalla struttura implicita dei loro sistemi cognitivi, introducono il 'concetto' di autopoiesi, che si fonda esclusivamente sul sistema in quanto tale. Tutto il libretto è concentrato a sganciare l'autopoiesi da ogni altra forma di descrizione del vivente che presuma qualunque proprietà non intrinsecamente determinata entro (e dalla) unità vivente stessa.
In quest'ottica, anche l'evoluzione, l'apprendimento, la formazione sociale e altri fenomeni osservabili, vengono elaborati prima chiarendo sempre il 'concetto' base di autopoiesi, quindi escludendo l'osservatore dall'ambito di influenze definitorie del sistema che non siano autopoietiche, ossia che non considerino lo stesso come una unità che si definisce da sé, sommariamente in questo modo: "Una (unità) macchina autopoietica è una macchina organizzata come sistema di processi di produzione di componenti; tali processi sono collegati tra loro in modo da produrre dei componenti che, a loro volta: 1. generano i processi (relazioni) di produzione che li producono mediante le loro continue interazioni e trasformazioni e 2. costituiscono la macchina come un'entità nello spazio fisico" (pag. 31, op. cit.).
Il criterio distintivo della vita, per il principio autopoietico, è il mantenimento della sua stessa organizzazione. Qualunque sistema che abbia tale caratteristica può, a tutti gli effetti, essere detto vivente, qualora la produzione dei propri elementi di base sia in grado di (ri)produrre ricorsivamente gli elementi che li producono. Insomma, il sistema produce continuamente se stesso.
Senza entrare in ulteriori dettagli, c'è da dire che il testo, nella edizione Astrolabio Ubaldini del 1992, è tradotto bene, con precisione e avvalendosi di un lessico ripetitivo, ma scorrevole, che favorisce il legame coonsequenziale e logico tra i concetti. Fantastica è poi la prefazione di Alejandro Orellana, che prepara il lettore ai concetti proposti nel testo, lo contestualizza storicamente ed evidenzia la rilevanza conoscitiva della fenomenologia del vivente come argomentata dagli autori. Ritroviamo un'altra traduzione ed introduzione all'interno del più ampio testo "Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente", sempre per le edizioni Marsilio, ma 1985, in cui mi pare, tuttavia, che il testo originario risenta di una traduzione meno stringentemente concatenata. Scriverò a breve una prossima recensione dell'ultimo testo citato.
Il criterio distintivo della vita, per il principio autopoietico, è il mantenimento della sua stessa organizzazione. Qualunque sistema che abbia tale caratteristica può, a tutti gli effetti, essere detto vivente, qualora la produzione dei propri elementi di base sia in grado di (ri)produrre ricorsivamente gli elementi che li producono. Insomma, il sistema produce continuamente se stesso.
Senza entrare in ulteriori dettagli, c'è da dire che il testo, nella edizione Astrolabio Ubaldini del 1992, è tradotto bene, con precisione e avvalendosi di un lessico ripetitivo, ma scorrevole, che favorisce il legame coonsequenziale e logico tra i concetti. Fantastica è poi la prefazione di Alejandro Orellana, che prepara il lettore ai concetti proposti nel testo, lo contestualizza storicamente ed evidenzia la rilevanza conoscitiva della fenomenologia del vivente come argomentata dagli autori. Ritroviamo un'altra traduzione ed introduzione all'interno del più ampio testo "Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente", sempre per le edizioni Marsilio, ma 1985, in cui mi pare, tuttavia, che il testo originario risenta di una traduzione meno stringentemente concatenata. Scriverò a breve una prossima recensione dell'ultimo testo citato.
lunedì 19 luglio 2010
SIMPLICIO, COMPLESSIO E L'INFORMAT(IC)O
Il testo "Complessità 2000", di Silvio Cammarata, informatico e, in questo testo, divulgatore scientifico, tenta una sintesi delle teorie dei sistemi, da questa cercando di introdurre alcuni elementi della logica della complessità.
L'intento è buono, tanto che l'autore dà al suo testo la forma di un dialogo tra l'umanista Simplicio e il sostenitore delle scienze 'hard' Mr. Complessio, in questo riprendendo la forma del dialogo, entro cui, secondo una antica tradizione, si può sviluppare il sapere e la conoscenza.
La realizzazione lascia però perplessi. Infatti, pur dimostrando un'apertura al dialogo inteso come modo di "mettere in comune", tra due o più interlocutori (e così diffondere), un significato negoziato, tuttavia Cammarata non riesce nell'intento di uscire dalla sua (metodo)logica informatica, con la conseguenza che gli esempi, pur chiari e senza dubbio pertinenti, sono quasi sempre legati al mondo dei bit e dei giochi matematico-informatici, lasciando deluso il lettore che vorrebbe spaziare entro "Complessità 2000", che sembrerebbe intendere, almeno nel titolo, un'esposizione a tutto tondo dell'argomento in oggetto. Per questi lettori consiglierei più "Prede e Ragni", di Comello e De Luca o un testo reportistico e, in un certo modo, dialogico, quale "Complessità. Uomini e idee al confine tra ordine e caos" di Waldrop o la raccolta di saggi a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti "La sfida della complessità".
Con questo nulla si toglie al testo di Cammarata che, nella mia percezione, si rivela meno appassionante ed empatico di altri testi sul tema. Utile però per le teorie dei sistemi, in esso ben spiegate e semplificate. Simplicio, in questo, sarà soddisfatto.
Ecco il contenuto dell'opera:
Indice
Dialogo primo - Sistemi
Dialogo secondo - Dinamica dei sistemi
Dialogo terzo - Modelli di sistemi
Dialogo quarto - Sistemi che apprendono
Dialogo quinto - Sistemi che evolvono
Dialogo sesto - Sistemi che si autoproducono
Dialogo settimo - L'azienda come sistema vivente
Qualche altro dato sul testo:
Formato: Illustrato
Pagine: 276
Lingua: Italiano
Editore: Etas
Anno di pubblicazione 1999
Codice EAN: 9788845309434
L'intento è buono, tanto che l'autore dà al suo testo la forma di un dialogo tra l'umanista Simplicio e il sostenitore delle scienze 'hard' Mr. Complessio, in questo riprendendo la forma del dialogo, entro cui, secondo una antica tradizione, si può sviluppare il sapere e la conoscenza.
La realizzazione lascia però perplessi. Infatti, pur dimostrando un'apertura al dialogo inteso come modo di "mettere in comune", tra due o più interlocutori (e così diffondere), un significato negoziato, tuttavia Cammarata non riesce nell'intento di uscire dalla sua (metodo)logica informatica, con la conseguenza che gli esempi, pur chiari e senza dubbio pertinenti, sono quasi sempre legati al mondo dei bit e dei giochi matematico-informatici, lasciando deluso il lettore che vorrebbe spaziare entro "Complessità 2000", che sembrerebbe intendere, almeno nel titolo, un'esposizione a tutto tondo dell'argomento in oggetto. Per questi lettori consiglierei più "Prede e Ragni", di Comello e De Luca o un testo reportistico e, in un certo modo, dialogico, quale "Complessità. Uomini e idee al confine tra ordine e caos" di Waldrop o la raccolta di saggi a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti "La sfida della complessità".
Con questo nulla si toglie al testo di Cammarata che, nella mia percezione, si rivela meno appassionante ed empatico di altri testi sul tema. Utile però per le teorie dei sistemi, in esso ben spiegate e semplificate. Simplicio, in questo, sarà soddisfatto.
Ecco il contenuto dell'opera:
Indice
Dialogo primo - Sistemi
Dialogo secondo - Dinamica dei sistemi
Dialogo terzo - Modelli di sistemi
Dialogo quarto - Sistemi che apprendono
Dialogo quinto - Sistemi che evolvono
Dialogo sesto - Sistemi che si autoproducono
Dialogo settimo - L'azienda come sistema vivente
Qualche altro dato sul testo:
Formato: Illustrato
Pagine: 276
Lingua: Italiano
Editore: Etas
Anno di pubblicazione 1999
Codice EAN: 9788845309434
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